Evoluzioni e rivoluzioni personali in Corsica

“Sai cucinare?”

“Sì.”

“Domani cominci. Ti presento lo chef!”

Macché cucinare. Sono venuto qui in Corsica per fare la pizza e mi ritrovo in cucina. Nuovi meccanismi, nuovi ingredienti, nuova lingua. La mia poca esperienza in cucina prevedeva la semplice preparazione di una mozzarella di bufala e prosciutto crudo, oltre a friggere patatine in quantità considerevole. Mi butto, d’altronde non ho scelta, l’altra possibile sarebbe stata quella di tornare a casa oppure girovagare per l’isola alla ricerca di un altro lavoro stagionale. Dominique sapeva del mio arrivo già a maggio a Marine di Sant’Ambroggio, scordandosi però, che avrei dovuto lavorare nel suo ristorante. Il mio approdo in Corsica non fu certo dei migliori. Eppure presi quel traghetto giallo da Livorno pieno di speranze e con una Fiat Panda grigia trasportavo ciò che mi potesse servire fino a settembre, o almeno speravo di arrivarci.

Niccolò e Maria erano gli unici italiani presenti in una squadra fatta di francesi tra cuochi, camerieri, barman e proprietari. L’inglese è una lingua alla quale i transalpini sono leggermente allergici, quindi comunicare era leggermente difficoltoso. Con Niccolò avevo stretto un rapporto telefonico nel periodo in cui avevo preso la decisione di andarmene in Corsica. Il fatto di essere un pizzaiolo inesperto lo rendeva leggermente irrequieto, inoltre la sostanziale quantità di pizza inferiore, rispetto alla scorsa stagione, lo portava a dirmi che forse non potesse essere un’ottima scelta quella di andare da lui. Mi ritrovai invece accanto a Maria, la sua fidanzata, in cucina, nella postazione degli antipasti e dessert, con la quale strinsi un rapporto di fiducia e simpatia.

Nomi francesi da imparare e ricordare, frigoriferi e riserve dove trovare l’occorrente per cucinare. Orari stagionali fuori da ogni logica. La mattina alle ore 8 la sveglia suonava e con essa partiva il rullo dei miei logoranti pensieri sul restare o andarmene. Ho bisogno di qualche euro se voglio progettare il mio futuro, ma ho altrettanto bisogno di libertà e con essa l’odio di rispondere ogni volta “Oui, Chef!”. Non sopportavo ciò, non sopportavo quel finto “ça va?” e la conseguente risposta che tutto andava bene. Avevo paura che quell’esperienza in una cucina somigliante più a quella di un noto reality show avrebbe distrutto tutto quello che di buono aveva assunto il mio carattere da quella trasformazione asiatica. Tutti contro tutti, tutti a dimostrare di saper lavorare; l’ansia degli altri distruggeva me e la mia tranquillità.

Con il passare dei giorni prendo confidenza con il gruppo. Lo chef è stato paziente con me insegnandomi molti trucchi. Ma tra me e lui ci sono sempre delle piccole occhiatacce. C’è Francis, un lavapiatti sessantenne, una sorta di Mr. Bean francese; un burlone che ha una parola buona per tutti. Scopro essere un’amante della musica di Michel Sardou ed Edith Piaf. Insieme a lui canticchio quelle poche canzoni nazionali che so, strappandogli un sorriso da quella faccia stanca. Leggende metropolitane narrano che il suo arrivo in Corsica avvenne dall’Italia, non dalla Francia. Quando gli venne detto di arrivare a Bastia, se ne andò in Umbria, a Bastia Umbra e non nella capitale corsa. François invece è un coreano adottato da genitori francesi a Bordeaux. 47 anni, un passato burrascoso ed una pancia da fare invidia a chiunque, o forse no, tanto da essere soprannominato Ciccio da tutta la ciurma. È il mio coinquilino con il quale non vado molto d’accordo a causa del suo carattere burbero. L’altro è Steven, passo con lui praticamente 14-15 ore su 24. È mio coetaneo, mi reputa la persona migliore che abbia mai incontrato, semplicemente perché mi prendo cura di lui. A lavoro nascondo la verità quando ha un’estrema voglia di immettere birra in corpo e gli dico cosa penso della sua persona in faccia. Tra me e lui si materializza un’amicizia fatta di verità. Mi racconta di essere ancora innamorato della sua ex fidanzata e di avere bisogno di una donna che gli stia accanto, che lo faccia sentire speciale, che lo faccia sentire più che altro un uomo. I suoi vizi hanno preso il sopravvento sul quel cervello che piano piano lo sta catapultando in un pericoloso tunnel. Cerco di impedirgli di avere determinati atteggiamenti, anche se alla fine sono più io che vado dietro a lui. In fondo il lavoro massacrante e la quantità di ore che ci viene imposta, ci porta anche a distrarci in maniera forse troppo esagerata, ma altrettanto appagante per non pensare al momento in cui varcheremo l’uscio del ristorante.

È il giorno del mio compleanno. Sto lavorando da circa 3 settimane. Ormai grazie ai miei quotidiani sorrisi e la voglia di scherzare con chiunque, sono riuscito ad entrare nel cuore di molti. Ho iniziato a memorizzare tutti i meccanismi, rendendo il lavoro meno pesante. La chiamata della mia famiglia mi mette quel pizzico di nostalgia. Lo scorso anno ero in Sri Lanka in compagnia di Sanath, quest’anno sono poco più a ovest della mia città, ma pur sempre su un’isola. Mi piace festeggiare il mio compleanno all’estero, non perché non voglia stare con amici e parenti, ma credo che un giorno speciale come questo, debba per l’appunto essere ancor più speciale. Nuovi amici ed esperienze lo rendono diverso ed così anche quest’anno quando Maria esce fuori con una torta. Non me l’aspettavo. Ho cominciato ad amare profondamente le piccole cose ed hanno sempre quell’effetto sbalorditivo su di me. Quel piccolo pensiero mi riconcilia con la mia anima, con il mondo, con le persone che, non avevo giudicato, ma che avevo inquadrato inizialmente nel modo sbagliato. Non so se fu quel gesto, ma con la ragazza cominciai ad avere un ottimo rapporto confidenziale. Dai sogni futuri ai problemi quotidiani, dagli scherzi fino alle esperienze passate. Dovessi mettere sulla bilancia le persone più importanti di questi mesi in Corsica credo che lei e Steven siano equilibrati nello stesso modo.

Il ragazzo della Bretagna si siede vicino a me in quel piccolo balconcino dopo essere tornati dal servizio serale. La casa è silenziosa e gli appartamenti accanto non sono ancora completamente invasi da turisti. Mi chiede di non mollare e rimanere. Dovessi andare via mi verrebbe dietro come fosse un’ombra. Mi chiama continuamente “mon pote” che in francese è come dire “fratello mio”, un amico sul quale contare quando i fantasmi di una vita di merda lo invadono continuamente. Piango insieme a lui abbracciandolo. Sarà frutto del nervoso che mi ha assalito in quei giorni senza sosta, alla malinconia di non essere accanto a mio fratello alle prese con una tesi di laurea e la conseguente fine di un lungo cammino di vita. Mi vede triste, lo diventa anche lui e nei suoi occhi vedo semplicità e una disperata voglia di affetto e confidarsi. Decido di essere il suo angelo, di non lasciarlo, di non mollare per lui e continuare la mia evoluzione anche in una cucina, la quale detesto in qualità di ambiente lavorativo, ma che può riservarmi un discreto futuro.

Passo i pomeriggi prelavoro con i miei colleghi al bar sorseggiando una bibita fresca. Stringo amicizia con Fiorenza, la mamma della proprietaria. La reputo una persona estremamente interessante, una di quelle dalle quali circondarsi. Poter parlare di concetti diversi da quelli comuni. Decido di regalarle il mio libro dopo avermi fatto la piccola confidenza sull’essere gelosa dei manoscritti e mi prendo cura di scriverle una dedica particolare. Si commuove in quella mattinata soleggiata, si avvia nel piccolo porticciolo, pensierosa e felice. Probabilmente la mia dedica la appaga del lavoro che sta svolgendo in quel locale ed appaga me quando vedo le persone che reagiscono così ai miei regali.

Punta Spanu

Quando voglio stare solo vado a Punta Spanu a pochi chilometri di strada. Lì posso essere in compagnia dei quattro elementi che fanno capolino attorno alla torre genovese che mi regala un pizzico d’ombra. Anche la mia voglia di viaggiare non si è mai esaurita. M’innamoro perdutamente di quest’isola e della sua morfologia selvaggia. Mi imbatto continuamente in piccoli meravigliosi borghi sparsi per la Balagne e per il resto dell’isola. Da Sant’Antonino a Pigna, da Speluncato e Nonza. Adoro il silenzio nei vicoli di questi paesini. Sembra che il tempo si sia fermato rendendoli magici. Passeggio e scatto foto a ripetizione quando con la mia automobile faccio zig-zag tra le strade dei calanchi di Piana e tutte le viste mozzafiato che la Corsica sa regalare. Invece il mare con decine di tonalità di blu, nascosto tra le calette, mi coccola donandomi positività. Mi sento libero quando provo ad abbozzare degli pseudo allenamenti tra sentieri e saliscendi. Ma questa volta mettere la scarpe da running non è semplice e quella piccola voglia si tramuta in un’azione fatta per forza. Faccio fatica e non sono abituato a percorsi del genere; inoltre la lunga pausa post Passatore fa più male del previsto, riportandomi molto presto in uno stato di turbamento.

Marine di Sant’Ambroggio

Solitamente ripongo nella corsa l’evasione dal negativo che mi circonda. Sono sempre stato dell’idea che la stanchezza mentale sia più potente di quella fisica. In questi anni di continue corse ho imparato a conoscere perfettamente il mio corpo e la mia mente ed i miei umori questa volta accendono la spia di un motore quasi in avaria. C’è qualcosa che non va! È diverso dal solito, una novità mai provata. Ha l’odore dell’ingiustizia e dello schiavismo. Dentro di me cambia qualcosa e il senso di diritto umano e libertà s’impossessano di me. Diciamoci la verità, ci sono cose più importanti dei soldi, e non sono poche. Tra queste ho sempre avuto almeno quattro principi fondamentali su cui ho basato le mie esperienze lavorative, sia da libero professionista che da dipendente. I soldi danno tranquillità più che felicità, inutile negarlo. Grazie ad essi abbiamo la possibilità di produrre progetti e realizzarli, o avere la sicurezza quotidiana del classico piatto di pasta. Ma cosa accade quando mancano quei quattro pilastri? Ho fondato il mio lavoro sul RISPETTO, sulla GRATITUDINE, sulla SALUTE e soprattutto sulla LIBERTA’. Ho dato un peso notevole a questi quattro fattori, combattendo nel corso degli anni per ottenerli. Ho imparato sulla mia pelle che il denaro riduce l’essere umano ad una bestia pericolosa, la rende immune ad alcuni di quei piccoli concetti espressi precedentemente. Mi rendo anche conto che viviamo in un’epoca in cui il menefreghismo dilaniante che traspare dai padroni, perché chiamarli datori di lavoro sarebbe un complimento, ha raggiunto livelli estremi d’indecenza contributiva. Ma se un leone viene messo in gabbia, sottraendogli la libertà, con il passare del tempo diviene feroce. Il rispetto è reciproco, sia per il povero che per il ricco, sia per il vecchio per il giovane; la gratitudine deve essere una componente importante per il lavoratore, che lo appaga rendendolo ancora più operativo. La salute è tutto, un cult che non passa mai di moda. Quando tutto questo viene a mancare la rivoluzione nasce e cresce in modo esponenziale, ed una folla marciante, trascinata da un leader, che di ingiustizie in paesi poveri le ha viste da vicino senza poter far nulla, può essere fermata solamente con alcuni compromessi e con i fatti, di chi ha dimenticato che per fare il padrone, non occorre soltanto tirare fuori dalle tasche qualche banconota per pagare i propri schiavi. A volte occorre ricordare a questi signori che l’uomo fa i soldi, non i soldi l’uomo.

Ottenemmo qualcosa quella sera in cui il nervosismo ci prevalse. In cui i miei compagni di cucina e di sala si unirono. Tirai fuori quello spirito rivoluzionario andando contro le ingiustizie. Lo avevo già fatto ottenendo piccoli risultati, lo feci di nuovo prendendoci gusto. La mattina seguente Ciccio scappò. In fondo ogni piccola battaglia ha le sue perdite. In quella silenziosa cucina il vento stava cambiando, e forse anche la mentalità in alcuni di noi. L’assenza di un uomo in cucina ci avrebbe messo in difficoltà fino alla fine di agosto, ma fummo fieri di aver alzato la testa.

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