100 km del Passatore: dove non arrivano le gambe arriva il cuore

“Daje, dajee, dajeee!”

Le mie grida rimbombano in una Faenza ancora un po’ sorniona e stremata dalla fatica in una domenica mattina silenziosa, dopo una lunga notte di passione podistica. Non sono in grado di trattenere le gambe nonostante il dolore, corro come non mai, vedo l’arco di arrivo in lontananza. L’avevo soltanto visto nelle foto degli altri o in televisione. Durante questi mesi sognavo di passarci sotto, di piangere e di alzare le braccia al cielo. Sono lì, ci sto arrivando a grandi falcate, a concludere la mia gara numero 100 nella gara da 100 km. Piazza del Popolo è a poche centinaia di metri…

Era gennaio, ricordo bene. Avevo finito di scrivere il mio libro sul mio lungo viaggio in Asia. Aspettavo impazientemente che mi venisse revisionato per procedere alla pubblicazione. Nel frattempo la mia passione per il running subiva un leggero declino. È la prima volta che mi accade in cinque anni corsa. Gli obiettivi per un runner sono indispensabili, probabilmente una componente importante per trovare nuovi stimoli. Qualcosa andava fatto. Un giorno era uguale all’altro, la routine post viaggio mi distruggeva interiormente e con essa la voglia di spaccare il mondo, ma mi rendevo conto di non avere nessun arnese per poter cominciare. Ci voleva qualcosa di diverso dal solito, qualcosa di folle. Non sono un matto, anche se a volte mi piace esserlo perché mi fa sentire vivo e sono sempre cosciente ogni volta lo sia. La maratona di Roma sarebbe stato un evento al quale sicuramente avrei partecipato, ma non volevo fosse nuovamente un obiettivo. Se migliorare a livello di tempi su tutte le distanze, doveva essere il mio traguardo principale, allora tanto valeva buttarmi in pista e cominciare a fare ripetute su ripetute, ma sapevo non fosse la strada giusta.

Un fulmine a ciel sereno mi penetra durante uno dei miei allenamenti futili. La 100 km del Passatore. Pensarla mi fa paura, ma potrebbe essere proprio questa a farmi volare. Non ho mai corso un ultra maratona, non so cosa possa esserci dopo 42,195 metri, dopo quella sottile soglia. È un po’ quello che si chiede ogni runner, ogni maratoneta. Sì ma proprio 100 km? Non so neppure da che parte cominciare, l’unica cosa che posso fare è ricominciare tutto da capo, immagazzinare più informazioni possibili. Le risposte alle mie domande ai compagni di una vita era del tipo: “fai una maratona al mese e qualche ultra” oppure “scordati di correre i classici 10 km e comincia con 20 km di base”. Che tutto ciò fosse assurdo lo sapevo da tempo, lo avevo scoperto quando vedevo altri conoscenti che si immolavano in questa gara, tra morti e feriti su quel Passo della Colla ed i ritiri tra i km 65 e 70. Eppure ebbi il coraggio di iscrivermi, di porre il mio nome nell’elenco iscritti e di comprare un biglietto del treno per Firenze. Il grosso era fatto!

Da gennaio a maggio di sacrifici ne ho fatti tanti, troppi. Se mettessi lo stesso impegno della corsa, nel lavoro, allora sarei un multi milionario, e invece no. Sono solo un ragazzo della periferia di Roma che si sente vivo quando fa pazzie podistiche. Maratone tra Terni, Brescia, Roma e Rieti. Altre corse in giro per il Lazio, nei paesi più disparati ed allenamenti di ogni tipo e in ogni luogo. Una nuova squadra che mi è stata sempre vicino ed ha fatto il tifo per me sin da quando gli comunicai la notizia sulla mia partecipazione alla 100 km. Stavo bene mentalmente, ad ogni gara miglioravo i miei tempi su tutte le distanze. Non mi ponevo nessun limite, tutto stava andando semplicemente bene. Durante quei lunghi lenti tra le campagne di Ostia Antica cercavo nei miei pensieri, dispersi tra quella strada sterrata, l’immagine di come potesse essere il percorso da Firenze a Faenza. Mi sforzavo in tutti i modi di rivedermi a correre di notte tra salite e discese, tra caldo e freddo, fino al sorgere del sole, in preda ai dolori fisici che il mio fisico avrebbe, o non avrebbe sopportato. In mezzo a questo c’erano anche i fantasmi di un’eventuale sconfitta. Il Passatore mi esaltava, ma mi metteva angoscia nello stesso tempo. Sul calendario i giorni passavano inesorabili e con essi la paura di non essere pronto.

Sono a Firenze da giovedì. Ho conosciuto dei ragazzi con i quali ho condiviso due giorni di risate e che mi hanno aiutato a non pensare alla gara. Me la sono spassata nella città del Giglio, ho cercato di rilassarmi il più possibile, di idratarmi al meglio nonostante ogni 20 minuti dovetti prendere un caffè ai bar per andare in bagno. Se c’è una cosa che ho sempre odiato nella corsa è l’idratazione i giorni precedenti la gara ed il conseguente via vai al bagno. Vago con leggerezza mentale per le strade fiorentine, mi sembra strano che non stia pensando alla gara, forse ho avuto talmente tanto tempo per prepararla che alla fine neppure mi preoccupa. Sapevo non fosse vero, avrei soltanto dovuto aspettare sabato. Arrivavano i primi messaggi d’incitamento dai compagni di squadra, dai familiari, dagli amici, da tante persone. I miei occhi cominciavano a diventare lucidi anche per il nervoso, ma venivano nascosti dagli occhiali da sole, mentre ero in fila per ritirare il pettorale nella zona delle Cascine.

Simone Montaldi pettorale n. 2265. Sarei stato solo un numero per 99 km. Mi siedo in un angolo, sono solo, nuovamente solo. Ormai la mia solitudine è diventata la mia inesorabile compagna di viaggio. Mangio, sono irrequieto, ma cerco di stemperarla chiacchierando con qualche veterano che mi consiglia di godermela e stare calmo. La mente è un frullatore di pensieri. Il mio cervello è una mina contradditoria. Vorrei risvegliarmi da questo pseudo sogno direttamente a Faenza. Non sarebbe però giusto per me stesso, e per tutti sacrifici fabbricati in questi mesi, non potermi godere questa nuova avventura. Ho il potere nelle mie mani, non il destino, a quello non credo e non penso che in quelle ore possa aiutarmi. Credo invece in me stesso, alla mia determinazione alla mia tigna. Mi fa paura l’estremo orgoglio di portare a termine una gara anche in preda ad una crisi. Ho sempre avuto il terrore di gettare nel bidone dell’immondizia i sogni. Sapevo che stavo compiendo un’impresa personale diversa dalle altre, di gettare il cuore oltre l’ostacolo; sapevo che a Faenza la mia famiglia era già lì ad aspettare il loro eroe in un’impaziente attesa, preoccupati ed emozionati.

Arrivano alcuni amici: Armando, Paola, Mauro, Roberto e Massimo. Loro sono le facce che non dimenticherò, che hanno fatto parte di questo viaggio. Anche se non ho corso in loro compagnia, mi hanno fatto da chioccia in questo mio primo Passatore. I consigli, il pranzo, le risate e quella lunga camminata verso Piazza del Duomo; lo start, la festa, le urla, gli applausi, i passi dei runners. Tutti si fonde, tutto ha inizio. Le paure svaniscono, ora comincia un inesorabile conto alla rovescia che parte da 100 e viceversa. La parte finale di quel lungo cammino, l’inizio di quella lunga strada che spero finisca al centesimo chilometro.

Mi godo i primi chilometri. Firenze è in festa, la salita verso Fiesole è già emozionante con tutto il panorama cittadino. Vetta Le Croci è un piccolo stadio a cielo aperto. I tifosi sono i tifosi di tutti i 3300 partecipanti. Ognuno di noi ripone nel suo cuore l’entusiasmo di quelle persone. Loro sono la nostra benzina, sono importanti quanto un ristoro, hanno un’importanza vitale per il proseguo della corsa. Nonostante abbia accumulato consigli non so come correre, non riesco a tenere un tempo, cammino in salita, corro in discesa e rallento in pianura. Tutta la mia strategia iniziale stava svanendo, correrò a sensazione, ma con la testa. La testa mi aiuterà ad affrontare ogni problema mi si ponga davanti, il cuore invece avrà il compito di continuare a crederci. Borgo San Lorenzo al km 31.6 è una via tempestata di gente in festa. Mi esalto e provo a trovare il giusto coraggio per affrontare il Passo della Colla. Il caldo opprimente di Firenze ci ha lasciato, ora una leggera brezza comincia a farci respirare.

Comincia la salita, imposto il mio passo breve e veloce che mi porti su senza stancarmi troppo. Una piccola pioggia comincia a stuzzicare le mie braccia scoperte. Il cielo diventa scuro, complice anche una nuvola nera. Dietro di me percepisco un sole che svanisce in un tramonto più silenzioso del solito. La notte su quella salita fa paura. Ho sentito storie di terrore sul quel passo appenninico. Indosso una maglia a maniche lunghe e a seguire un impermeabile. La pioggia aumenta leggermente di vigore, ma non è fastidiosa. Posso vedere la sua intensità dalla luce della mia piccola torcia che mi illumina la strada insieme a quella dei gregari in bicicletta che accompagnano altri runners. Sono ore che non parlo, da quando è cominciata la salita. Immaginavo di fare i conti con il silenzio. A volte mi piace, ma stanotte è snervante ed assordante. Sento dei rumori e con il passare dei metri si fanno sempre più forti. Capisco che sto arrivano a quei 913 metri del Passo della Colla di Casaglia e poi finalmente scollinerò. Mi riposo qualche minuto, nutrendomi e rigenerandomi allungando qualche muscolo. Sono al km 48, non sono neppure a metà strada e sono già stremato. La mia paura più grande era questa e si stava facendo viva. Arrivare fin qui dopo tanti chilometri corsi e scoprire l’amara verità: essere a metà strada. Combatto con questo spettro che mi porto dietro sin dai primi allenamenti. Mi rifugio invece in quella che sarà finalmente una discesa continua.

Non è ancora domenica. La mezzanotte non è arrivata. Quella notte profonda è appena iniziata e vedrà una fine soltanto quando si sarà stancata. Sarà proprio lei a dettare legge su di me. Usa le armi a suo favore. La pioggia e il freddo provano a prevalere sulla mia stanchezza. Nonostante ciò adotto un buon passo, cerco di non pensare al dolore che inesorabilmente sta giungendo sulle mie gambe, o alle vesciche che stanno nascendo sotto i miei piedi. Il km 64.7 di Marradi è un altro di quei check-point che ti risolleva per pochi istanti il morale. Capisco che un’altra parte di gara è passata, ma quando il cervello si riconnette è un attimo tornare sull’orlo del precipizio: mancano ancora 35 km. “Simone che vuoi che siano?” È una domanda che mi pongo anche quando arrivo al km 70 e al km 76 di San Cassiano. Mancano ancora 24 km. Ne ho fatti talmente tanti che ne mancano ancora tanti. È un loop dal quale non ne esci mai fuori. Cerco di non entrare nell’ottica della crisi mentale. Non voglio prevalga su di me altrimenti è la fine della fine. Incontro un ragazzo al ristoro dell’80° km. Anche per lui è la prima volta e mi confida che si sta ritirando. Mancano 20 km, poco meno di una mezza maratona. Involontariamente sta condizionando anche me con la sua decisione e con il suo atteggiamento negativo e sconfitto. Non voglio stare un minuto in più con lui, non voglio fare la sua stessa fine. Mi dà una pacca sulla spalla e gli prometto che non mollerò. Le gambe hanno già cominciato a tradirmi, non hanno voglia, non hanno più la propensione a continuare. Sto camminando da un bel po’ di chilometri e tutto è noioso ed estenuante. Sto vivendo un incubo. Sono solo, è buio, mi fa male ogni parte del corpo. Il mio passo svelto ora è diventato ciondolante, mille metri sembrano lunghi quanto una maratona ed anche la testa ha cominciato a girarmi.

Arrivo a Brisighella al km 88.1 e non mi rendo neppure conto di come ci sia arrivato. 12 km all’arrivo. Che vuoi che siano, li faccio sempre in allenamento, sono una costante settimanale. Ma oggi tutto è diverso. Oggi è diversa anche l’alba che sta nascendo, dipingendo un colore diverso su quei vitigni di Sangiovese. Sto correndo e camminando da 15 ore, non ho voglia di fermarmi, ma ogni tanto devo farlo. Accendo il cellulare, il segnale sarà sicuramente migliore rispetto a qualche ora fa ed infatti sento la vibrazione che non si ferma a causa della moltitudine di messaggi. Un’intera notte di supporto e l’attesa da parte di tutti gli amici, che si sono appassionati alla mia impresa, era racchiusa in quei messaggi. È stata anche la loro gara, sono stati sempre con me, con il cuore e con la mente; con la speranza di mio fratello, che non aveva chiuso occhio, ad aspettare che portassi a termine il mio lungo cammino. Ritrovo un passo leggermente svelto, abbozzando addirittura una leggera corsa. Le gambe m’implorano di non esagerare mentre passo il cartello che mi dà il benvenuto a FAENZA accanto a quello che indica i 97 km. Mi chiedo quale tipo di divinità mi abbia consigliato tale sofferenza sportiva: il Dio della Follia come ha detto Alessandro.

Vedo il cartello dell’ultimo chilometro, sto impazzendo, ho già la gioia dentro di me che sta esplodendo. Trovo le energie nonostante sappia di non averne. Incredibilmente tengo un passo da 5’ al km. Non vedo l’ora di arrivare, di raggiungere qualcosa che fino a poco fa sembrava astratto e che invece si sta concretizzando passo dopo passo. Faenza ancora dorme. Sono le 7 di mattina e da 16 ore che mi trovo su quella strada, dalla notte al giorno, trascinando quello zainetto pieno di sogni e speranze. Intravedo mia madre da lontano, sono felice, impaziente di arrivare da lei e di abbracciarla una volta terminato; mi viene incontro con una maglietta con su scritto: “dove non arrivano le gambe arriva il cuore”. Il mio motto, quello che mi porto dietro sin dai primi passi compiuto per questo sport. Non immaginavo potessi arrivare sin qui, poter concludere 100 km nella 100° gara. Qualche metro e vedo anche mio padre che da sotto il porticato si proietta immediatamente in mezzo alla strada; anche lui si commuove mentre riprende il suo fiero soldato che giunge al traguardo sotto quella romantica pioggia mattutina. Grido, la gente mi applaude, ho le lacrime, sto provando a capire chi abbia intorno ma non capisco neppure dove sono, cosa abbia fatto. Sono ubriaco di felicità, sono l’esempio lampante della felicità. Vorrei poter festeggiare in un modo speciale ma l’unica cosa che mi viene naturale è piangere. Piango perché quando si raggiunge un obiettivo la soddisfazione è inimmaginabile. Sento mia zia che mi abbraccia, trema più di me, piange con me. La stanchezza è svanita per un attimo, il ricordo invece non svanirà mai. Sono queste le emozioni che mi fanno continuare a vivere la mia vita mezza sconclusionata e che mi travolgono giorno dopo giorno. Mia madre mi abbraccia al di là delle transenne, mi dice semplicemente che sono stato forte, un duro. Le rispondo singhiozzando come un bambino: “mi fa male tutto”. Se esiste qualcosa per il quale vale la pena vivere, è sicuramente quello di rincorrere i propri sogni e di realizzarli a qualunque costo, anche se sono distanti 100 km. Dove non arrivano le gambe arriva il cuore è semplicemente una frase che porta a non arrendersi mai e a vivere la vita minuto dopo minuto.

Dopo un giorno ho ancora l’adrenalina ed ancora mi commuovo rivedendo foto e video che sto guardando all’infinito. Faccio ancora fatica a credere di aver corso così tante ore. Ricevo ancora messaggi da amici e conoscenti che mi ripetono di averli fatti sognare: “sei l’eroe di tanti sognatori statici”. Forse il messaggio più bello è quello di Andrea. Non riesco a capirne il motivo. Non credo di dover dare spiegazioni sul perché mi piaccia correre, non so spiegare cosa provo correndo e cosa abbia provato a correre 100 km, anzi, forse non c’è nessun concetto logico che porti a spiegarlo. Se provo però ad impegnarmi posso provare ad interpretare la partecipazione a questa gara in questo modo: corro perché mi piace emozionarmi anche durante un allenamento, ma soprattutto corro perché è l’unico modo che ho per sognare, e la 100 km del Passatore ne è stato il perfetto esempio!

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4 risposte a "100 km del Passatore: dove non arrivano le gambe arriva il cuore"

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