Ultima tappa: Sri Lanka

Avevo archiviato i quattro mesi indiani. Mi sentivo emozionato, ma anche leggermente impaurito nell’affrontare lo Sri Lanka, per il semplice motivo che sarebbe stato il mio ultimo Paese in questo lungo anno di viaggio. Arrivai a Colombo in tarda mattinata, studiando anzitempo come poter giungere al centro della città e cosa fare in quei due giorni nella ex capitale singalese. Non avevo sentito parlar bene di Colombo a livello di attrattive; una città che, nella parte costiera vicino a Galle Face, sta avendo un repentino cambiamento. Alberghi di lusso, grattacieli, shop altrettanto di lusso ed un nuovo porto in costruzione stanno cambiando lo skyline in modo definitivo.

In quelle ore girai per il tempio buddhista e la parte verde di Galle Face. Qui è dove fidanzatini e famiglie con bambini vengono a passeggiare e passare un po’ di tempo sull’enorme prato, mangiando qualche piccolo snack comprato nei truck-food fronte mare. Da lì potei vedere la vita di una nuova popolazione: come si divertivano, i loro movimenti, come mangiavano, insomma la loro quotidianità. Mangiai anch’io qualcosa in uno degli stand all’aperto, cominciando ad assaporare gli economici piatti di riso ed i fritti ripieni di verdure e pesce. L’umidità pazzesca in quei giorni mi fece scappare da Colombo; anche il giorno dopo, tra le vie stracolme di bancarelle del Pettah Market, non ebbi delle emozioni particolari. La mia voglia era quella di andare verso il mare e cominciai il mio tour dell’isola andando a nord, in direzione Kalpitiya.

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Galle Face

La regina del kite-surf dello Sri Lanka. Così era soprannominata la laguna olandese di questa piccola città. Io soggiornavo nei pressi di Kudawa, un piccolo villaggio composto da case in cemento con poche stanze e numerosi palmeti, che s’interrompevano nelle vie sterrate senza senso. Arrivai nel primo pomeriggio in un piccolo ostello che si trovava a 50 metri dal mare. Sebbene non mi trovassi in alta stagione, il tempo era sereno, un piccolo venticello faceva in modo che non si sentisse caldo e la spiaggia era completamente deserta. Il mare era marrone, dato il grosso movimento della sabbia. Feci amicizia con tre ragazzi parigini leggermente fissati per gli sport, quali surf e skateboard, e insieme a loro mi ritrovavo a vedere i video delle loro avventure e bere birra nella veranda delle nostre camere fino a tarda notte. Il giorno dopo, camminando in direzione di un piccolo negozio, mi fermò una bambina di 11 anni con un pacchetto di farfalle di carta fatte a mano. Ci faccio amicizia e cerco di capire quelle poche parole in inglese che riesce a scandirmi pian piano. Compro un paio di quei piccoli capolavori regalandole più soldi di quanti me ne avesse chiesti. Era una ragazzina timida ed a ogni complimento si scioglieva. Insieme a lei c’erano la madre ed il fratellino di 5 anni, un bambino con due occhi grandi come una noce. Mi fanno molte domande, le quali la maggior parte non riesco a capire e vengono con me in spiaggia. Scrivendo sulla sabbia Sanjena, il nome della bambina, mi mostra l’età che hanno anche gli altri due fratelli, 23 e 19. Nessuno lavora, non possono permettersi una casa in cemento e quel poco che guadagna la madre facendo le pulizie, non basta per sfamare cinque persone. Il padre, un ubriacone incallito, era scappato dopo la nascita dell’ultimo figlio, lasciando in balia della povertà tutta la famiglia.

La testa mi scoppia nel cercare di capire in modo perfetto la loro storia. La giornata che avevo previsto di rilassatezza era rimandata al giorno dopo. La spiaggia di Kudawa, a 5 km dalla laguna olandese di Kalpitiya, era deserta. Il poco vento rendeva quel piccolo paradiso tropicale, un luogo dove rigenerare i sensi. Il silenzio veniva interrotto dal tonfo delle noci di cocco che cadevano a terra dalle palme e dalle onde che s’infrangevano sulla riva. Purtroppo il mare, a causa della bassa stagione, era leggermente marrone, quindi le mie ore passate in spiaggia si limitavano a qualche passeggiata sulla riva e a rilassarmi nel vedere nel pomeriggio i pescatori locali in procinto di sistemare le loro reti da pesca. Rimasi quattro giorni in quel posto, con Sanjena che veniva a trovarmi ogni giorno, chiedendomi se potessi portarla con me in Italia. Purtroppo spiegarle che sarebbe stato difficile era abbastanza arduo e farglielo capire era un’impresa, ma per lei, e la madre, quella piccola speranza di emigrare altrove, lontano dalla povertà, era grande quanto tutto lo Sri Lanka.

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Kudawa, Kalpitiya

Continuai il mio cammino nella Lacrima d’India, andando verso Anuradhapura, la città sacra posta nell’entroterra singalese. Un giorno sarebbe bastato per visitare tutte le rovine che si trovavano leggermente fuori dal centro abitativo. Ebbi la scellerata idea di visitarle nel primo pomeriggio, sotto un sole cocente e con il sottosuolo che emanava un calore pari ad una griglia piena di brace. Il sito archeologico era affascinante con tutti gli stupa e le rovine presenti, ma i 25 dollari d’entrata erano assai. Archiviai subito quella città desideroso di spostarmi nella costa orientale.

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Anuradhapura

Presi presto il bus nella stazione vicino il mio ostello ed arrivai a Trincomalee in tarda mattinata. Da lì mi sarei spostato ad Uppuveli. Trovai una stanza in una sottospecie di resort leggermente fatiscente a causa del brutto tempo che si era abbattuto durante i mesi dei monsoni, di conseguenza l’alta stagione era alle porte e la sistemazione della struttura ricettiva doveva essere ancora ultimata. Contrattai per questo motivo ottenendo una camera privata con bagno a poche rupie. Sebbene non fossi nel lusso, mi trovavo a meno di 100 metri dalla spiaggia. La sabbia bianca ed il mare turchese di Uppuveli erano quello che cercavo. La temperatura dell’acqua perfetta per rinfrescarsi, la sabbia che non brucia sotto i piedi ed pochi turisti erano perfetti per abbandonare la mente. Le giornate volavano tra un piatto di riso al curry ed i numerosi bagni al mare, tra una scorpacciata di frutta tropicale e vedere i cani combattere per un lembo d’ombra sotto le barche. Un giorno decisi di spostarmi verso Nilaveli, a circa 12 km dal punto dove mi trovavo. Presi uno dei frequenti autobus locali e scesi nel nulla, addentrandomi in una delle poche vie all’interno del villaggio, che portavano verso il mare. I ristoranti che incontravo erano tutti a carattere familiare, con menu base di piatti tipici singalesi. Arrivai nella lunga spiaggia: il paradiso. Una lunga lingua di sabbia bianca, palme di cocco e piante di un frutto simile all’ananas erano i soli punti d’ombra. Una spiaggia incontaminata dove l’unica struttura presente era quella della guardia costiera ed un piccolo capanno dove poter fare i biglietti per andare ad esplorare l’isola del Piccione, nella quale feci snorkeling il giorno dopo, distante un paio di chilometri. Il mare, nonostante fosse lo stesso di Uppuveli, aveva una marcia in più. Forse il pensiero di trovarsi in un luogo così abbandonato, incontaminato, con poche persone sparse qui e là, senza essere uno sopra l’altro, quei grandi palmeti con le piccole case al proprio interno, davano la sensazione di trovarsi in un altro pianeta. Il caldo era opprimente e l’unico modo per trovare refrigerio era buttarsi nelle placide acque pronte a coccolarti. Restai l’intera giornata, spostandomi soltanto per prendere un Kottu (piatto tipico a base di roti, verdure e uovo), prima di riprendere nel pomeriggio lo stesso bus che mi riportasse indietro.

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Nilaveli

I giorni passavano, arrivando al famoso 7 luglio: il giorno del mio compleanno. Dire che passai la sera tra la spiaggia umida ed una ragazza cinese che conobbi la sera prima è riduttivo. Non feci pazzie, volli passare anche quella serata con semplicità, la stessa di quelle persone. La ragazza orientale, in preda ad un focoso stato emozionale venne a farmi compagnia sin dentro la stanza, inutile spiegare altro. Piansi leggendo il lungo messaggio di mio fratello, ma nonostante tutto ero felice, perché stavo passando il mio compleanno in modo alternativo, come volevo io e come sognavo di fare. Dormii poco e mi alzai all’alba. Salutai la ragazza e mi diressi verso la stazione degli autobus per andare a Kurunegala. Avrei dovuto incontrare Sanath, il mio maestro d’inglese. Prima di partire sapevo qualche parola riuscendone a metterne di fila al massimo cinque o sei. Con lui a Roma, nella stanza del mio ufficio, facemmo circa quattro mesi di lezioni private, che sarebbero dovute bastare per intraprendere qualche conversazione quanto meno per la parte iniziale del mio viaggio. Durante le nostre lezioni era incuriosito dal mio viaggio, stringemmo una forte amicizia, e gli promisi una visita in Sri Lanka, dove avrei concluso il mio lungo cammino. Lo incontrai al centro della città, mi venne a prendere con un piccolo minivan e ci salutammo con un forte abbraccio. Mi fece gli auguri per il mio compleanno, mi portò a casa ed insieme andammo a visitare la città di Kandy, distante soltanto 34 km da Kurunegala. Qui un piccolo tour cittadino visitando soprattutto il famoso Tempio del Dente di Buddha, indossando il sarong, la famosa gonna maschile utilizzata nel Paese. Ritornammo in serata a casa ed entrando scoprii che, con la sua famiglia, aveva organizzato una piccola festa a sorpresa. C’erano festoni “Happy Birthday”, una torta con un runner e i miei anni. La tavola era apparecchiata con due tipi di polpette al pesce, dei tramezzini al tonno ed un piatto con un casco di banane. La semplicità di quelle persone, in quel momento, mi riempiva il cuore. HAPPY BIRTHDAY MR. SIMON era cantata con delicatezza, conclusa con un timido applauso. Nessun spumante, nessun schiamazzo. Come da tradizione singalese spensi le candeline prima dell’inizio della cena. Tagliai la fettina e mi spiegarono che avrei dovuto spezzarla con le mani in piccoli pezzi ed imboccare tutti i presenti, in gesto di gratitudine. Ero su di giri, ma bloccato per l’emozione! Mangiammo quel poco che occupava la tavola e dopo un bel racconto del mio viaggio andai dormire, stremato e felice di aver festeggiato il mio compleanno in modo inconsueto, come non mi aspettavo. Mi sentivo fortunato, non ero solo in quel 7 luglio, ma ero con una splendida famiglia, che in poche ore già mi voleva bene. Non dimenticherò mai quei momenti: la torta, le candeline, i festoni, i palloncini, il 33. Tutte quelle singole immagini formavano un quadro chiamato VITA. Riuscii ad esternare le mie emozioni ringraziando tutti uno ad uno con un caloroso abbraccio. Se avevo imparato qualcosa dal mio viaggio, era proprio accantonare il mio orgoglio in queste situazioni e lasciarmi andare. Tutto era perfetto in quel momento, non pensavo che il mio viaggio fosse quasi agli sgoccioli e la preparazione del video finale era un colpo al cuore, in quanto rivedevo ogni singola immagine di quanto accaduto in quel meraviglioso anno.

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Il giorno dopo andammo a Polonnaruwa, dai genitori di Sanath e con l’occasione visitammo il sito archeologico, simile, ma molto più bello rispetto ad Anuradhapura. Anche qui pagai i soliti 25 dollari, pensando sempre di essere rapinato. Fu una visita veloce e soltanto alle tre principali attrattive, tralasciando molte altre rovine. In fondo Sanath da quando era tornato non aveva ancora visto i suoi parenti e non volevo approfittare della sua bontà e disponibilità, ma fargli passare del tempo con le persone a lui più care. I suoi genitori mi salutarono con un abbraccio, nessuna stretta di mano. Non so se fosse una cosa naturale oppure perché Sanath avesse detto loro qualcosa sul mio conto. Fatto sta che ogni volta che quelle due splendide persone incrociavano il mio sguardo, mi sorridevano. Prepararono per me il Biriyani, un riso speziato con pollo, molto famoso anche in India. Sistemarono una camera soltanto sempre per il sottoscritto con aria condizionata e wifi. Mi sentivo in difficoltà, neppure in un albergo full-optional mi sarei trovato meglio. Lasciai Sanath con suo padre e sua madre. Lo vedevano 2 o 3 volte all’anno e non volevo essere io al centro dell’attenzione, ma era giusto che passassero del tempo da soli, senza estranei intorno, ed andai a dormire.

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Polonnaruwa

Il giorno dopo ritornammo a Kurunegala e da lì verso l’aeroporto di Colombo. Non stavo partendo, mancavano ancora 10 giorni, ma stavo andando a prendere il mio migliore amico, che non solo avrebbe passato con me le sue vacanze, ma avrebbe avuto anche l’ingrato compito di riportarmi a casa.

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