Nello slum di Mumbai

Finalmente le 15 ore di treno erano finite! Non ricordo se fossi riuscito a chiudere occhio durante la notte, forse un’ora, due al massimo. Non avevo sentito la mancanza dei treni indiani, ricordai immediatamente il motivo. Scesi dal convoglio, l’afa di Mumbai mi avvolse come una coperta, un caldo opprimente, fortunatamente non umido. Cercai un tuc-tuc all’uscita della stazione di Bandra Terminus, ma trovai un taxi nero e giallo da condividere con un ragazzo indiano, che andava a Colaba, il quartiere dov’ero diretto anch’io.

Dal finestrino dell’auto potevo già capire la città, un’immensità di persone, una densità di popolazione in una città grande, ma nello stesso tempo piccola: il 60% della popolazione di Mumbai, o Bombay, vive nelle baraccopoli. Ero incuriosito dai grandi slum presenti e già potevo vedere qualcosa dai cavalcavia: tetti in amianto, immondizia, case senza senso. Il quadro composto da una baraccopoli ha qualcosa di astratto al proprio interno, e solo chi ci vive può capirlo. Arriviamo a Colaba, trovo facilmente l’ingresso del mio ostello posto accanto ad un minuscolo negozio di pietre preziose. All’entrata quattro cartelli ed ognuno recitava il nome dell’albergo e la scritta ‘camere disponibili’; il mio si trova al quarto piano e, ovviamente, non c’è l’ascensore. Le prime due rampe di scale sono in legno ed i gradini non hanno la stessa altezza. Nel secondo piano due porte grandi bianche, nel terzo un signore che sistemava le sue piante con cura, accanto ad un acquario con l’acqua più verde del prato di casa mia; dentro forse cinque pesci rossi boccheggianti e due bottiglie di plastica. Sopra un gatto che miagola al suo padrone, il quale è preso nell’ornamentare quel piccolo angolo di finestra con la sua pianta rampicante. Salgo ancora fino all’ultimo piano: a destra una porta con la scritta ‘marketing’, dall’altra un’anziana signora con una scopa mi dà il benvenuto e mi indica l’ostello, che a giudicare dalla presentazione del palazzo, era ottimo, seppur frequentato da soli indiani musulmani.

Riposo qualche ora e mi dirigo verso il Gateaway of India, non poco distante e non prima di aver cominciato ad addentare un Vada Pav, il famoso piccolo panino con la polpetta di lenticchie. Mumbai era famosa per il suo street-food, una città foodies dove il cibo veloce era diventato una priorità per i ritmi quotidiani. Rimanendo sempre nella zona di Colaba, vengo fermato da un ragazzo che si complimenta con me per i miei capelli. Ero diretto al Leopold Café, uno dei locali più famosi di Bombay. Dopo aver letto Shantaram ero fortemente incuriosito nel vederlo e mangiarci dentro. Prima di entrare, il ragazzo mi segue, parliamo qualche minuto: si chiama Sunny ed ha 23 anni. I suoi occhi esprimono serenità, forse il nome era proprio quello giusto per lui. Insiste nel voler continuare a chiacchierare, dato che ancora non mi ha fatto una richiesta di soldi, o detto di avere uno shop od altro, quindi rimango con lui davanti al locale ancora qualche minuto; mi chiede il contatto e se, una volta finito di mangiare, volessi continuare a parlare. Sto alla sua richiesta, in fondo mi sembrava un tipo piuttosto tranquillo.

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Gateway of India

Consumo qualcosa all’interno del Leopold, e durante il pranzo ho dei continui flash nella mai testa circa le descrizioni del libro. Era come entrassi in un set cinematografico, cominciando ad immaginare quelle famose conversazioni in quei tavoli. Il locale di per sé non è affascinante, anzi, sul muro un’accozzaglia di roba, locandine di film, targhe di motociclette e specchi con marchi di birra. Un po’ kitsch, un po’ vecchio, ma soprattutto informale. Purtroppo la storia del locale non era tutta rose e fiori: l’attentato pakistano del 2008 è ancora una ferita aperta, ma il Leopold con perseveranza è riuscito a rialzarsi e tornare quello di sempre.

Dopo circa mezz’ora Sunny è fuori la porta del locale, mi saluta e lo raggiungo. Gli chiedo se conoscesse i quartieri di Mumbai e se l’indomani potesse accompagnarmi nello slum del Dharavi, la più grande baraccopoli indiana dove al proprio interno vivono 2,2 milioni di persone. Potevo andare da solo come avevo fatto nei quartieri di Calcutta, ma magari con qualcuno che conoscesse i giusti posti sarebbe stato meglio. Accettò la mia richiesta.

Ci diamo appuntamento nella stazione di Churchgate, saliamo sul treno e mi dice che prima vuole farmi vedere la zona dove vive lui sita nel Khar. Durante i 10 minuti di viaggio mi fa un piccolo riassunto della sua vita. Saltuariamente pulisce scarpe alla stazione, ma vista l’alta temperatura la gente gira con i sandali, quindi le rupie nelle sue tasche scarseggiano. Ha tre sorelle più piccole di lui, che non vanno a scuola, e la madre ha una bancarella di cartoni ed il padre non lavora. In quel poco tempo avevo capito che la situazione di quel ragazzo, o meglio, di quella famiglia, non era certo buona.

Scendiamo, prendiamo un mezzo che, andando contromano, ci porta in una strada affollata, e che si ferma davanti a un piccolo vicolo dove sono presenti un barbiere ed un venditore di tabacco. Sunny mi chiede di seguirlo nel suo quartiere, nella sua casa: stavo entrando nel Khar, stavo ufficialmente entrando in uno SLUM. Non ci credevo, i miei occhi erano spalancati, il cuore a mille tra eccitazione di vedere qualcosa mai visto prima ed il terrore di non sapere dove stare andando. Dovevo solo seguire Sunny, stare attento a tombini e fogne a cielo aperto, a cani sdraiati a terra e a frotte di bambini che giocavano tra tubi e fili elettrici in tensione. Il cielo sopra di me era sparito, l’ombra di quelle case costruite senza logica, quel labirinto di vicoli e quelle piccole porte aperte nelle quali cercavo di scrutare qualcosa, non permettevano alla luce di entrare. Le persone mi fissavano, indispettite o incuriosite dallo straniero, da un ragazzo che si vedeva lontano un miglio non essere a proprio agio. Chiedevo a Sunny se tutto questo fosse normale, se cioè potessi entrare senza problemi all’interno della baraccopoli; senza indugi mi rispose che io ero suo ospite e nello stesso tempo mi ritrovai di fronte alla porta della sua umile dimora.

Mi fa entrare: di fronte a me una porta bassa con una trave in ferro che appena la tocco mi fa prendere la scossa, chissà la tensione elettrica dove passa in questo caos. Una ripida scalinata ed una botola per entrare all’interno dell’abitazione. Le pareti sono azzurre, per terra un mix di piastrelle e cemento liscio ed un tetto in amianto. Un’unica stanzona con in fondo un punto per lavarsi e pulire le stoviglie, ma non per bisogni fisiologici, per quello infatti ci sono i bagni pubblici. Il padre mi saluta, era seduto per terra con le gambe distese, non parlava inglese e Sunny mi dice che può camminare soltanto 10 minuti al giorno, dopodiché crolla. Dalla zona lavaggio esce fuori una bella ragazza, si chiama Joytl, ha 22 anni ed è la prima sorella. È vestita bene e, senza trucco, ha un viso decisamente grazioso; neppure lei parla inglese e dico a Sunny di farle i complimenti per la sua bellezza. Sorride!

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Sunny e Joytl
Sunny e Joytl

I ragazzi mi offrono del riso al curry all’interno di un piatto d’acciaio. Non era molto, 4 o 5 cucchiai, evidentemente quanto bastava per essersi resi gentili; accettai con garbo e mangiai molto lentamente. Durante il pranzo parlai con Sunny, che cominciava a raccontarmi la sua storia a seguito di alcune mie domande. Inizia nel lodare sua madre, che riesce a mandare avanti la famiglia, una gran donna che lavora 15 ore al giorno vendendo della bigiotteria indiana su dei cartoni itineranti utilizzati come bancarella e facendo i conti occasionalmente con lo sfratto della polizia. Lei e Sunny insieme riescono a metter su circa 60 euro al mese, quanto basta per pagare l’affitto e mangiare. Con ammirazione mi parla di sua sorella, una ragazza destinata a fare la fine della madre: già da qualche anno manda avanti la casa, fa da badante al padre, cucina per tutti e fa quel poco di spesa. Tutt’altre parole d’elogio per il padre, un cuore di pietra, un dittatore che comanda sulle vite dei figli, decidendo chi sposare e quando sposarsi. La faccia di Sunny cambia espressione quando mi parla del suo ‘vecchio’, di come tutt’ora con la sua malattia abbia rovinato ancor di più la famiglia.

Mi offre un chai durante la conversazione, ci spostiamo sui tetti in amianto della baraccopoli, chiedendomi di fare attenzione su dove appoggiassi i piedi con il rischio finissi dentro la casa di qualcun’altro. Si confida ancor di più parlandomi dei suoi sogni e di quelli di sua sorella e la cosa che mi stupisce è il sorriso che non va mai via dal suo viso. Riscendiamo nella casa e dal mio portafoglio prendo 500 rupie; non erano una donazione, bensì un pagamento per il lavoro da guida turistica, in fondo avevo visto qualcosa che mai avrei immaginato, oltretutto quei soldi sarebbero andati a finire per una giusta causa e magari come augurio per un suo nuovo lavoro.

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Feci un ulteriore giro all’interno del Khar con lui e Karan, il suo migliore amico che ci aveva raggiunto. Quei vicoli senza senso erano incredibili; trovavo quello slum affascinante ma riluttante, le persone povere ma ricche. Un susseguirsi da sinistra a destra, passando per minuscole piazze maleodoranti con al centro minuscoli luoghi di culto e mini-shop grandi 5 metri quadrati. Ripresi il tutto con la mia actioncam, lo feci per gli altri, per mostrare come la fortuna sia dalla nostra parte e come le lamentele su alcune cose extra che non riusciamo a permetterci siano più importanti di altro.

Usciamo sulla strada, piccola, intasata di motorini e capre. Una liberazione per quanto fosse strapiena di ogni immondizia. Insieme ai due ragazzi salii sulla moto di Karan ed in tre senza casco ci dirigiamo verso il Dharavi, dal quale noto un particolare senso di civiltà rispetto al precedente. Avevo sentito parlare di questo posto come uno ‘slum a 5 stelle’, fatto di vie principali, negozi e persone che lavorano e mandano avanti questa città con l’economia crescente proveniente dalla baraccopoli. Non rimasi sorpreso quanto il Khar, anzi, ne restai abbastanza deluso, forse quello che avevo visto da Sunny era abbastanza per poter essere vissuto e raccontato.

Decidiamo tutti assieme di andare a vedere il Dharavi dall’alto e chiedo di esplorare parte della città che da solo non riuscirei a visitare. Dalla parte di Bollywood fino al mare per poi ritornare nuovamente a casa di Sunny.

Tornammo nei tetti del suo slum, si era sparsa la voce che un ragazzo straniero si trovasse lì. Dalle finestre delle altre case potevo vedere sbucar fuori altri ragazzi per venire verso la nostra direzione. Le domande che mi pongono sono semplici, come di chi volesse scoprire qualcosa in più. Rispondo senza problemi a quel bellissimo interrogatorio ed al calar del sole decido di tornare verso Colaba. Sunny insiste nel cenare insieme, di mangiare qualcosa di tipico ed insieme a Joytl ci dirigiamo verso un ristorante locale, composto da cinque tavolini, un lavandino per lavarsi le mani e la cassa.

Prendiamo un Pav Bhaji, un intruglio di salsa di pomodoro e spezie sul quale viene intinto un panino all’olio. I ragazzi ne prendono uno da dividere, in fondo non era molto, non capii se per timidezza, visto che avrei pagato io, o se il loro stomaco fosse piccolo. Finito il pasto intrapresi la via della stazione, con la promessa di salutarci prima di lasciare Mumbai, offrendogli un pranzo al Leopold. Dopo queste parole Sunny esultò e mi chiese se potesse venire anche la sorella; non avevano mai mangiato in un posto del genere, per quanto il Leopold fosse informale, ma per i ragazzi era una cosa nuova, una di quelle da raccontare agli altri coetanei dello slum.

Presi il treno della linea ovest che aveva come capolinea Churchgate. Le stazioni prima di giungere a destinazione erano poco più di 10 e in quel tragitto non feci altro che pensare all’ingiustizia del mondo. Capii la fortuna di avere una famiglia che mi ha sempre sostenuto e che non mi ha mai fatto mancare nulla, la fortuna di abitare in Europa ed avere tutti i migliori servizi e nonostante tutto non essere completamente felici e soddisfatti, poiché abbiamo sempre qualcosa che ci manca. I due ragazzi non erano tristi, vivono con quella fervida speranza che qualcosa nelle loro vite possa cambiare, non perdendo mai quel piccolo sorriso. Avevo da imparare da tutto questo ed un velo di malinconia mi avvolse anche durante il tragitto a piedi dalla stazione fino al mio ostello in Colaba. Tutto ad un tratto i soldi non avevano importanza, avevo fatto i conti con la visione della povertà, quella vera, quella in cui scopri che siamo tutti uguali, ma quello che cambia è soltanto il conto in banca. Quella famiglia vive ogni giorno come se fosse l’ultimo, con il portafoglio sempre vuoto sperando che un giorno possa leggermente riempirsi, vivendo di riso al curry e sogni. Quei ragazzi che non si chiedono neppure cosa faranno in futuro perché non hanno il tempo di pensare a tutto questo.

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Continuai la mia visita per Mumbai, senza mai staccare il pensiero dal quel Primo Maggio diverso da tutti gli altri, tra gli slum, immondizia ed i tetti in amianto e lamiera. Decisi di passare una mattinata nel quartiere vicino la stazione di Mahalaxmi, visitando la moschea in mezzo al mare Haji Ali, per fortuna e sfortuna con una marea bassa per andarci, ma alta per bagnarsi quanto basta scarpe e calzini. Accanto alla stazione sulla via del ritorno riconobbi dall’alto il Dobhi Ghat, la lavanderia a cielo aperto più grande del mondo con le sue più di mille vasche; svettano sul panorama una quantità industriale di lenzuola di alberghi e jeans, fino ai coloratissimi saree.

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Passai invece il pomeriggio sul lungomare di Marina Drive per vedere il sole tramontare sullo skyline cittadino. Per fortuna quel pallone rosso nel cielo non mi deluse. Come sempre il mio amico tramonto era venuto a salutarmi, forse vedendomi pensieroso su quanto accaduto e su quello che avrei potuto fare, in primis per quei ragazzi, ma anche a livello lavorativo, approfittare della loro disponibilità.

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Qualche giorno dopo ci rivedemmo come da accordi. Si erano sistemati e messi in lucido per un pranzo molto tranquillo a base di sandwich e pollo tandoori. Non eravamo in un ristorante a cinque stelle, ma per Sunny e Joytl quel locale di stelle ne aveva 7. Gli dissi che potevano ordinare ciò che desideravano senza complimenti, che poi avrei comprato un profumo per la ragazza, dei ciondoli per le sorelle e offerto un piccolo aiuto lavorativo a lui con l’ausilio di altri amici indiani, per organizzare un tour ai turisti all’interno dello slum. Essere viziati, per loro, era una novità; i loro occhi felici ed il loro atteggiamento piano piano cominciava ad essere più sciolto; vederli così mi faceva star bene e sereno, dandomi un senso di appagamento. Durante la passeggiata la madre chiama il figlio, lui cambia d’umore, mi guarda e mi chiede se possiamo comprare del riso poiché la madre non era riuscita a guadagnar molto. Comprai 5 kg di riso, latte, zucchero, grano per i chapati (tipo piadina), olio e anche del sapone. Pagai a loro un taxi, vista la pesantezza della spesa, e l’unico modo che ebbero per ringraziarmi fu un caloroso abbraccio, nulla più. Avevano soltanto quello per contraccambiare, ed era abbastanza.

Qualche ora dopo ricevetti messaggi di felicità di tutta la famiglia: per almeno due mesi avrebbero mangiato senza ulteriori pensieri ed io lasciavo Mumbai con la consapevolezza che quell’incontro con Sunny, quella visita allo slum, quel bene fatto a quei ragazzi, mi avrebbe cambiato notevolmente.

In serata presi il treno notturno per Aurangabad con una storia alle spalle da raccontare, con ulteriori progetti per me e la voglia di continuare il mio viaggio in India per essere ancora stupito.

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