Diakhao: ultimi momenti senegalesi (terza parte)

C’era qualcosa di diverso nell’aria al nostro rientro dalla missione dopo il breve viaggio in Guinea. Lo percepivo nell’aria. Non c’era la solita confusione data dai bambini. Mi aspettavo qualcosa da loro visto il rientro e vista la mancanza che, a detta della suora, si era sentita. C’erano stati dei disaccordi tra noi e la stessa, riguardanti un appuntamento saltato con l’arcivescovo di Dakar. Un foglio saltato all’improvviso per confermare l’incontro, quando erano già tre mesi che tutti sapevano del nostro arrivo: sarebbe stata questa, secondo lei, la causa della disdetta. Qualche regola da seguire attaccata sulle pareti e altri piccoli dettagli che ci facessero intendere che, forse, nonostante il nostro costante aiuto, soprattutto economico, non eravamo più i benvenuti. Avevamo ipotizzato che quell’incontro era stato volutamente cancellato. Pensammo e ripensammo ad un valido motivo ma non ce ne venne in mente neppure uno, ma solo alcune ipotesi verosimili. I bambini nel giro di poche ore cominciavano a sciogliersi. Erano stati messi di nuovo in guardia nel non prendere cibo da noi mentre eravamo a tavola, ma bastò una piccola insistenza per farli desistere nuovamente.

Piccolo cinematografo serale

Blessing ed Honorine, le bambine più grandi, che provvederanno un giorno ad aiutare la missione nei lavori domestici, sono cambiate nei miei confronti. Sebbene prima ci fosse qualche distacco dovuta alla timidezza, ora mi abbracciano e mi chiedono continuamente di scherzare. Hanno sicuramente una notevole importanza all’interno della struttura, hanno entrambi 8 anni ma ne dimostrano di più. Edith si aggiunge alla combriccola quando un improvviso gioco di parrucchieri avviene sopra i miei capelli. Si divertono con pettini ed elastici, non hanno mai visto capelli così soffici, diversi da quelli tipici africani; per loro è un gioco nuovo ed io mi lascio “stressare” volentieri. La sera, dopo cena, prima che tutti vadano nella cappella per l’adorazione, rimangono in attesa che io mi sieda per terra con il cellulare e faccia vedere loro alcune puntate di cartoni animati vari. Si ammucchiano uno sopra l’altro, si spintonano e si danno dei piccoli “nocchini” sulla testa per ottenere il posto e la vista migliore di quel mini cinematografo. Che sia in lingua italiana poco importa, quelle figure animate creano in loro divertimento, studio, stupore ed un momento sereno per concludere la giornata. Solitamente uno dei più piccoli, Chikamsoo o Patrick, è in mezzo alle mie gambe ed uno sopra la coscia. Narcisse ed Edith si appoggiano sulla spalla, Prince ed Honorine rimangono in mezzo, scostati leggermente da tutti per ottenere più visibilità. Paul si prende lo sgabello e Blessing rimane inspiegabilmente in piedi. Ogni sera le stesse posizioni. Averli intorno, in tutta la loro purezza, per me rappresenta ciò di cui avessi bisogno. Il mio donare amore, ben diverso da quello sentimentale, in quel momento mi appaga e mi rasserena. So che per loro ho una certa rilevanza in quei giorni, una presenza costante a tempo indeterminato. Ancora non si pongono la fatidica domanda sul se e sul quando me ne andrò e, forse, non accadrà mai.

Il tempo che resta diventa sempre meno. Decidemmo di passare a Dakar i nostri ultimi cinque giorni in Senegal. Una piccola vacanza in vista del rientro. Entriamo nell’ultima settimana finendo di costruire piccoli mobiletti per le camere, mettendo in atto tutta la nostra sconosciuta passione per il bricolage. Nonostante i continui mestieri che svolgo all’interno della missione, mi sento bene; inoltre, cominciavo anche a divertirmi a cucinare in una situazione scomoda e sporca, a martellare e costruire o a sistemare gli ortaggi sotto al sole. Le consideravo come delle piccole sfide contro me stesso e che ogni giorno riuscivo a vincere. A fine giornata, quando aprivo la difettosa porta della stanza, la stanchezza prende il sopravvento e non pensavo minimamente alla scomodità del materasso del mio letto. Ogni giorno è diverso poiché si vive al minuto e con assoluta calma.

Fu una calma apparente!

Nel mondo, ma soprattutto in Italia, un virus chiamato Covid-19, cominciava a seminare il panico. Avevamo appreso le numerose notizie attraverso i social o tramite amici e parenti. In Africa non sembrava suscitare troppo allarmismo, i contagi non esistevano, sebbene le persone del posto, quando ci vedevano, ci prendevano in giro, gridandoci: “Coronavirus”. Era brutto trovarsi dall’altra parte ed essere presi di mira. Il mio carattere permaloso rispose a queste provocazioni soprattutto con sguardi. La nostra decisione fu quella di dare poca importanza al virus, pensando fosse un’esagerazione dei mass-media, in quanto lo accostavamo ad un’influenza poco più potente di quella classica. Nel frattempo, tramite fotografie inviateci, notavamo che le strade delle città in Italia si svuotavano, i contagi aumentavano in maniera forte e costante. Forse non ci rendevamo conto della gravità del fatto. Stando a tanti chilometri di distanza, ovviamente, il nostro pensiero era più diretto a concludere la nostra missione umanitaria.

Ma la calma venne meno anche da noi, e non per colpa del Coronavirus. Il bel rapporto che avevamo con suor MaryAnn s’incrinò. Qualcosa andò storto con lei ed un nostro rimprovero finì per rompere quello che si stava creando, facendo così crollare anche tutti i progetti futuri importanti che avevamo in mente per Diakhao, per la missione e per i bambini. Ci furono giorni gelidi in cui la suora non mise mai il naso fuori dalla sua stanza fino a quando noi eravamo presenti nell’abitazione. Parlare una lingua diversa, in certe occasioni, porta a grandi incomprensioni. Ma, delle volte, anche quest’ultime occorrono per capire il carattere di una persona. Scoprimmo determinati atteggiamenti che non ci andarono a genio e dopo pochi minuti una lettera scritta di suo pugno ci comunicava la fine del gemellaggio tra la nostra associazione e la sua congregazione. Restammo basiti da una decisione così repentina e presa d’impulso. Tutto ad un tratto non ci sentimmo più i benvenuti.

Entrai in stanza dei bambini quando capii che la loro siesta, quel giorno, fosse solo una forzatura. Li guardai uno ad uno facendoli sedere sul letto. Mi guardarono e ascoltarono con estrema attenzione. Blessing capì subito quello che stavo per dire. Piagnucolò. Vidi la serietà nei loro sguardi e nei loro occhi. Dissi che lo “zio bianco” sarebbe dovuto tornare in Italia. Raccontai loro che nel mio Paese avevo tante cose da fare e dovevo incontrare di nuovo la gente che mi voleva bene. Non avevo per niente considerato di raccontare loro la verità in quanto non l’avrebbero capita e non sarebbe servita a nulla. Quella stanza sin dal mio arrivo non era mai stata silenziosa come fino ad allora. Mi feci un’ultima foto con loro, li abbracciai uno ad uno. Dissi ad Edith che da grande sarebbe diventata una donna bellissima e mi sorrise. Dissi a Chikamsoo che mi sarebbe mancata da morire e a Patrick di mangiare di più. Dissi a Paul di fare l’uomo di casa e farsi rispettare, mentre a Blessing di tenere duro. Prince mi strinse forte ed Honorine mi toccò per l’ultima volta i capelli mentre Narcisse rideva ancora una volta.

Andai via con un groppo alla gola in direzione di Saly, una città turistica costiera. Mustafa, un mio amico senegalese, ma residente a Roma, ci aiutò, telefonando ai suoi parenti e ospitandoci in una delle sue case, visto che avevamo ancora 10 giorni prima di ritornare a casa. Salutai la suora che pianse. Preso da una forte delusione le dissi soltanto: “C’est la vie!”. Durante il tragitto in macchina pensai a tutti loro. A quando misi piede dentro la missione per la prima volta incrociando i loro sguardi. Pensai quando cominciai a gonfiare i palloncini. Potei sentire le loro grida di gioia quando tirai fuori i colori e le lecca-lecca. Pensai ai giorni passati ad aggiustare l’aggiustabile. All’orto, alla cucina sporca, ai 40 scolaretti dell’asilo che ogni mattina si alzavano dalle loro sedioline per toccarmi le mani e a cui mettevo le scarpe prima che se ne andassero, alla preghiera dei bambini ad ogni pasto e al piccolo villaggio di Diakhao. Ripensai a tutto questo e a come fossi arrivato sin lì. Me lo chiedevo in ogni viaggio che facevo e ad ogni lungo spostamento guardando il paesaggio fuori dal finestrino. I baobab dominavano la scena ed io mi sentivo come loro in quel preciso istante: forte ma spoglio.

Passammo dei giorni spensierati sulla spiaggia di una Saly semivuota, una deliziosa giornata alla laguna di Somone tra uomini rasta e pesce. Alpha ci offrì una cena nella sua grande casa assieme alle sue due mogli ed undici figli, nella città coloniale di una fatiscente ma affascinante Saint Louis, nel nord, a pochi chilometri dalla Mauritania. Isola di Gorée ci impressionava per bellezza e per la crudeltà che si respirava nella casa degli schiavi. Ma con quello che stava accadendo in Italia e in Europa, pensai più alla mia famiglia e alla mia fidanzata incastrata in Francia. I bambini mi mancavano e con loro quelle lunghe giornate di lavoro e divertimento. Cercai non pensare a loro e godermi quella meritata vacanza; in fondo avevamo portato a termine la nostra missione, che, seppur finita nel modo in cui non ci aspettavamo, aveva portato migliorie sia al posto che alla vita di tutti. Trovammo anche il consenso degli altri membri dell’associazione, soddisfatti del nostro operato e questo ci rendeva lieti. Non ebbi notizie dalla suora, se non un leggero ringraziamento e un caloroso in bocca a lupo per il ritorno a casa.

Saint Louis

Ma c’era un problema: se e quando tornare a casa.

Nei giorni in cui la salinità, il caldo e il rumore delle onde dell’Oceano Atlantico nel quel quartiere Yoff di Dakar mi scalfivano i pensieri, mi chiedevo se fosse stato il caso di tornare. I contagi si contavano su una mano in Senegal, mentre in Italia, il virus ed una quarantena forzata, seminavano preoccupazione. Resto o non resto? Se nella prima domanda c’era la possibilità di non sapere quando sarei tornato a casa, vista la chiusura delle frontiere e di un conseguente contagio africano che avrebbe provocato un disastro per la popolazione a causa della scarsa sanità pubblica, nella seconda trovavo una risposta concreta: casa!

Spiaggia di Yoff al tramonto, Dakar

Tornai il 22 marzo alle 5 del mattino. Scoprimmo che il nostro aereo del 20 marzo in direzione Capo Verde fu annullato e ci precipitammo per trovarne un altro. A mezzanotte l’aeroporto sarebbe stato chiuso fino a fine aprile, ma alle 23 trovammo e prendemmo quel benedetto aereo che ci avrebbe portato prima in Etiopia e poi a Roma.

Un aeroporto desolato ci vide arrivare in nottata. Un taxi mi riportò a casa ed in piena notte i miei genitori si alzarono, mi salutarono da lontano ed entrai nella mia abitazione da una porta secondaria. La mia quarantena cominciò quando fuori l’alba inaugurò un nuovo giorno. Non presi sonno facilmente, pensando e ripensando all’Africa, al Senegal, a Diakhao, ai bambini, ai divertimenti, al caldo, al mare, alle lacrime, agli ultimi giorni a Dakar e a quell’aereo che sembrava non decollare mai. Solo oggi riguardo le numerose foto scattate. Ripenso quando quei bambini mi chiamavano zio e mi chiedevano qualcosa di nascosto come l’acqua o da mangiare o semplicemente giocare e scattare qualche foto con la polaroid in modo che potesse restargli un mio dolce ricordo. Forse un giorno li rivedrò, non solo dallo schermo di un computer. Ora sento una piccola certezza: che in futuro, quando saranno grandi, si chiederanno che fine abbia fatto quello zio italiano, e magari verrà loro voglia di rivederlo. Ma ancora oggi ho quella sensazione di vuoto, accompagnata dalla soddisfazione di aver regalato gioia a chi ne ha bisogno, senza volere assolutamente nulla in cambio.

Da sinistra: Narcisse, Blessing, Edith, Patrick, Prince, Paul, Honorine, Chikamsoo

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