Diakhao: un salto in Guinea (seconda parte)

“Ringraziamo i nostri amici italiani per ciò che stanno facendo”

Dovemmo fare la nostra figura alla messa domenicale alla chiesta di Sant’Anna. Alla fine della liturgia il parroco di Diakhao ci avevo ringraziato pubblicamente dedicandoci sia una preghiera finale che un applauso dei fedeli. Nonostante non segua da anni tutto ciò che riguarda la religione, fui e fummo felici di quanto espresso dal parroco, facendoci sentire speciali ed importanti. Donare qualcosa, o semplicemente se stessi, senza avere nulla in cambio può essere difficile da accettare, ma in noi c’era la consapevolezza che stessimo facendo veramente qualcosa di grande nel nostro piccolo aiuto umanitario. Tuttavia, una delle fondamenta su cui si basa il Cristianesimo è proprio il bene verso il prossimo. Essendo cresciuto in Italia, per quanto si possa credere o meno in Dio, l’educazione che viene insegnata è accostata al Cristianesimo. A conferma di questo andammo con la suora lungo la strada che collega Fatick a Diakhao, fermandoci in un paio di comunità musulmane. Come tutti i sabati la suora fa visita a queste persone portando indumenti alle donne per poi mettersi seduta ad ascoltare queste anime.

“Non importa la religione che si professa, davanti agli occhi del Signore siamo tutti uguali” – così ripeteva nel tragitto in macchina; in fin de conti darle torto sembrava essere una bestemmia.

I giorni volano ed i bambini cominciano ad apprezzare sempre di più la nostra presenza. Li viziamo a livello culinario: compriamo gelati, frutta, pesce, patatine. Quando ci mettiamo seduti a mangiare si mettono distanti da noi, ma con gli occhi addosso. Ci sentiamo osservati e non possiamo fare a meno di toglierci il nostro boccone per darlo a loro. Che sia un pezzetto di ananas, pane e olio, frittata, tonno o altro. I piccoli non fanno complimenti e con un minimo in più di confidenza si mettono direttamente sulle nostre gambe. Paul, Honorine, Blessing ed Edith, che sono i più grandi, rifiutano garbatamente, anche se ormai hanno capito che qualcosa finirà dal nostro al loro piatto. Non riesco a dire loro di no, non riesco a comprendere la pasta con la cipolla o il riso spezzato con il concentrato di pomodoro che, sia a pranzo che a cena, viene sbattuto sotto i loro occhi. Sebbene, fortunatamente non muoiano di fame, il loro palato ogni tanto merita di essere deviato su cose più dolci, più saporite e più occidentali. La mattina creo dei piccoli ghiaccioli con il succo di arancia, amano giocare con i cubetti di ghiaccio e muoiono di sete in quanto a volte l’acqua viene centellinata. Di nascosto vengono a chiedermi se posso dare loro da bere: sanno che una risposta negativa dalla mia bocca non arriverà mai. Continuiamo anche dedicarci all’orto, sistemiamo il pollaio che non ospita galline, bensì diventa la casa dei giochi per i bambini e costruiamo un piccolo mobile che ospiterà tutto il cibo e le stoviglie che sono in terra e in preda ai topi di campagna che circolano beati tra le stanze. Per il martedì grasso la suora ha organizzato una festa di carnevale nella classe. Tutti i bambini si mascherano in vestiti tradizionali africani. I colori illuminano la missione ed io impazzisco nell’immortalare i bambini, che sembrano trovarsi a loro agio con l’obiettivo messo di fronte i loro occhi. Amano rivedersi vestiti diversamente rispetto alla quotidianità e si divertono a prendersi in giro quando qualcuno di loro comincia a fare il giullare. Raramente invece prendiamo parte all’adorazione nella piccola cappella all’interno della missione. Dopo esserci sforzati le prime due sere abbiamo capito che non fa per noi e rimandiamo di continuo.

La più bella della festa di Carnevale

Il viaggio di pochi giorni in Guinea Conakry era stato programmato prima di partire richiedendo il visto all’ambasciata presente a Roma. Da Diakhao, la distanza fino a Koundara, città guineana dove risiedevano le persone che ci avrebbero ospitato, è di 520 chilometri: la città si trova non molto distante dal confine senegalese. Arrivare fino a lì, però, prevedeva un viaggio di quasi 8 ore, che sarebbero diventate magicamente 12, fatto di macchine sudicie e sgangherate, caldo, polvere, contrattazioni estenuanti, richieste di mendicanti e lunghe attese. Non mi era mancato tutto ciò. Il primo taxi collettivo, che ci avrebbe condotto a Kaolack, venne di mattino direttamente nella missione, ma dovemmo chiamarlo un paio di volte poiché si era scordato l’appuntamento. Questa popolazione ha il potere di dimenticarsi gli incontri, anche quando si tratta di soldi facili. Una volta arrivati, un’attesa di un’ora e mezza ad aspettare che l’altro taxi collettivo riempisse tutti e sette i posti per partire alla volta di Tambacounda. Una volta arrivati a quest’ultima tappa veniamo presi d’assalto da altri autisti che vorrebbero portarci ovunque senza preoccuparsi minimamente dove noi realmente saremmo dovuti andare. Una volta comunicata loro la nostra destinazione, ci fanno mettere seduti all’ombra. Hanno scoperto che siamo degli ottimi clienti che non hanno problemi a pagare. Essendo bianchi, la gente del posto automaticamente pensa che siamo ricchi. E’ un po’ il luogo comune più vecchio del mondo qui in Africa: ormai lo abbiamo accettato e ce ne facciamo ogni volta una ragione. Iniziamo la contrattazione contro chi volesse essere furbo, ma furbo non è se non si utilizza un po’ di logica; il tutto tra amici, venditori ambulanti e curiosi, che formano un gruppetto di circa 20 persone:

Tipico taxi collettivo

“Per la Guinea sono 100.000 Franchi” – chiede l’autista.

“Ma da Kaolack a Tambacounda avrei pagato 50.000 se avessi preso il taxi tutto per me” – rispondo.

“Eh ma fino in Guinea è diverso” – controbatte.

“Fammi capire: per la tratta precedente ho pagato la metà per il doppio dei chilometri, come è possibile tu mi chieda di pagare il doppio della cifra per arrivare in Guinea, dato che sono la metà dei chilometri fatti precedentemente?” – rispondo nuovamente usando un minimo di logica.

Silenzio tombale di tutti i presenti!

“Il tuo silenzio mi fa capire che hai perso, la contrattazione è finita, ciao!” – dico andando via e senza che nessuno mi segua.

Si avvicina un ragazzo, che credo abbia ascoltato tutto a distanza, o nascosto in qualche angoletto. Ci chiede 30.000 Frranchi fino al confine, poi però dovremmo vedercela da soli fino a Koundara. Accettiamo in quanto stanchi per le tante ore di viaggio: basta arrivare.

“Questo è il confine di Manda, siamo arrivati” – esclama l’autista.

Ma qui non c’è il confine, mancano ancora 70 chilometri alla Guinea” – rispondo.

“Questo è il confine per le macchine, bisogna avere un permesso per andare oltre” – mi spiega facendo finta di nulla.

Fabrizio ed io ci guardiamo, non abbiamo neppure la forze di arrabbiarci, lo avevamo promesso a noi stessi che per principio avremmo mantenuto la calma in qualsiasi occasione. Così fu, ma chiedemmo al tizio di trovarci qualcuno. Arrivò Sow, ribattezzato simpaticamente Orazio. Orazio ci chiede una cifra onesta. È guineano e commercia a Tambacounda, per cui ogni giorno fa la spola fino in Senegal. Ha il permesso per il suo furgoncino e, guarda caso, abita a Koundara. Tiriamo un sospiro di sollievo, il confine chiuderà a breve e il tempo stringe. Durante il tragitto, scopro che il cuscinetto che divide le due nazioni non è altro che una riserva naturale, con in mezzo due piccoli villaggi. La strada è un rettilineo infinito fatto di termitai enormi, baobab e qualche casa di fango e paglia. Sorpassiamo una valanga di camion che sono in attesa di attraversare il confine da quasi tre settimane. Ci chiedono acqua e gettiamo loro delle bottiglie dall’auto in corsa. Saranno sette i posti di blocco tra controllo automobile, dogane senza senso ed ispezioni passaporti. Passiamo senza grandi problemi i controlli per questi ultimi, avendo posto a noi come domanda soltanto il motivo della visita e dove alloggeremo. Una prassi che accomuna quasi tutte le frontiere: l’importante è dirgli qualcosa. Noi abbiamo l’asso della manica, dicendo che siamo in missione umanitaria, per cui passiamo quasi sempre senza nessun motivo.

Due tipologie di case tipiche guineane

Orazio ci portò, con qualche difficoltà, nella casa della famiglia Diallo. Fabrizio da qualche anno aiuta queste persone. Erano su di giri dopo aver appreso la notizia che avremmo fatto loro visita. La nuova casa in costruzione, accanto a quella attuale, più piccola e più vecchia, era ancora con l’intonaco a vista ed il massetto in cemento. Tuttavia due materassi scomodi ed una grande zanzariera avrebbe accolto i nostri sonni soporiferi. Qui in Africa avevo cominciato a studiare le persone del posto, dal modo di vivere alla loro quotidianità. Ho sempre pensato, che al di fuori della natura, visitare questo continente è come effettuare un viaggio antropologico, andando alla scoperte di nuove culture. Notavo più che altro come la pazienza di stare sotto un albero di mango senza far nulla, e per intere giornate, era tutto ciò che occorresse fare. Il mio fondo schiena prese la fisionomia della sedia prima e della panca poi. Quel sottile venticello che smorzava leggermente il caldo, facendo dondolare leggermente i verdi rami di quel grande albero di mango, mi trasportava in un’altra dimensione. Ebbi continui déjà-vu, senza stare a spiegarmi il motivo. Vedere quei bambini che giocavano con la camera d’aria di una ruota della moto, oppure creando girandole con foglie spezzate ed una bacchetta, era qualcosa di magico. Il mio dolce far niente era accompagnato da questa creatività fanciullesca, dai sorrisi e dai vicini di casa che, portando arachidi da stuzzicare, venivano a trovarci per bere del buon thè. Il pranzo era cucinato su delle piccole pire a carbonella, la spesa era fatta in maniera minuziosa: una melanzana, un peperone, quattro pomodori, due carote, olio, qualche peperoncino e così via.

L’assenza di energia elettrica nella maggior parte delle case presenti nel quartiere fuori dal centro di Koundara obbligava le famiglie a fare la spesa contata, in quanto assente il frigorifero, o a preparare la cena prima del tramonto. Il bagno, posizionato all’angolo del giardino, era all’aperto. Capitava di dover fare i propri bisogni dentro un buco sul terreno e guardare il cielo contornato di stelle, mentre una moto passava o una capra si strusciava sulla recinzione in canne. L’acqua presa dal pozzo ogni mattina doveva essere centellinata. Il volume dell’acqua veniva meno ogni giorno a causa dei continui via vai delle altre famiglie; la stagione delle piogge sarebbe arrivata da lì ad un mese, ma un nuovo riempimento del pozzo causava perplessità ed un pizzico di paura. Le nostre serate assomigliavano a quelle diurne in cui continuavamo a non far nulla, con la sola differenza che la luce non faceva più parte di noi. I telefoni non prendevano, l’elettricità mancava e quel modo di vivere basico cominciava ad essere sia interessante che stretto. Da buon occidentale sono abituato ad avere tutto, ma ci sono quei classici agi che nel 2020 tutti dovrebbero avere: acqua corrente, elettricità, un bagno degno di questo nome. Mi ponevo tante domande in quelle lunghe notti stellate guineane. Ciò che le televisioni ci fanno vedere dell’Africa in fatto di povertà rappresenta in parte un falso. La povertà che vivono queste persone è nettamente diversa da quella che intendiamo noi. Ognuno di noi ha la propria idea al riguardo; quella che mi sono fatto io è che queste persone stiano bene nel loro piccolo mondo che si sono costruite, come delle piccole formiche operaie. A loro non importano gli agi, non li conoscono e di conseguenza possono farne a meno. C’è rabbia in ogni modo in alcuni modi di ragionare. Preferiscono un tablet o un paio di scarpe di marca anziché un pannello solare: questo la dice lunga sull’ignoranza, sulla voglia di non svilupparsi come il resto del mondo. Ma chi ero io per giudicare queste persone? Se a loro non pesa portare un cellulare nella piccola bottega per ricaricarlo, se a loro non pesa girare con le torce in mano, se a loro non pesa mangiare al buio o non avere un rubinetto per l’acqua calda o fredda, perché dovrei essere io a cambiare la loro vita? Alcuni aspetti cominciavano ad aprirmi uno scenario completamente diverso, altri invece mi davano continue conferme.

Giocai a pallone con dei ragazzi nel grande campo da calcio. Alcuni di essi pensavano più a guardarmi che a giocare. A tratti increduli mi toccavano per cercare di capire se fossi poi così tanto diverso. La loro conferma fu quella di trovare una persona con un animo gentile e lo capirono immediatamente. Il giorno dopo andammo via dalla Guinea. Fu ancora Orazio che ci riportò a Tambacounda dopo i numerosi controlli al confine. Lasciammo un paese sicuramente arretrato, ma ricco di vita. Non credo mi mancherà, ma sicuramente mi ha dato alcune risposte che cercavo da tempo.

Una risposta a "Diakhao: un salto in Guinea (seconda parte)"

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  1. Come il tuo libro, “curry Buddha e maratone-365 giorni asiatici”, i tuoi racconti/avventure sono sia divertenti (a volte mi strappi una risata) sia seri e motivo di riflessione! Continua così spero di leggere ancora tuoi episodi!

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