Cronaca di un maratoneta a Roma

7 Aprile 2019

Ore 5:20

La tenue luce dei lampioni entra nella mia camera passando tra i fori dell’avvolgibile lasciato leggermente aperto. Mi sono svegliato prima che la sveglia suonasse. Capita raramente un evento del genere. Non ricordo di aver dormito abbastanza: credo due o al massimo tre ore. Quell’ansia pre-maratona cominciata già da qualche giorno è un chiodo fisso nella mente e non mi ha quasi mai abbandonato. Sono stanco, ho gli occhi “abbottonati” e non mi rendo conto che fuori è ancora buio; alzo la serranda della mia stanza come se fuori ci fosse un sole splendente e invece guardando attentamente dal riflesso della luce del lampione scovo qualche goccia di pioggia.

Ore 5:30

Suona la sveglia. Avevo dimenticato di toglierla. Do un’occhiata al meteo, spero piova, ma non che piova forte. Cerco di svegliarmi completamente lavandomi il viso con l’acqua gelata che, oltre a darmi uno scossone mi ricorda che tra 3 ore ci sarà lo start per la maratona.

Ore 5.45

Faccio colazione. Non ho voglia in realtà. Raramente mangio qualcosa quando la mattina mi sveglio così presto. Non sapevo neppure esistessero le cinque di mattina. Una crostata fatta in casa con marmellata di albicocche e caffè vanno giù a fatica, ma sono indispensabili.

Ore 6:00

Scambio due parole con mio padre. Non ho mai voglia di parlare la mattina, qualsiasi ora mi svegli, figuriamoci a quest’ora, per di più con tutta l’ansia che mi ha letteralmente catturato. Il mio corpo ha bisogno di lasciare andare qualcosa dal suo interno. Nel mentre faccio mente locale; lo zainetto è già pronto dalla sera prima e non manca nulla. Non ho riti scaramantici, ma ricontrollo ugualmente ogni cosa.

Ore 6:15

Mi vesto. Sto attento nel mettere i calzini nei lati giusti. Non vorrei trovarmi a fare simpaticamente un girotondo mentre corro. Scelgo le scarpe, infilo sotto la tuta la tenuta con la quale correrò. Attacco il pettorale di gara, lì dentro sono nascosti i miei segreti, le mie paure, i miei sogni. Presto sarà stropicciato e bagnato, anche lui farà parte di questa piccola battaglia.

Ore 6:30

La stazione di Acilia è semideserta. Ci sono degli adolescenti appena scesi dal treno proveniente da Roma che fanno baldoria: non li tollero. Una timida pioggia continua a cadere con dolcezza sui binari. Qualche runner fa la sua apparizione sulla banchina. C’è qualche lavoratore mattiniero che ci guarda incuriositi e dei ragazzi con delle valigie, intenti ad andare in vacanza.

Ore 6:48

Il treno arriva. Sarà lui a trasportare la carovana degli atleti del litorale al centro di Roma. Incontro i miei compagni dell’Ostia Antica Athletae ed i miei ex compagni della Podistica Mare di Roma. Qualche battuta per stemperare una tensione che si legge negli occhi di tutti. Oggi ci vogliamo bene più del solito ed i consigli sono sempre ben accetti.

Ore 7:15

Dall’uscita dalla metro B di Circo Massimo s’intravede il Colosseo, attorniato da tutti i colori di coloro che prenderanno parte ai 42 km. Incontro altri amici nel piccolo bar, con i quali scambio un caloroso abbraccio. Un altro caffè finisce nello stomaco: spero abbia la funzione di farmi svegliare.

Ore 7:35

La mia borsa con l’adesivo 2476 finisce nel camion. All’interno delle transenne si respira aria di festa e concentrazione. Ci sono risate, foto e abbracci. Ci sono visi seri, silenziosi e solitari. La pioggia prende confidenza ed aumenta leggermente. Guardo il cielo come in un gesto di sfida, non gli chiedo una tregua, faremo i conti a fine gara.

Ore 8.27

Dagli altoparlanti l’inno di Mameli prende la scena. Lo sparo dello start della maratona per i top runner avverrà soltanto qualche minuto a seguire, poi le griglie pian piano si svuoteranno fino a creare un sinuoso arcobaleno sulle strade della capitale.

Ore 8:41

La pioggia continua imperterrita. Mi piace, mi fa sentire importante, un guerriero pronto a sfidare ogni cosa capiti di fronte il suo cammino mi fa sentire un atleta temerario. Da quella linea di passaggio, e per i 42195 metri successivi, sono racchiusi mesi e mesi di sacrifici e di sogni. Da quel momento per me scattano le risposte per capire se il 25 maggio sarò pronto per affrontare la mia personale guerra.

Ore 8:42

Finiti i Fori Imperiali, tra Piazza Venezia e la salita che porta al Campidoglio, i tifosi si fanno sentire. Sono loro in quel momento coloro che riescono a mettermi le ali. L’ansia sembra essere soltanto un vano ricordo, qualcosa di puramente astratto che si è volatilizzato in un colpo di pistola ed il rumore dei passi di tutti gli atleti sui sanpietrini romani.

Ore 10:20

Il diciottesimo chilometro mi dà il benvenuto al Vaticano. Il tratto di lungotevere che va dall’Isola Tiberina a Ponte Cavour è ormai archiviato, e la zona di San Paolo è soltanto un lontano ricordo. Ora Via della Conciliazione è un red carpet per gli atleti che vanno verso la Basilica di San Pietro. Ho già fatto questo tratto correndo svariate volte, ma non mi abituerò mai. Ho i brividi. L’emozione è tangibile soprattutto per i partecipanti stranieri che si fermano per immortalarsi con il “cupolone” alle spalle. Sto dando tutto quello che ho e vado convinto per la mia strada, aiutato dal calore della gente al di là delle transenne. Posso continuare a sognare.

Ore 11:45

L’altro lungo tratto di lungotevere vicino allo stadio Olimpico ed i vicini Parioli hanno cominciato a mettere a nudo le mie prime difficoltà ed al sottopasso di Ripetta la gestione della gara diventa complicata.

Ore 12.00

Via del Corso è uno stadio aperto a tutti i romani, a tutti i turisti e a tutte le persone che hanno voglia di incitare gli atleti. È il tratto di gara che preferisco. La crisi sta cominciando e fa capolino. Il trentacinquesimo chilometro è posizionato a Piazza del Popolo. Quella lunga curva attorniata da tifosi comuni ha il dovere di trascinarmi verso via del Babbuino. Piazza di Spagna ha in Trinità dei Monti una curva fatta di ultras, la gente urla e applaude, incita l’atleta guardandolo in quel suo viso scavato dalla sforzo, incita l’uomo per l’impresa. Chiudo gli occhi e volo in alto, qualche lacrima cerca di farsi spazio sul mio volto per l’emozione, ma non voglio darle ancora questa soddisfazione.

Ore 12:15

Entro lì. Nel mio posto romano preferito. Piazza Navona ha nella sua elegante bellezza la spinta a non mollare. Stringo i denti continuamente, è il 38 chilometro e sono nel bel mezzo della crisi. I pacer delle 3 ore e 50 minuti mi hanno superato prima dell’ingresso nella piazza. Ho provato a stare loro dietro ma non voglio rischiare. So che posso migliorare il mio record personale del 2017 e non voglio rovinare tutto rischiando di gettare la mia prestazione in pasto all’orgoglio.

Ore 12:22

Piazza Venezia è enorme e stracolma di persone di ogni genere e nazionalità. I palazzoni del Centro Storico avevano impedito al sole di penetrare completamente. Roma splende, io un po’ meno. L’Altare della Patria mi sussurra che sono soltanto due i chilometri che mancano alla fine. Gli ultimi 2195 metri e sarà gloria eterna.

Ore 12: 28

Via di San Gregorio mi illumina il Colosseo. Lo vedo lì con fare orgoglioso che comanda su Roma. Ho fatto quel tratto di strada centinaia di volta anche in auto, ma non mi sono mai abituato. Lo vedo avvicinarsi sempre di più, mentre le mie gambe reclamano una resa che sta pian piano arrivando su quegli infami sanpietrini. Scatti di fotografi al sole ci rendono omaggio e le urla tra due ali di folla tra le transenne rimbombano accanto alla meraviglia romana per eccellenza.

Ore 12:34

Quarantaduesimo chilometro. Non trattengo le lacrime. Guardo il cronometro e ce la sto facendo. Un corridore belga vicino a me mi dà una dolce pacca sulla spalla commuovendosi accanto a quel ragazzo romano. Vedo l’arco di arrivo, vedo lo sbrilluccicare di quella medaglia tanto agognata.

Ore 12:35

Uno spicchio d’ombra va sopra la mia testa: l’arco di arrivo. Alzo le braccia al cielo, chiudo gli occhi, li riapro, mi emoziono ripensando alla fatica e al sacrificio; alla solitudine e alla bellezza. 3 ore 54 minuti 11 secondi. Record personale. Così recita il mio orologio al momento dello stop. Ce l’ho fatta ma non sto capendo nulla!

Ore 12:37

La medaglia al collo pesa. Ha il peso della vittoria personale. La guardo ed è stupenda. Mi sdraio a terra sfinito, sono solo e posso lasciarmi andare mettendo la testa dentro la maglia per nascondere timidamente la mia faccia emozionata. Questa maratona non era l’obiettivo principale, ma so di aver vinto una grande battaglia. Il mio cammino verso qualcosa di più grande ha una data diversa, ma soprattutto, un chilometraggio diverso. Sono soltanto al principio di una lunga guerra fisico-psicologica, ma per ora mi basta aver conquistato la mia città. Ho conquistato me stesso, per la quattordicesima volta.

Ore 13:00

Dolorante giro per la strada senza un perché. Sono conscio del fatto di aver fatto una buona gara. Sono più conscio del fatto che mancano sempre meno ore, meno giorno e meno gare alla 100 km del Passatore.

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