Nel profondo sud: la fine dell’India

Presi il bus locale nella piccola calca di Alappuzha in direzione di Varkala. Avevo studiato a tavolino il mio arrivo qui dopo che mi era stato detto quando sarebbero cominciati i monsoni. Si trattava di una delle spiagge più affascinanti dell’India e non volevo perdere giorni preziosi. Prenotando un posto a poche centinaia di metri dalla spiaggia mi resi subito conto di essere in uno di quei posti che emana immediatamente positività. La bellissima spiaggia dorata si trova al di sotto di una scogliera, la bassa stagione fa sì che le onde si siano mangiate abbastanza sabbia da renderla più piccola. Il vento che soffia dal mare, nella maggior parte delle volte è fastidioso, ma quando tira dai due lembi, i promontori creano una copertura permettendo a tutti di stare bene. Il paesaggio dall’alto del viale di passeggio, che costeggia negozi di souvenir e ristoranti, è certamente quel classico panorama dal quale non ci stanca mai. Passo le mie intere giornate, anche quando cade qualche goccia, tra il frastuono delle onde e le grida dei bambini indiani che si divertono sulla riva. Quando non sono in spiaggia, trascorro il tempo in ostello, una di quelle strutture ricettive dove passeresti tutto il giorno ad oziare e parlare con altri viaggiatori di esperienze e modi di affrontare la vita.

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Varkala Cliff

Qui conosco Sahana, una ragazza indiana di qualche anno più piccola di me che lavora da qualche mese in ostello come receptionist. Faccio il simpatico come al mio solito sin dall’arrivo, senza avere l’intenzione di provarci; evidentemente qualche attenzione bastò a questa ragazza per sentirsi importante, per sentirsi viva e sorridermi ogni qualvolta il nostro sguardo s’incrociasse. Il suo sorriso era coinvolgente e passando un po’ di tempo con lei, scoprii che oltre a quel sorriso c’era molto di più. Mi raccontò di essere nata nel Gujarat, a nord, e che, dopo la morte del padre, scappò dalla sua città natale per problemi con il resto dei parenti. Non mi misi ad indagare, notavo nel suo racconto una voglia di evadere e andare altrove, tranne che passare il resto della sua vita lì. Stetti con lei quattro delle cinque serate in ostello. Fu avvolta dal profumo della mia pelle e dal mio spirito di viaggiatore e passai le ultime tre notti nella sua stanza, a poche centinaia di metri dal dormitorio. Quelle quattro mura erano spoglie: un letto, un attaccapanni, un ventilatore, uno scacciapensieri, una foto attaccata al muro di lei con sua sorella ed i suoi nipoti, mentre il davanzale della finestra era usato come comodino. I vestiti erano sparsi per terra un po’ ovunque e su di un minuscolo sgabello. Mi abbracciò per tutto il tempo, sentendosi sicura, quasi volesse che rimanessi lì per sempre; in effetti mi chiese questo e non solo. Nonostante le vibrazioni positive, cominciai ad essere leggermente rigido, per il semplice motivo che io avrei continuato il mio viaggio e chissà quali altre avventure avrei affrontato. Per lei quei pochi attimi erano bastati per farsi nella testa una storia d’amore, ma non potevo darle quello che lei voleva oltre al semplice affetto.

Il giorno dopo preparai lo zaino e feci colazione con un caffè doppio. Mi svegliai con una ragazza che suonava la sua chitarra verde sul balcone. Salutai tutti, dopo cinque giorni dispiace lasciare un posto dove ci si è trovati bene. Sahana mi strinse la mano con entrambe le sue, chiuse gli occhi e intonò una piccola preghiera per me. Uscii intraprendendo il piccolo viale, non mi voltai per non incrociare il suo sguardo, la ragazza sopra la veranda cantava Mad World con una voce flebile, e come una colonna sonora toccante ed un pizzico di tristezza, mi apprestai a lasciare un’altra città dove mi ero trovato bene. Presi il treno per Trivandrum, la capitale del Kerala: in poche ore e con l’imminente arrivo di un temporale, appena arrivato mi apprestai ad uscire per esplorare la città.

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Trivandrum

Non c’erano molte attrattive: un museo, un tempio che dovetti vedere da fuori, visto che non potevo entrare in quanto straniero, alcuni locali dove mangiare degli ottimi spuntini indiani. Non volevo rimanere molto lì e mi organizzai il giorno dopo per andare a 15 km più a sud a Kovalam. Questa località di mare, che raggiunsi con un bus locale, mantenendo i miei effetti personali a Trivandrum, insieme a Varkala si dà battaglia per quale sia la spiaggia più bella del Kerala. Fortunatamente non piovve e riuscii a stare sulla spiaggia per un po’ di tempo, mangiando frutti tropicali, e più tardi visitai il faro della città posto sul piccolo promontorio adiacente la spiaggia. Entrai anche dentro: per la prima volta in vita mia mi ritrovai all’interno di un posto che per me rappresenta la solitudine e la forza. L’essere solo con le onde che sbattono su di esso mi fece paragonare il faro ad alcuni miei stati d’animo avuti durante il viaggio, quelli in cui le prime difficoltà mi facevano visita e nelle quali avrei dovuto reagire. Restai a Kovalam fino al primo pomeriggio, prima che cominciasse il diluvio, che mi raggiunse al mio ritorno nella stazione degli autobus.

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Kovalam

Stazione di Trivandrum, treno per Kanyakumari, due ore di ritardo. Nonostante tutto ero elettrizzato, stavo lasciando il Kerala per entrare nel grande Tamil Nadu. Quello che importava era che stavo arrivando nella punta estrema del subcontinente indiano. Arrivai poco prima del tramonto, trovai immediatamente la guesthouse e corsi prima che facesse buio verso il mare. Arrivai lì, alla fine dell’India. Il forte vento tra i capelli ed i pensieri che volavano al largo di un oceano, il piccolo obiettivo di raggiungere un punto estremo, la malinconia che ti dice: “qui finisce!”. Le barche dei pescatori e le piccole casette di ogni colore immaginabile davano vita a quel cielo nuvoloso. Camminai per quei vicoli che costeggiavano la bianca chiesa, pensando di aver raggiunto un’altra meta, di aver attraversato l’India in tutti questi mesi, con ogni mezzo possibile, destando la curiosità di molti indiani che incuriositi mi chiedevano quale fosse per me il posto più bello visitato. Ma per me l’India non finiva lì. Sarebbe finita più avanti. Quindi cominciai a godere di quel posto particolare, alzandomi all’alba per vedere il sole sorgere sul mare insieme a centinaia di persone, e poi perdendomi nel tramonto nella parte opposta della città a soli tre chilometri di distanza. Le cuffie, la canzone giusta, quel vento che non si era mai fermato ed il cielo roseo, davano importanza a quei momenti fatti di interminabili ricordi e quel pensiero che cominciava ed essere ricorrente: il ritorno a casa.

Stetti a Kanyakumari un giorno in più. Quel posto aveva un buona energia e volevo sfruttarla a pieno: ricaricare le batterie della mente, continuando a camminare tra le stradine vicino al tempio principale con le bancarelle di cianfrusaglie a forma di conchiglia, trovando degli ottimi posti dove cominciare a mangiare un ottimo Uttapam, una specie di pancake indiano con cipolle. Avevo rigenerato tutti i miei sensi in quel viaggio verso sud, arrivando dove volevo arrivare, facendo quel “long coast” che mi aveva riempito il corpo e lo spirito.

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Kanyakumari

Tornai verso l’interno, a Madurai, per visitare il grande tempio Sri Meenakshi, un simbolo per i pellegrini induisti, il simbolo dell’India del sud. Quando lo si comincia a scovare tra i palazzi cittadini che lo circondano, il colpo d’occhio è notevole; l’esplosione di colori di quelle torri fatte di sculture raffiguranti divinità induiste, da Ganesha a Shiva, da Vishnu a Kali. La precisione e la bellezza di quel luogo con i suoi lunghi corridoi interni e soffitti colorati davano a Madurai un punto di arrivo per molti credenti induisti. Nella mia breve visita nel tempio rimasi folgorato da un’immagine che mi lasciò bloccato con un piccolo sorriso stampato in viso. In uno dei quattro androni, un signore puliva il suo cucciolo di elefante che si lamentava, o forse semplicemente trovava sollievo, non conosco il tipo di barrito di un pachiderma, ma quella tenera scena aveva solleticato i miei occhi. Senza un cellulare, senza una videocamera, lasciata negli stipetti di fronte il tempio, probabilmente accadde quanto di più belle potesse capitare in quel momento e non poterlo riprendere, ma solo raccontarlo e tenerlo per me. Era giusto così, quelle immagini che tanto nessuno potrà capire poiché ferme. Il caldo opprimente rendeva la visita del resto della città alquanto faticosa, ma considerando che la storicità di quest’antica città è stata persa negli anni, ebbi la voglia di ritornare nel mio ostello per uscire nei suoi dintorni durante la sera e ad un orario più fresco. Nel frattempo Sahana cominciava la sua serie di videochiamate (in generale gli indiani hanno un debole per questo), ma non si limitava a chiamarmi una o due volte, arrivò a tratti anche a quattro o cinque, chiedendomi di tornare a Varkala, oppure di andare fino su, nel Gujarat. Cercai di limitare le chiamate non rispondendo almeno la metà delle volte. Non volevo darle false illusioni e ritenni opportuno cominciare a limitare il tempo speso al telefono.

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Sri Meenakshi, Madurai

Finito il soggiorno a Madurai, decisi di andare verso sud, a pochi chilometri dallo Sri Lanka. Andai a Rameswaran, città sacra induista posta su un’isola collegata alla terra ferma da un ponte. Molti anni fa, questa cittadina era considerata la fine dell’India sacra e se si fosse oltrepassata il gesto sarebbe stato considerato come un oltraggio per la propria casta di appartenenza. Ancora oggi, alcuni anziani e bigotti pensano questo e in effetti l’aria che si respira attorno al tempio dà ancora quella sensazione di una religiosità antica. Avevo trovato alloggio per poche rupie in una stanza composta da uno specchio, un ventilatore ed un filo per i panni, e pagando 100 rupie avrei dovuto dormire per terra, con degli stuoini e dei sudici cuscini forniti dalla struttura. Non sapevo come si chiamasse, i caratteri erano scritti in lingua Tamil e non riuscivo minimamente ad intuire quello che mi dicesse il proprietario, parlavamo con i soldi e con i gesti. Avevo il mio sacco a pelo, il pareo ed il cuscino da campeggio, per lo meno ero salvo dalle formiche, ma non dalle zanzare. Usavo Rameswaran per andare verso Danushkodi, la città fantasma posta su una lingua di spiaggia a circa 25 km di distanza. Dopo questo vecchio porto, lo Sri Lanka. Sabbia bianca e mare mosso sono la caratteristica dell’arenile posta sulla punta della vecchia città; le baracche dei pescatori in paglia invece antepongono lo spettacolo dei resti della chiesa di Sant’Antonio e della vecchia stazione. Quel che rimane di questo porticciolo dava un senso quasi irreale, come fosse un set cinematografico; il ciclone che circa 40 anni fa spazzò via Danushkodi, ha reso una piccola meta turistica questo pezzo d’India, in una spiaggia che si differenzia totalmente da tutte le altre. Io scattavo foto a profusione, ero andato lì per quello, per vedere con i miei occhi la potenza della natura contro la superficialità dell’uomo. L’altare cristiano con lo sfondo delle barche era l’immagine più forte della giornata, la stazione con quei binari abbandonati consumati dalla salsedine ed altri edifici ormai in balia di una natura che non ferma il suo assalto.

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Danushkodi

Mangiai del pesce fresco, speziato al momento e cotto su una piastra unta, a poche rupie. Tornai in serata verso Rameswaran ed il giorno dopo al mattino presi il bus per Madurai che utilizzai come base per spostarmi verso i monti del Ghati Occidentali. Avevo deciso di lasciare il mare per qualche tempo, ormai avevo finito la mia discesa verso il profondo sud e ricominciavo una piccola salita verso la montagna. In circa 9 ore di bus passai dai 36 gradi di Madurai ai 15 di Kodaikanal. Quest’ultima cittadina montana, posta a 2.100 metri, era considerata la “principessa delle hill station”, meno fortunata della regina Ooty, la quale sorvolai per via dei prezzi alti. Passai tre giorni in mezzo alla famosa nebbia che assale questo paese ogni giorno. Il mio ostello antiquato era una via di mezzo tra un casale ed una camerata di soldati pronti a partire al fronte. Letti in legno, materassi duri, coperta pesante, porte con chiusura con catenaccio in ferro e doccia fredda da fare rovesciandosi la bacinella; a pareggiare i conti c’era il panorama sensazionale che si prestava ai miei occhi ogni qualvolta uscissi fuori dalla camera. La mattina, di fronte ad un caffè nero bollente, stavo seduto più di un’ora a fissare il vuoto, l’orizzonte, le verdi montagne che coloravano il paesaggio dominato dal lago; la sera invece, le luci dei villaggi circostanti formavano un quadro glitterato. Mi rilassai abbastanza in quei giorni conoscendo in primis Camilla, una ragazza veneziana che abitava in Francia da circa 10 anni tra Marsiglia e Parigi. Insieme a noi c’erano due ragazze indiane e due fratelli londinesi, con una ragazza turca che si aggiunse in seguito. Tutti insieme l’ultimo giorno, come fossimo colleghi universitari, decidemmo di fare una gita fuori Kodaikanal, alla ricerca di una farm sperduta nella foresta di eucalipti, nella quale spuntavano alcuni speroni di roccia dai quali vedere un buon panorama, se non fosse stato per la nebbia che ci assalì dopo pochi minuti il nostro arrivo; la cosa non ci preoccupò, alla fine ci stavamo divertendo e condividendo non solo il pranzo, ma anche un momento simpatico e gradevole. Da buoni viaggiatori alla fine tutti sapevamo che c’è sempre il sole dietro mille nuvole, per cui continuammo la nostra giornata, sotto la pioggia, bagnati, sporchi di fango e con le sanguisughe che cercavano di trovare spazio tra i calzini. Nulla può fermare un gruppo sorridente!

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Il mattino dopo andai via, salutando soltanto Camilla che si era svegliata; come un fuggiasco con lo zaino uscii presto dall’ostello, per dirigermi di nuovo in Karnataka: ero diretto a Mysore, dove da lì iniziai ad avere le mie prime crisi nostalgiche e malinconiche e a cominciare un serio conto alla rovescia per il mio ritorno a casa.

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