L’India sta per finire, una nuova parte sta per iniziare

Rientravo nel Karnataka in serata dopo la lunga traversata dei monti del Ghati Occidentale. Da Kodaikanal in mattinata presi il bus, che, dopo appena un’ora di viaggio, bucò. Un’ora in strada, tra il sole, qualche piccola ombra contesa dai passeggeri scesi dal mezzo, i quali si litigavano anche le poche prugne sugli alberi nel ciglio della carreggiata. Nel frattempo il controllore e l’autista, con l’aiuto di qualche passante, sostituivano il grande pneumatico. A Coimbatore, dove era prevista la sosta, dovetti cambiare ancora. Un altro mezzo mi portava nella stazione dei bus interstatali, poiché sarei dovuto uscire fuori dal Tamil Nadu. Arrivai a Mysore dopo le 9 di sera dopo aver mangiato un paio di samosa, in un ostello lontano dal centro abitato, situato in una zona più tranquilla e residenziale. Qui trovai Francesco, un ragazzo di Ancona che da circa 5 mesi soggiornava e lavorava lì, dopo aver fatto un corso di massaggi ayurvedici. Capii subito che mi trovavo in uno di quei posti dove rimanere più giorni, così decisi subito di avvertire il padrone che mi sarei fermato per almeno quattro giorni e non due come previsto. L’indomani andai alla scoperta del centro storico: ammirai il palazzo reale, uno dei più belli indiani. Girai nel vecchio mercato britannico che sembrava essere uscito da un film steampunk, e insieme ad un ragazzo, conosciuto mentre scattavo qualche foto, mi inoltrai nel quartiere musulmano.

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Palazzo Mysore

Passai molte ore in ostello, in fondo Mysore non era una grande città; avevo tempo a disposizione e il rooftop di quella struttura era qualcosa di inebriante, un calmante dove affondare i propri pensieri in un silenzio quasi dimenticato. Acquistai alcuni olii essenziali e numerosi incensi, e insieme a qualche musica di assoluta pace, cominciavo il mio viaggio indietro nel tempo. Avevo cominciato a pensare a tutto quello che avevo passato, una serie di ricordi facenti parte del viaggio, di quando lasciai casa, dei bei momenti passati con altri viaggiatori o da solo nel deserto, nella giungla o mentre correvo qualche gara. La musica giusta e il posto giusto rievocavano quello che di più bello mi era capitato, iniziando però a produrre i due stati d’animo che più affioravano in me: nostalgia e malinconia. Portai con me queste due sensazioni per tutto il periodo passato a Mysore, venendo con me al colorato e profumato mercato centrale della città.

Decisi di proseguire per Bangalore, ma sul treno c’era quello strano effetto del ritorno a casa: camuffato in quelle due persistenti emozioni che erano diventate più forti. In fondo ho sempre visto un viaggio in treno come qualcosa di triste, ben diverso dall’aereo o dalla macchina. Vedere quel paesaggio che va via in modo veloce, come un tempo che scivola via e sembri non tornare. Quel rumore stridulo delle rotaie ed il suono del clacson che sembra dire: “fatemi largo non ho tempo da perdere”. Per le tre ore passate in quel vagone, il pensiero costante del viaggio che stava per finire era stata la mia feroce compagnia. Per fortuna, giunto a Bangalore, non ebbi tempo di pensare a tutto questo. 11 milioni di abitanti, una metropoli in cui non si ha tempo di fermarsi, ma solo quello di andare avanti. Cercai subito il mio ostello che si trovava nel quartiere musulmano. Mi piace soggiornare in questo tipo di zone, con sistemazioni e ristoranti economici e una vita quotidiana frenetica ma non stressante a tal punto da scappare. Il dormitorio, riservato solo agli uomini, era al quarto piano: 15 letti a castello in ferro, due bagni angusti ed una televisione che trasmetteva continuamente campagna propagandistica. Io trovai spazio in un angolo, con i miei due zaini non davo fastidio a nessuno, ma diventai subito la mascotte di tutti quegli uomini che scoprii abitassero in quello stanzone. Alcuni di essi lavavano su dei secchi i loro capi di abbigliamento che poi facevano asciugare sotto il ventilatore appoggiandoli tra le balaustre dei letti. Molti di loro presero un’immediata confidenza con me, altri con sguardo circospetto mi fissavano studiando i miei modi di fare.

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Cubbon Park

L’enorme città non era famosa per le attrattive. Considerata come il polo tecnologico dell’India del Sud, poteva annoverare un paio di parchi degni di nota. Il Cubbon Park per esempio è uno di quei classici luoghi dove potersi godere qualche ora fuori dallo smog e dal caos. Capitai di domenica e potei vedere i tanti ragazzi divertirsi all’aria aperta. Colsi quest’occasione per fare qualche bello scatto, editandolo poi con un soddisfacente bianco e nero. Non stetti molto tempo a Bangalore; sebbene capii si trattasse di una città nella quale divertirsi con i suoi numerosi pub e locali di tendenza, non era adatta ad un ragazzo solo. Decisi così di prendere uno sleeping bus, insieme a Sahana. Proprio così, la famosa ragazza di Varkala volle rivedermi a tutti i costi ed insieme a me percorrere le ultime città del Tamil Nadu, quelle che poi mi avrebbero portato a Chennai. Insieme, viaggiando di notte, eravamo diretti a Tiruchirappalli, più comunemente conosciuta come Trichy.

Arrivammo poco prima dell’alba, ci accasammo in una piccola pensione prenotata nel bus, riposando quanto basta per andare a visitare il fantastico tempio nella zona storica. La struttura religiosa era qualcosa di imponente, oramai ero rimasto affascinato, quasi innamorato dai templi del sud. Quei colori raggianti e la perfezione dei dettagli nelle sculture erano un piacere per gli occhi: il torcicollo era assicurato. Sahana era estasiata, non aveva mai viaggiato nel sud e mai aveva visto una cosa del genere. I suoi occhi emanavano felicità e anche le sue parole non mentivano. Girammo nei pressi dell’hotel passeggiando nel mercato, andando nel tempio sito sulla rocca; purtroppo, a causa del suo peso (Sahana è abbastanza grassottella), non ce la faceva a reggere il ritmo dei miei passi, di conseguenza le soste furono assai. Inutile incitarla. L’unico modo era quello di dirle che sarebbe stata l’ultima cosa da vedere, poi saremmo andati a riposarci.

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Tiruchirappalli

Fu così anche il giorno dopo quando ci dirigemmo nella piccola Tanjore. Qui ad aumentare le vistose difficoltà della ragazza, fu il caldo pazzesco. Dovemmo aspettare il pomeriggio per uscire, andando alla visita dei templi Chola leggermente fuori città, e di sera nel grande e maestoso tempio principale. Anche qui Sahana rimase a bocca aperta, il sud indiano si stava impadronendo di lei (già lo aveva fatto con me e capii che non c’era scampo). Andai veloce, lei resistette al mio passo di visita andando il giorno dopo ancora a Kumbakonam. Stessa storia, stesso caldo ma stessi bellissimi templi. Nella camera del residence vicino alla cisterna, uno dei luoghi più sacri della città, si lasciò andare in un pianto. Suo padre morì circa 5 anni fa, e con lui le sue continue promesse di portarla un giorno in vacanza nel Tamil Nadu. Lei avrebbe voluto che in quel momento ci fosse lui. Stetti a consolarla per circa un’ora, dicendole che si trovava insieme a noi, che in quel preciso istante le sue parole erano arrivate a lui e che sicuramente era orgoglioso di quanto stava facendo sua figlia. La tenerezza di lei mi strinse il cuore come in una morsa, resistetti per non far scendere le lacrime, non volevo farlo, ma la sua tristezza era forte. Chiamando la sorella al telefono, assistetti ad un altro piccolo pianto; ovviamente parlando in Gujarati non capivo cosa stesse dicendo, ma potevo soltanto immaginarlo. Quello che doveva essere un viaggio di assoluta serenità, si trasformò in una malinconia irresistibile. Decisi di prendere in mano la situazione, cercando anche di cambiare discorso, facendola ridere e proponendogli di andare in giro per la città a fare shopping: non comprammo nulla.

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Kumbakonam

Andammo a Pondicherry il giorno dopo. Avevo sentito parlare bene di questa ex colonia francese, uno Stato indiano a sé, con le sue regole e le sue leggi. Essendo abbastanza caro, decidemmo di andare in una homestay più vicino ad Auronville, a pochi passi dal mare. Affittando uno scooter, mi apprestai a guidare in India per la prima volta. Guidare qui è come partecipare ad un mix tra il campionato mondiale di MotoGP e Giochi Senza Frontiere. Mucche e capre da evitare, persone che attraversano in ogni dove, carretti e biciclette che vengono contromano, nessun senso logico, un finto codice della strada. Ma questo fa parte del gioco, anzi, Pondicherry era sin troppo tranquilla per portare uno scooter. Non c’era miglior allenamento che una città non grandissima ed a tratti ordinata. A livello di vibrazioni e anche turistico rimasi abbastanza deluso dal centro storico. Le case in stile coloniale erano ben presenti, ma ormai erano state inglobate all’interno della città e trasformate in piccoli negozi o alberghi di lusso, cancellando quasi quella caratteristica che la contraddistingue. Rimaneva comunque piacevole, nonostante l’afa, passeggiare sul lungomare, anche se, sia io che Sahana, preferivamo andare a Serenity Beach, distante circa 2 km dalla casa del signor Ravi. Ci piaceva rimanere in quella residenza, dispersa nel nulla, in un villaggio accanto ad un enorme palmeto, tra il silenzio interrotto solamente da qualche cane che inveiva contro un suo simile se avesse invaso il proprio territorio. Con il motorino, quando il caldo veniva meno, giravamo nelle strade semideserte che collegavano la Main Road ad Auronville, sempre alla ricerca di qualche locale caratteristico dove sorseggiare un buon chai o mangiare qualcosa di tipico. Avevamo lasciato Pondicherry un po’ nel dimenticatoio, se non per andare a comprare un po’ di alcool visto che nella zona dove eravamo era proibita la vendita.

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Pondicherry

Da una città piacevole passammo ad una che ci sbalordii: Mamallapuram. Sapevo sin da subito di venire qui, fu una di quelle tappe obbligate, ma non mi aspettai di essere in una piccola bomboniera. Città antichissima, con i templi da vedere siti uno accanto all’altro e sulla spiaggia nella quale erano presenti altri siti religiosi a pochissima distanza. Passeggiare tra quelle poche vie, a pomeriggio inoltrato, con le palazzine color pastello tutte differenti, era rilassante. Arrivando nella spiaggia dei pescatori, la marea che si ritraeva lasciando nella riva milioni di conchiglie rendeva ancora più speciale quella magica cittadina. Rimasi colpito, affascinato, rilassandomi sulle amache dell’ostello in compagnia di tre cani. Andai a mangiare nella strada principale un thali di grandi proporzioni e passeggiai nella via che porta fino al mare, facendo sosta per un buon caffè e latte. Misi Mamallapuram tra le migliori città indiane, ed ebbi anche la conferma di Sahana su questo e di altri amici che suoi social esprimevano il loro consenso.

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Mamalappuram

Nel frattempo la ragazza aveva deciso che a Chennai avrebbe passato soltanto una notte. Arrivammo presto, in modo da visitare qualcosa insieme nella città. Trovammo un residence nella zona di Triplicane, il cuore pulsante di questa megalopoli. Nonostante il caldo andammo a rischiare un’insolazione nell’immensa Marina Beach, dirigendoci poi nella cattedrale di San Tommaso. Qui, con molto stupore, mi ritrovai a dare qualche lezione di Cristianesimo a Sahana. Tutto mi aspettavo meno che di fare il catechista per qualche ora. All’interno della chiesa mi domandò perché non pregassi, e risposi che non ne avevo il bisogno, e che erano anni che non lo facevo. Si ammutolì, quasi rimanendoci male. Gli indiani sono abbastanza credenti: qui le religioni non mancano e tutti vivono appassionatamente pregando il proprio Dio. Il giorno dopo, sfruttando le ultime ore insieme, ci dirigemmo verso la caratteristica George Town, con il suo enorme mercato posto in ogni strada del quartiere. Questa vivace zona era abbastanza vicina alla stazione centrale, luogo dove salutai per l’ultima volta Sahana. Come sempre gli arrivederci erano diventati parte integrante del mio lungo viaggio. Con lei avevo passato circa una settimana ed avevo scoperto i suoi punti deboli, le sue perplessità, scoprendo che in fondo era una persona sola ed il suo affezionarsi così velocemente a me era come trovare qualcosa su cui aggrapparsi, un momentaneo basamento che le impediva di sprofondare. Vedere quel treno piano piano andar via e salutarla da un finestrino era triste. In quel momento ero di nuovo solo, camminando per le grandi strade di Chennai con le cuffie alla ricerca della canzone che possa starti far meglio. Passai molto tempo nel residence, che cambiai pur rimanendo sempre a Triplicane. Aggiunsi alcuni punti di riferimento nei giorni restanti, quali bar, ristoranti, fermate del bus. Mi limitai ad andare sempre verso il mare, come alla ricerca di qualcosa o qualcuno.

2018-06-20 17.21.48
Chennai

Cominciavo a fare il resoconto dei miei 4 mesi indiani. Ero agli sgoccioli, giorno dopo giorno, ora dopo ora, il tempo in India stava per scadere. Iniziai tirando le somme a livello podistico, conclusosi con 12 gare di running, 12 medaglie, 12 successi personali. Di questo ne fui orgoglioso. Pensavo al mio arrivo in quel giorno di fine gennaio a Calcutta di notte, al mio spostarmi in una linea retta passando dalla pittoresca Varanasi all’erotica Khajuraho, la romantica Agra, la sacra Pushkar, lo storico Rajasthan tra palazzi reali e deserti, gli amici a Nuova Delhi, l’Holi Festival in Punjab, la catena himalayana dell’Himachal Pradesh, lo yoga a Rishikesh, la parentesi nepalese per poi tornare nella divertente Mumbai con l’esperienza nello slum; il mio long coast ad ovest, da Goa a Gokarna, dal Kerala a Kanyakumari, dove finisce l’India; la città fantasma di Danushkodi, il maestoso tempio di Madurai, la nebbia di Kodaikanal, le eleganti Mysore e Bangalore, il centro del Tamil Nadu e la costa est nel Golfo del Bengala. Tante peripezie, il mio io che continuava a cambiare dopo i 6 mesi nel Sud-Est Asiatico. La compagnia perenne degli indiani: nei treni e per le strade, i loro minuscoli shop sparsi ovunque e la loro curiosità nel chiedermi quale fosse la migliore città dell’India. Non ho mai saputo la risposta perché ognuna di esse ha in me un fascino particolare, un ricordo diverso. La stessa identica domanda su quale piatto preferisca ed ogni volta fare una lunga lista. Non scorderò mai l’India e tutto quello che ha saputo regalarmi ed insegnarmi. Perché in fondo questo paese non bisogna visitarlo, ma bisogna soltanto viverlo.

Davo il saluto all’India quando mancava soltanto meno di un mese al mio ritorno a casa; ancor prima in una camera d’albergo cominciai a scrivere parole d’attaccamento per questo Paese, consapevole che la strada che mi portava in direzione dell’aeroporto avrebbe creato quel lacerante distacco e che lo Sri Lanka sarebbe stata l’ultima tappa del mio viaggio.

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