Diakhao: l’ambientamento (prima parte)

“Il vostro volo è stato annullato!”

Mesi e mesi di preparazione psicologica per sentirsi dire, nel piccolo aeroporto dell’Isola di Sal a Capo Verde, che il volo era stato rimandato alla sera del giorno dopo. Nel frattempo un resort medio-lusso ospitava me e la mia gran voglia di Africa.

La notte seguente l’aeroporto di Dakar dava il benvenuto a me e Fabrizio. Insieme a quest’ultimo, presidente dell’associazione umanitaria “Il Giardino della Speranza”, decidemmo di intraprendere questo viaggio all’insegna del volontariato in Senegal. La missione di Diakhao-Sine, nella provincia di Fatick, sarebbe stata la nostra casa per le prossime tre settimane. Suor MaryAnn, nigeriana, ma senegalese d’adozione, era su di giri per il nostro arrivo; nei mesi precedenti avevamo contribuito alla costruzione di una classe, in cui la suora, in modo del tutto gratuito, aveva instituito un piccolo asilo, collegato alla sua congregazione, per i bambini più poveri del villaggio. Durante la notte percorremmo quei 180 km che distanziavano il nuovo aeroporto, poco fuori la capitale senegalese, da Diakhao. Arrivammo poco prima che sorgesse l’alba. Sulla strada dossi, controlli di polizia, mucche, asini, capre e camion con luci accecanti, ci avevano rallentato e non poco. Dormimmo con due materassi posti all’interno della classe costruita con i fondi dell’associazione, visto che era domenica e la mattina non ci sarebbe stata scuola.

La missione

Veniamo svegliati dal raio di un asino. Apro gli occhi e non mi rendo conto dove sono. Le pareti sono color rosa pastello, ci sono degli appendiabiti con attaccati dei piccoli zainetti dimenticati da qualche bambino. C’è un piccolo tavolino con una catasta di cose, tra cui libri in italiano, inglese e francese. Apro la porta in ferro e sento il vociare dei bambini della missione nella stanza adiacente. Un’altra porta in ferro con grata e zanzariere mi divide da quegli otto fanciulli indifesi: tutto quello che avevo immaginato e sognato stava diventando reale. Nel mio viaggio precedente avevo dato importanza nel donare me stesso a chi ne avesse bisogno. Così, nel corso del tempo, ho pensato che il volontariato verso i bambini potesse essere un giusto modo per sentirmi meglio. Nei mesi antecedenti la partenza mi ponevo la curiosa domanda se fossi io ad aver bisogno di loro, o loro ad aver bisogno di me. Cosa mi spingeva ad essi? Una mancanza? O la voglia di poter donare senza avere nulla in cambio, vista la mia vita fortunata? Questa esperienza avrebbe dato la giusta risposta.

Apro leggermente la porta, le loro piccole teste si girano ed un senso di stupore sovrasta i loro visi. Tutti ed otto vengono verso di noi, verso di me. Mentre fanno una piccola competizione per chi dovesse essere il primo a darci la mano e presentarsi, sembrano chiedersi cosa ci facesse un uomo bianco in casa loro. Nonostante tutto non sembrano intimidirsi più di tanto alla nostra vista. Aspettano una nostra mossa che potesse soddisfare la loro immediata curiosità. Ci presentiamo con Mary Ann, una ragazza nigeriana parente della suora ed Helléne, una ragazza senegalese che aiuta la missione in cambio di un vitto e alloggio. Scambiamo poche chiacchiere con la suora, ci ripete nuovamente che possiamo sentirci come a casa e che per qualche settimana lascerà liberi i bambini in fatto di orari, trascurando per qualche tempo la sua scrupolosa organizzazione giornaliera.

I bambini continuano a studiarci con attenzione. Non sanno che da lì a poco vivranno settimane diverse, divertenti, con giochi e modi di fare tutti da scoprire. Prendiamo le nostre due valigie, nelle quali prima di partire avevamo messo dei regali per loro. Colori e quaderni per i più grandi, maschere, trottole, giochi di ogni tipo. Eppure ciò che li attrae sono i palloncini. Tiro fuori due sacchetti, li gonfio, i bimbi impazziscono, urlano di gioia, si abbracciano e si avvinghiano alle mie gambe. La missione si riempie di colori, un arcobaleno casalingo tutto Made in Italy che porterà loro serenità ed ancor più spensieratezza. Gonfio e sgonfio i palloncini, facendo la pernacchia; intanto si divertono tirandoli in alto e riacchiappandoli al volo. La loro voglia di divertirsi è talmente visibile che i miei occhi diventano lucidi. Vedere tanta genuinità in loro mi dà un senso di benessere, qualcosa che non avevo mai visto. Emozionarsi per un palloncino, per una trottola, per dei dadi e dei colori rappresenta la purezza. Non ricordavo potesse esistere ancora. L’avevo intravista in India e in altre parti del mondo, ma quella africana è elevata all’ennesima potenza.

I giorni cominciano a scivolare con molta serenità. La piccola cittadina di Diakhao-Sine comincia a conoscere questi due uomini bianchi che si aggirano tra le botteghe. Il giovedì il paese si anima con il mercato. Le piccole bancarelle attorniano Diakhao ed invadono ogni spazio libero nelle due strade principali. Anche quelle secondarie in sabbia, un via vai di calessi porta acquirenti con le loro buste piene di verdure, da una parte all’altra. La piccola comunità cattolica si trova ai confini della città. La chiesa dedicata a Sant’Anna e la casa parrocchiale prendono un ampio spazio accanto a grandi alberi che creano una folta ombra, a seguire tre fabbricati in cemento bianco rappresentano la scuola; la missione con accanto un altare concludono un piccolo villaggio all’interno del villaggio stesso.

La piccola comunità cattolica di Diakhao-Sine

Una volta studiata la minuscola topografia di Diakhao, insieme a Fabrizio decidiamo di cominciare a fare qualcosa per migliorare il modo di vivere di tutta la missione, acquistando il necessario dai venditori del posto. Compriamo cibo, legno e ferramenta varia. Lo stile africano s’impossessa di noi. Realizziamo tutto con assoluta calma nelle ore in cui fa meno caldo. Superate le 12.30 e fino alle 18, la temperatura si aggira dai 36 ai 44 gradi ed è impossibile lavorare. Nonostante sia un caldo secco, quindi respirabile, decidiamo di continuare per un’oretta fino al tramonto dedicandoci all’orto. Nel frattempo, nei letti comprati grazie ai nostri fondi, montiamo i legni sui quali verranno apposte le zanzariere dei letti.

Chikamsoo

I bambini ci ringraziano e non appena smettiamo di lavorare vengo preso d’assalto dalla loro voglia di giocare. C’è una bambina su tutte: Chikamsoo. Ha 4 anni, un piccolo angioletto nero fatto di sorrisi e treccine. La suora l’ha ribattezzata Divine, cristianizzando così il suo nome, ma sembra non gradire. Si mette in braccio a me, mi prende le mani, mi tocca i capelli, la barba, i peli delle gambe. Come tutti mi chiama “Uncle”. La reverenda madre aveva detto a tutti i bambini che avrebbero dovuto chiamarci ZIO. Un modo sia rispettoso che divertente. Il mio rapporto con la bambina cominciava con un gioco di sguardi furbi e teneri. Appoggiava la testa sull’uscio della cucina e rimaneva immobile nel vedermi cucinare. Attendeva che io tornassi nel salone per aggrapparsi a me come una piccola scimmietta e giocare tutto il tempo. S’intrometteva quando videochiamavo la mia fidanzata o i miei genitori ripetendo a pappagallo tutto ciò dicessi. Ero arrivato da pochi giorni ed avevo già capito che sarebbe stata lei la persona che mi sarebbe mancata di più. Io ci pensavo, lei dalla sua tenera età non si preoccupava minimamente di questo, anzi si godeva ogni momento. Forse avrei dovuto imparare da lei, forse è proprio questo l’insegnamento che avrei dovuto apprendere da questi bambini e da questa esperienza: godermi il momento. Dal ritorno del mio lungo viaggio, ricominciando la vita in Europa, il solito tram-tram giornaliero mi aveva portato ad avere ogni cosa sotto controllo e ad organizzare la mia vita a tavolino e in modo frenetico. L’Africa doveva assolutamente riportarmi sulla strada dei “senza pensieri”. Non era importante fare una cosa subito, l’importante era farla indicativamente dal tempo impiegato. In Italia siamo vincolati dai tempi: l’ora del pranzo e della cena, la chiusura degli uffici pubblici e dagli appuntamenti da rispettare. Siamo così collegati con i tempi che i tempi stessi e le preoccupazioni delle altre persone, involontariamente, condizionano anche la nostra vita.

Con il passare dei giorni il mio rapporto con i bambini cresce. C’è Patrick per esempio. Anche lui ha 4 anni ed è l’ultimo arrivato. Piccolo di costituzione ed indifeso. Ci sono la bellissima e rumorosa Edith e il terremoto vivente Prince, rispettivamente sorella e fratello di Chikamsoo. C’è la risata fragorosa di Narcisse che rompe in modo divertente il silenzio e il gigante Paul che sembra avere più della sua reale età. Honorine, la bambina che rimarrà in futuro, ha 8 anni ed è già tuttofare. Pulisce quando tutti finiscono di mangiare, lava i piatti e mette il pannolino ai più piccoli. Poi c’è Blessing. Ho avuto modo di stare più a contatto con lei mentre andavamo a trovare sua madre in una piccola comunità tra Fatick e Kaolack a circa 30 chilometri da Diakhao. La povertà della sua famiglia, dopo la prematura morte del padre, li aveva messi in ginocchio. La suora, mediante una raccolta di denaro, ha fatto in modo che la madre della bambina e gli altri due figli più piccoli avessero un tetto accanto ad un terreno agricolo. Fabrizio ed io decidiamo di andare a visitare il piccolo villaggio e dare un piccolo manforte a Blessing.

La piccola ragazza piange quando vede la mamma, che la consola. Una volta ogni due o tre mesi, la suora si prende l’incarico di portarla nella sua vecchia casa. Il ricordo del padre volato in cielo prende il sopravvento sulla povera bambina. Il suo viso s’incupisce. Faccio fatica a capire la serietà e la comprensione della mamma verso sua figlia. In occidente c’è un modo diverso di donare affetto, non solo verso un figlio, ma anche a chi si vuole bene. Sicuramente l’Africa ha un modo tutto suo nella visione dei rapporti umani. Notavo in quel poco tempo passato nel centro del Senegal, come le mamme lascino i figli, talvolta allo stato brado, una volta che abbiano imparato a camminare in modo ottimale. Non vedo menefreghismo, ma scarsa attenzione e superficialità. D’altronde vedo come i bambini africani nascano già con un istinto di sopravvivenza. Sanno già dove si cela il pericolo e cosa debbano fare per vivere. È come se già da piccoli sapessero che la vita è dura e non è sempre rose a fiori. Vedendoli mi sento fortunato ad aver avuto ogni agio, ma sfortunato nell’aver avuto tutto, in quanto non riesco ad apprezzare le cose più semplici. Vedendo la madre di Blessing e i suoi fratellini, ho trovato compassione, anche mentre le regalavo un grosso pacco di riso che avrebbe sfamato lei e gli altri membri del villaggio per almeno due mesi. Vedo i suoi occhi spenti dati da una stanchezza della vita che, a parte tre figli, non le aveva regalato altro che tormenti. Blessing si mette accanto a lei, la suora ci dà il permesso di scattare qualche foto. Mentre metto a fuoco mi sento un vile: mi trovo in difficoltà mentre i loro occhi fiacchi guardano il mio obiettivo. Ho provato vergogna in quel momento. La vergogna sul fatto che un giovane viziato trova desiderio nel fotografare la tristezza. Non so cosa frullasse nella testa di quella tenera famigliola nel vederci immortalare quegli attimi. Si saranno chiesti che cosa c’era di così importante? In realtà era la domanda che anche io mi ponevo. Cosa c’è di così bello nell’immortalare la povertà o luoghi pieni di morte? Diedi la mano a Blessing andando verso la macchina e al mercato: era una forma per starle vicino e, a mio modo, di chiederle scusa per quel mio gesto.

La settimana vola. Pomodori, melanzane e peperoncini sono sistemati e non danno più noia nel retro del giardino. Le galline e la piccola mandria di pulcini ora fanno i conti con un piccolo cancelletto che non permetterà loro di scorrazzare anche nel cortile principale di fronte alla classe. Siamo appagati di ciò che stiamo realizzando, abbiamo un milione di idee per la testa. Cosa regalare in futuro a questi bambini è quello che ci rende vivi. Sembra che i bambini si siano abituati ormai alla nostra regolare presenza. C’è un piccolo brivido di paura nella loro schiena quando ci vedono andare via verso le nostre stanze nella casa parrocchiale, subito dopo cena. È come se nel loro piccolo stessero subendo un abbandono, come se quella divertente attuale vita fosse interrotta bruscamente. Invece ogni mattina eravamo lì, a dare il buongiorno agli otto padroni di casa e a tutti e 40 i bambini dell’asilo. Avevo iniziato a non pensare più che un giorno sarebbe finita, mi sentivo bene ed avevo finalmente la mente sgombra da ogni pensiero.

Ricreazione all’asilo

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