Gli ultimi momenti di un lungo viaggio

“Amico mio!!!” Esordimmo così io e Giordano, il mio migliore amico, all’aeroporto di Negombo quando ci riabbracciammo dopo un anno. Eravamo contenti, i nostri occhi esprimevano felicità nel rivederci. Mi prese addirittura in braccio, probabilmente dalla contentezza i miei 80 kg per lui erano l’equivalente di una balletta d’acqua. Parlammo del volo, come stava, cambiammo i suoi euro in rupie e andammo a prendere il bus 187 che dall’aeroporto porta al centro di Colombo. All’interno del mezzo parliamo in linea di massima della mia vita in viaggio e della sua vita a Roma, abbiamo entrambi un anno di racconti arretrati e in quell’ora gelida sul bus, a causa dell’aria condizionata, cerchiamo quanto meno di rimediare.

Arriviamo nella zona del Fort, dove ripresi lo stesso ostello di quando arrivai in Sri Lanka. Giordano sin dai primi minuti si trovava in difficoltà. Ero stato chiaro sin da subito con lui: ostello, mezzi locali, cibo locale. Ovviamente in corso di viaggio cambiai le mie abitudini. Ero agli sgoccioli della mia lunga avventura, mentre per lui quella era la sua vacanza, le sue ferie, e non volevo farlo sentire a disagio. Cercai nella mia testa un compromesso e divenne un vacanza di viaggio. Il giorno dopo ci recammo da Sanath; mi aveva dato il permesso di portare lui a dormire a casa sua e con l’occasione farglielo conoscere. Appena arrivati, dopo qualche saluto, ci recammo verso Sigiriya. Era distante 2 ore circa da Kurunegala e con il minivan di Sanath arrivammo nell’attrazione in tempo per comprare i biglietti ed entrare. Quell’enorme roccia in mezzo alla foresta era una vecchia fortezza e, sebbene sopra le rovine non lasciavano particolari emozioni, si veniva ripagati da una vista mozzafiato. Oltre a enormi palmeti, la vastità della natura ai piedi dei monti, laghi e prati immensi, si potevano vedere i grandi Buddha bianchi che sbucavano da quel verde. Sopra Sigiriya il vento dominava la scena, tanto che in alcuni punti ci si poteva sorreggere ad una ringhiera e resistere al potere di Eolo. Chiudendo gli occhi il rumore del vento creava una strana sinfonia, un’essenza di vita presente in quel momento, che scombina i pensieri più ardui. Rimango circa 10 minuti in quella posizione anche perché il roseo tramonto da quel punto creava una misticanza di elementi naturali perfetti. Esternai le mie emozioni a Sanath e Giordano, non so se avessero capito cosa intendessi, probabilmente quello che avevo imparato ad ascoltare dalla natura durante quell’anno di viaggio era diverso da quello che riuscivano a percepire loro. Non ne feci un dramma e non diedi molta importanza a questo, anzi poco dopo andammo via e tornammo a casa.

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Sigiriya

Il mattino seguente, dopo una sostanziosa colazione, riempiamo il minivan in direzione Nuwara Eliya. Tra le piantagioni di thè, nebbia e qualche goccia di pioggia, i 2000 metri di quella hill station mi fecero ricordare che il freddo non mi era mancato minimamente. Nel mezzo di trasporto eravamo caldi, in quanto Sanath, oltre alla moglie e ai suoi due figli, avevo invitato a quella gita anche i suoi suoceri, e in più io e Giordano avevano i nostri due zaini che fungevano da persona. La scomodità era tanta, ma alla fine entrambi sapevamo del piacere che il ragazzo srilankese ci stava facendo. Un viaggio di 8 ore, quando sulla carta dovevano essere circa 4. Uno stop per la colazione, un altro per la visita di un tempio buddhista e ad una diga con centrale idroelettrica; poi una fabbrica di thè ed altri pit-stop vari. Arrivammo a Nuwara Eliya all’imbrunire e perdemmo circa un’ora nel cercare di acquistare cappelli di lana, sciarpe e qualche giacchetto per coprirci dal freddo pungente. Io tirai fuori dal mio zaino la giacca a vento che avevo comprato a Kathmandu e che avevo utilizzato per il mio trekking sulla regione dell’Everest. Cenammo con un piatto di riso misto, in Sri Lanka è il piatto principale. Arrivati in hotel, io, Giordano, Sanath e suo suocero mangiammo anche del pollo con verdure all’interno di un sacchetto cartonato e bevemmo una birra nell’androne dell’hotel.

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Il giorno dopo, nonostante alcune piccole dolci insistenze da parte del ragazzo srilankese nel continuare quella piccola avventura con lui, Giordano ed io avevamo deciso che era giunta l’ora di spostarci verso lidi tropicali più consoni a due ragazzotti vogliosi di divertimento. Prendemmo un tuk-tuk che ci portò a Wellawaya. Poi da lì contrattammo con un altro guidatore che ci portò sino ad Arugam Bay, il paradiso del surf srilankese. Neanche il tempo di posare gli zaini, costume e via nelle onde azzurre della baia. Alcune di esse arrivavano fino a due metri ed il passatempo di prenderle e farsi spingere il più vicino possibile alla riva era spassoso. Nei giorni successivi la spiaggia dorata di Arugam, il caldo cocente e il mare increspato, faceva in modo che le nostre giornate passassero nel modo più tranquillo e rilassante possibile, concluse quasi sempre con una birra da 66 cl su delle sdraie poste a pochi metri dalla riva. Il proprietario dell’albergo, un signore sulla sessantina sdentato, era uno dei pionieri del boom economico e turistico di quel tratto di costa. I suoi DORMIRE, MANGIARE, SCOPARE ogni volta che ci vedeva, non solo erano irriverenti, ma anche snervanti. Ogni tanto cercava di intraprendere qualche discorso serio con noi due, ma le sue carte se le era giocate male sin dall’inizio e la sua simpatia non era certo una cosa di cui andarne pazzi.

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Arugam Bay

Primo pomeriggio, leggermente sfatti da una serata passata al Whisky Point di Pottuvil, distante 10 km da Arugam. Uno di quei party a base di alcool e musica elettronica da una parte, ombrelloni, falò e baci dall’altra parte della spiaggia. Una pista da ballo internazionale dove l’inglese la fa da padrone. Avevamo accusato quella serata, non era più ventenni, ma fortunatamente in spiaggia il caldo non era torrido. Con il pallone, comprato il giorno prima, passiamo il tempo creando delle porticine con le infradito cercando di fare goal con tiri da lontano. Due ragazzi ci notano durante la loro passeggiata, si avvicinano e ci chiedono senza troppi indugi un due contro due. Sono francesi, parigini per l’esattezza, ed hanno dieci anni in meno di noi. Accettiamo la sfida! Stabiliamo che si arriva a 5 e con esso l’unica regola: non esistono regole! Uno dei due ragazzi transalpini è alto e slanciato e sembra avere un buon tocco di palla, il suo amico è più di sostanza, ma sa il fatto suo. Andiamo sotto di 3 a 0 in pochi minuti. Ci guardiamo, entrambi sappiamo che in caso di sconfitta, non saremmo dovuti tornare a casa, né tanto meno rendere pubblica l’eventuale disfatta. Decidiamo di fare sul serio, siamo già stremati, ma comincia ad uscir fuori la nostra audacia e furbizia. Cominciamo a giocare leggermente sporco, qualche spinta, tiri da fuori, insomma quello che va fatto per cercare di cambiare il corso del match. 3 gol del Giordanone nazionale e 2 del sottoscritto, che sommati fanno 5 e la partita è vinta. Francesi a casa a testa bassa, si rifaranno con il mondiale vinto, ma la nostra apoteosi sembra più importante e condividiamo la nostra impresa al mondo.

Passiamo l’ultima giornata con un velo di malinconia e con la consapevolezza che il giorno dopo ci avrebbe aspettato un bel viaggio per Galle, nel sud dello Sri Lanka. Arriviamo in una delle città più suggestive del Paese, con il suo forte olandese a picco sul mare, le chiese antiche ed i suoi locali e shop al limite del lusso; quei vicoli fermati dal tempo tra le case bianche attorniate dalle folte piante di bouganville con i loro fiori fucsia: tutto sembrava uscito da una di quelle brochure presenti nelle agenzie turistiche. Mangiamo, vista l’ora tarda di cena, un po’ di riso con pollo, uovo sodo ed un mix di verdure piccanti accompagnato tutto da una birra allo zenzero. Neppure il tempo di digerire e ci rinchiudiamo nella nostra calda stanza, dove a rinfrescarci c’era soltanto un ventilatore messo in un angolo che molto spesso si spegneva a causa dell’improvviso salto di corrente. Rimaniamo poco in albergo, giriamo per Galle un intero giorno spendendo probabilmente molto più del previsto e ci organizziamo per il proseguo del viaggio.

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Galle

Inizialmente avevo previsto una sosta a Colombo, in modo che Giordano scoprisse qualche angolo che non aveva potuto vedere il primo giorno, ma cambiamo idea, prenotando una stanza con aria condizionata e piscina nel giardino alla modica cifra di 10 euro a Negombo. Decidiamo di darci al medio-lusso, non quello a cinque stelle, ma neppure di andare in qualche guesthouse pulciosa. Passiamo il primo giorno al Negombo Beach Park, una lunga spiaggia, non proprio pulita e piena di gente che si diverte tra gli scrosci delle onde. Per un attimo mi sembra di tornare indietro nel tempo di qualche mese fa rivedendo le famiglie indiane al mare. Il giorno successivo relax in piscina. Acqua leggermente fredda a causa del cielo nuvoloso che non riesce a scaldarla, poi sulla sdraia con il vento che ti solletica la pelle e poi di nuovo in acqua. Così passai il mio ultimo giorno, nella semplicità più totale. Non volevo fare nulla di eclatante, tipo un bagno al mare vestito o ubriacarmi o una qualche cena di pesce fresco, ma volevo passare quelle ultime ore del mio lungo cammino con la stessa genuinità di tutti i popoli incontrati.

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Eppure c’era ancora qualcosa che mancava, qualcuno che non avevo salutato. Chiesi a Giordano che sarei andato da solo in spiaggia, un momento solo mio, senza spettatori, da passare con un amico inseparabile: il TRAMONTO. Andai in direzione del mare, capii già che il sole non era ancora sceso, ma si trovava dietro le nuvole, quindi invisibile quel giorno. Mi piaceva pensare che non aveva avuto il coraggio di presentarsi, di dirmi addio e farsi vedere in tutta la sua bellezza. Pensai che la sua timidezza, quella voglia di non salutarmi, era frutto della tristezza per la mia immediata partenza. Aspettai circa trenta minuti in spiaggia accanto ad una barca una volta bianca, ora ingiallita dal tempo. Con le cuffie ascoltai qualche canzone nostalgica. Incredibile come il cervello comandi in questi momenti, andando a cercare le note più malinconiche. Ad un tratto uno spiraglio da quelle nuvole, qualche timido raggio usciva fuori. Questo mi bastò, lo vidi come un saluto, accettai, a malincuore, ma fu qualcosa. In fondo ne avevo visti tanti di tramonti, e quel mio amico a volte rosa, a volte rosso e a volte arancione, durante tutto il viaggio, era riuscito a non farmi sentire solo. Piansi un paio di volte, con poche lacrime. Piansi perché ero felice nell’aver raggiunto un traguardo che mi ero prefissato sin dall’inizio. Piansi perché rivedevo nella mia testa ogni singola emozione. Piansi perché stava finendo la cosa più bella che avessi mai fatto in tutta la mia vita.

Tornai in albergo, andammo a mangiare e subito a dormire. Alle 5 di mattina andammo in direzione dell’aeroporto e poi un volo Colombo-Delhi e Delhi-Roma, che mi riportò a casa. Aeroporto diverso, sguardo diverso, questa volta più importante, quello di mio fratello. Giordano era riuscito a riportarmi a casa, mio padre e mia madre ringraziavano il mio amico. La mia famiglia era la cosa che più mi era mancata e nel rivederla il mio cuore esplodeva in un milione di piccoli pezzi. Cercai di non piangere, ero emozionato, curioso di sapere il mio immediato futuro nella mia città, ma con una mentalità completamente diversa rispetto ad un anno fa.

Andai a letto alle 3 di notte, non prima di aver visto e rivisto il video che avevo preparato e pubblicato sui social network. Pensavo continuamente a tutto, ogni immagine del mio viaggio era stampata nei miei occhi. Ogni momento passava e veniva scartato da un altro ancor più bello e poi un altro ed un altro ancora.

Ancora sogno ad occhi aperti in qualsiasi luogo mi trovi. Ho toccato con mano le mie emozioni, non le ho soltanto vissute. Posso sentire tutte le lingue ascoltate, posso sentire nel mio palato ogni sapore di tutte le cucine provate. Posso ascoltare il rumore del mare, il vento tra gli alberi ed il rumore dei miei passi durante una maratona. Posso sentire la pelle ruvida di un elefante o le mani di una donna accarezzare il mio corpo. Riesco a vedere la povertà ed i sorrisi, la felicità di vivere e la disperazione di chi non ha nulla. Riesco a sentire i fuochi d’artificio, il click della mia macchina fotografica ed il suono di una chitarra. L’unica cosa che non riesco a fare è dormire ripensando a tutto questo. Mi giro e mi rigiro sul mio letto, forse troppo comodo, nella mia camera, forse troppo buia. Ascolto il mio cuore che mi dice di tenere duro, di non mollare e di portare avanti tutti i progetti che ho in mente. Mi sento un vulcano pieno di idee, ma l’attimo dopo non erutto più e mi spengo inesorabilmente affogato in quei 365 giorni pieni di emozioni.

Poi mi fermo, mi sento fortunato perché ho capito molte cose. Ho capito che non ho bisogno del superfluo come 3 paia di jeans o 15 magliette; ho capito che non ho bisogno di una macchina ad alta cilindrata o dell’ultimo modello di occhiali da sole. Ho capito che la vita è fatta di piccole cose, quelle importanti che danno un valore vero alla giornata. Non voglio la mia vecchia vita e sto cercando di scalzare le persone che vogliono che il vecchio Simone ritorni. Non mi avranno mai!

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CASA DOLCE CASA

La testa mi scoppia, provo a dormire. Domani è un altro giorno.

Que será, será 
Whatever will be, will be
The future’s not ours to see
Que será, será

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