Lungo la costa ovest indiana

È sera alla stazione Victoria di Mumbai. Attendo che venga ufficializzata la piattaforma del treno notturno che dovrò prendere. Sono seduto per terra, vicino ad un muro, ed utilizzo il mio grande zaino come appoggio. Come sempre tanti occhi mi guardano, talvolta non ci faccio caso, ma quando sono molti a fissarmi non faccio a meno di notarli. Appena viene dichiarato il binario dal quale partirà il treno, il solito tram-tram di persone che corre, spinge e sbatte ovunque per accaparrarsi un posto migliore all’interno dei vagoni con i loro mega-pacchi ad occupare ogni sedile. Ovviamente essendo esente da ciò, avendo il mio posto assegnato, me la prendo con molta calma, anche perché all’interno del treno il caldo è opprimente ed i ventilatori servono a poco. Il tragitto per Aurangabad non è poi così lungo. La notte passata sul “letto” del vagone comincia ad essere un’abitudine ed il pensiero che possa accadere qualcosa era già svanito da un pezzo. Arrivo poco prima dell’alba, prendo la stanza in un hotel alquanto economico sito su una terrazza di una palazzina, visto la mancanza di ostelli per viaggiatori. Utilizzavo quella città per le visite delle famose grotte di Ellora ed Ajanta.

Mi riposo un paio d’ore, le notti sui treni non sono così rilassanti. Visito la prima, distante soltanto 15 km da Aurangabad. Il sole è cocente, il caldo è torrido ma per fortuna non umido. Dal GPS del cellulare vedo che i gradi presenti sono circa 42 con una previsione ancora superiore. La visita è caratterizzata dall’afa, dalla fiacca e dai litri d’acqua che ingurgito: a fine giornata saranno sette. Il giorno dopo mi dirigo ad Ajanta con un bus locale che in circa tre ore mi porta al sito archeologico. Il caldo è lo stesso del giorno prima ed al mio arrivo vengo preso d’assalto dai venditori ambulanti. L’assenza di turisti, data la bassa stagione, rende assetata di soldi tutta questa gente, ed io ormai esperto, cerco di scavallarli e denigro ogni loro proposta di acquisto. Lì per lì provo tenerezza per la mancanza di lavoro, ma purtroppo il mio budget limitato era una condanna sia per me che per tutte queste persone. Mi persi nelle grotte di Ajanta, erano suggestive, sebbene il verde rigoglioso visto nelle foto era sparito a causa della stagione arida. Il caldo avevo essiccato la natura circostante ed il grigio della pietra con il giallo delle piante rendeva sicuramente meno fotogenica l’attrattiva, ma non meno interessante. In fondo, arrivando in questo periodo c’era giusto l’assenza della cascata e qualche grotta chiusa per restauro, e dal punto di osservazione si notava questa differenza. Ritornai verso l’uscita alla fine della visita, evitando quella sfilza di negozi di souvenir vuoti e mi diressi verso la fermata, dove, senza un filo d’ombra sotto quasi 45 gradi, aspettai il bus per il ritorno, sorseggiando la mia acqua con la quale avrei potuto fare un infuso per quanto fosse bollente. Tornai ad Aurangabad, dove visitai la brutta copia del Taj Mahal, ovvero il Bibi Ka Maqbara, molto più piccolo, leggermente trasandato e con una storia meno appassionante, dopo di che organizzai il continuo del mio viaggio. Avevo bisogno di mare, di sentire la sabbia sotto i miei piedi ed essere coccolato dalle onde. Decisi di saltare Hampi, forse l’avrei fatta successivamente, e con uno sleeping bus, pagato a suon di rupie, mi diressi verso Goa.

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Grotte di Ajanta

Il piccolo stato indiano non era certamente tra le mie mete predefinite. Avevo messo in conto sin dall’inizio dei giorni di mare da fare in altre località, ma per gli europei Goa è Goa, un paradiso nel quale rifugiarsi, un pezzo d’India che non sembra neppure India, una località tanto turistica, quanto affascinante. Facendo un piccolo planning dei giorni a disposizione scoprii che ne avevo tantissimi e così, visti i numerosi ostelli economici nella parte di Anjuna, decisi di mettere le tende per quattro giorni. Approfittai per rilassarmi nella spiaggia accanto ad un chiosco, accompagnato perennemente da una birra Kingfisher Strong gelata ed una buona musica hindie. Cominciava il mio “long coast” nella parte ovest dell’India. Sono sempre stato affascinato dai viaggi costieri; seguire la costa fino ad arrivare al punto estremo è stato per me sempre sintomo di avventura e romanticismo. Qualcosa che va oltre il selvaggio, oltre l’eternità, oltre il viaggio e per me che amo il mare, quella scelta di cambiare città marina ogni 2-3 giorni, era l’eccellenza.

Ad Anjuna le giornate scivolavano in maniera pacata e neppure qualche piccolo scampolo di pioggia sembrava graffiare quelle giornate così distensive che si concludevano sempre con la vista del tramonto sul mare. Visitai per un giorno la spiaggia di Vagator, pochi chilometri più a nord, insieme a Pavel, un ragazzo russo di San Pietroburgo che conobbi in ostello. Anche qui con assoluta tranquillità la giornata volava via come una libellula, tra mucche spaparanzate sulla spiaggia alla ricerca di cibo. Qualcuna si avvicinò a me e ne ricavò qualche buccia di banana, qualcuna andò verso il chiosco ricavando una cacciata verso posti migliori. Anche qui feci i conti con numerose ragazza indiane venditrici di braccialetti, treccine per capelli e tatuaggi all’henné. A volte riposare fu invano, ma capii il loro stato vista la mancanza di turisti. Tornai ad Anjuna per il tramonto, ormai eravamo diventati amici inseparabili e l’ultimo giorno mi ritrovai a festeggiare il compleanno di Sachin, un ragazzo indiano assieme ai suoi quattro amici. Non ricordo i nomi degli altri quattro, ma nella mente ho impresso il modo in cui si divertivano in mare. A dire la verità ero molto incuriosito nel vedere gli indiani comportarsi in acqua. Non importa cosa s’indossa: jeans, saree, magliette, l’importante è divertirsi.

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Conclusi i miei giorni a Goa passando una notte a Panjim. L’anima portoghese presente qui si respirava ancora nell’aria. Quelle case color pastello, la tranquillità nei vicoli di Sao Tomé e l’elevata cristianità presente, la rendeva una piccola bomboniera della quale rimanere affascinati. Nel mio ostello conobbi Ann, una ragazza tedesca di soli 18 anni. In realtà il modo in cui ci conoscemmo non fu esaltante; entrai in camera e lei seduta in un angolo in lacrime. Mi chiese scusa appena mi vide e mi disse che aveva appena salutato sua sorella che era venuta a trovarla in vacanza. Per un attimo tornai indietro nel tempo ed ebbi un flashback immediato di quando salutai la mia famiglia all’aeroporto di Bangkok 6 mesi or sono. Avrei voluto mettermi seduto accanto a lei e consolarla, ma sapevo che se avessi fatto quel gesto avrei pianto anche io. Condivisi però con lei il mio pensiero e le raccontai di aver vissuto la sua stessa situazione un po’ di mesi fa; parlammo un pochino delle nostre rispettive avventure e insieme decidemmo di condividere la cena in serata. Fu piacevole parlare con lei, non dimostrava la sua vera età, sapeva il fatto suo e quello che voleva dalla vita. Fummo d’accordo su molte argomentazioni durante la nostra lunga conversazione e anche sulla bontà del cibo. S’interessò al mio blog facendomi delle domande, dicendomi che scrive anche lei per una rivista tedesca; mi confessò di essere cambiata, in realtà lo eravamo entrambi, perché insieme, seppur non ci conoscessimo, avevamo condiviso qualcosa di speciale in modo parallelo.

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Panjim

La salutai il giorno dopo per dirigermi verso Gokarna. Sarei dovuto entrare nel Karnataka arrivando nel primo pomeriggio ma non andò come speravo: cambiai quattro autobus. Tra bus rotti, senza aria condizionata, scassati e orientati verso altre direzioni, arrivai in quella città marina per il tramonto, ma per fortuna il mio ostello aveva una vista da far invidia. Posto su una scogliera avvolta dal silenzio più totale, interrotto soltanto dalle onde che s’infrangevano sul quel muro. Sulla destra la lunghissima Gokarna Beach, dalla quale si vedevano le barche colorate e tanti indiani che dall’alto sembravano formiche in acqua; poi nient’altro che l’infinito, a volte blu, a volte rosso, a volte rosa. Ricordo di non aver svuotato neppure lo zaino e di essermi catapultato immediatamente ad ammirare l’orizzonte. In serata arrivarono Jeremy e Pauline, due ragazzi francesi, ed in loro compagnia c’era Alessandra, una mia coetanea torinese. Avevo capito subito di essere capitato con tre splendide persone e creando un buon feeling. In loro compagnia vissi quelle giornate di mare, senza pensieri, senza programmi, saltellando da Kudle Beach a quella più selvaggia di Om Beach. La bassa stagione aveva fatto sì che le spiagge erano semideserte ed ogni tanto qualche turista locale veniva a divertirsi. Gokarna era la città indiana che cercavo: il mare, le persone locali devote a Ganesha, cocco, vestiti tradizionali, locali dove mangiare che servono piatti tipici, sorrisi e semplicità. Sarei voluto rimanere lì più a lungo se non fosse che quasi tutte le strutture chiudevano i battenti per riaprire dopo la stagione monsonica. Si vociferava che da lì ad una settimana sarebbero arrivate piogge intense, ogni giorno una data diversa, fatto sta che approfittati ogni giorno per andare al mare e gettarmi in quelle acque placide. Salutai i ragazzi con la solita malinconia, loro erano diretti verso nord, Goa, io continuavo il mio viaggio verso sud, il Kerala.

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Gokarna Beach

Dovetti fermarmi una notte a Mangalore, rimanendo quindi ancora in Karnataka, per cambiare il treno ed entrare nello Stato successivo. Sebbene sia il tipo che cerca sempre di trovare qualcosa di buono da ogni città, non ebbi niente dal quale ricavarne emozioni. Niente attrattive, se non un vecchio faro ormai fatiscente e facente parte della città ed una chiesa. Ad aggravare la situazione le due ore di ritardo del treno per Kochi, nella quale arrivai a notte fonda. Per fortuna trovai un guidatore di tuc-tuc onesto ed il proprietario dell’ostello che si svegliò per me, sistemandomi nella camerata e preparandomi il letto nonostante l’ora tarda. La mattina mi misi alla scoperta della più famosa città del Kerala. Ero nella zona del forte e ne avevo sentito parlare soltanto bene. Finalmente mangiai pesce fresco ad un prezzo relativamente basso, speziato e cucinato all’istante: aveva un ottimo sapore. Avevo quasi dimenticato il gusto dei gamberi, di mangiarli a due passi dal mare e sentire le mani che odoravano di pesce. Le sensazioni che ebbi di Kochi erano buone sin dall’inizio, passeggiavo sul lungomare, ammirando le reti da pesca cinesi che facevano su e giù senza quasi mai nulla all’interno. I soliti indiani, tutti vestiti, si divertivano in mare e qualcuno passeggiava con della frutta fresca in mano fino alla piazza dedicata a Vasco da Gama, il quale fu sepolto nella chiesa di San Francesco presente in città, per lungo tempo. Le mie giornate passavano veloci, distese tra un buon caffè e la scoperta della cucina del sud. Il giorno dopo andai fuori Kochi, nella visita delle backwaters, un’intersezione di acque salmastre che creano delle proprie vie fluviali. In barca esplorai per 6 ore quei vicoli marini pieni di palme e mangrovie, facendo sosta su una baracca costruita con bambù e mangiando riso e salse di ogni genere su di una foglia di banana. Tornando in barca ricordo che mi appisolai, quella quiete creata da quelle acque così dolci erano come una ninna nanna, quella barca era diventata per me come una culla per un bimbo e la classica “siesta” post-pranzo in quel contesto era davvero una delle cose più belle della giornata.

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Reti da pesca cinesi – Kochi

Ero rimasto meravigliato da Kochi e dalla sua serenità nella zona del forte. Mi piaceva tutto ma dovetti salutare anche quest’ultima ed una ragazza cinese che mi propose, prima di andar via, se volessi essere il suo fidanzato. Denigrai la proposta e mi diressi verso Alappuzha. Avendo fatto il tour delle backwaters nella città precedente, unica vera attrattiva per chi si ferma qui, mi limitai ad andare nella lunga spiaggia per passare la giornata accanto a dei vecchi pilastri di una ferrovia che finivano nel mare. Tra una foto e l’altra cominciò a piovere leggermente, e passò veramente poco che quelle piccole gocce si trasformassero in un gran diluvio. Mi rifugiai in un locale pieno di persone del posto dove si vendeva alcool, whisky, rum e birra accompagnati da stuzzichini e samosa. La pioggia continuava, nel frattempo il buio aveva preso posto al giorno e decisi di starmene seduto a guardare come quelle persone si comportassero. Stava diventando la mia tv ed ordinai due birre in poco tempo; ero interessato nel vedere quel locale così pieno e vedere colloquiare tutta quella gente, chi in modo animato, chi con la testa ciondolante per la quantità di alcool ingerito. Pensavo che quei posti nei quali adoro perdermi, sono un’enciclopedia sulla vita, sugli usi e costumi. Qualcuno cercò di abbozzare con me qualche tipo di discorso in hindi, ma ovviamente non capii; mentre alcune persone con un inglese base erano incuriosite del perché fossi lì. In effetti anch’io mi chiedevo la stessa cosa, forse perché quel posto emanava la vera magia dell’India, forse perché adoravo perdermi in posti fuori dal comune e forse perché ormai il sud indiano aveva cominciato il suo lungo percorso dentro la mia pelle.

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Alappuzha Beach
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2 risposte a "Lungo la costa ovest indiana"

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  1. Complimenti. Descrizione realistica, racconto fantastico, mi sembra quasi di averla visitata! Complimenti anche per la foto dello schiacciapensieri a tramonto. Icona di vita.

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