Namaste Nepal, l’India mi richiama

Stavo pian piano archiviando il trekking. Riguardando le foto nell’ostello di Kathmandu per poterle catalogare a seconda dei giorni, rivivevo di nuovo quel piccolo viaggio, ed ogni immagine era sempre un gradevole ricordo di quell’esperienza. Nella capitale nepalese ero alle prese con il post-Everest, un susseguirsi di azioni da fare per riprendersi del tutto e fare il punto della situazione, dal semplice lavaggio dei vestiti fino all’estensione di qualche giorno in più del mio visto. Mi ero messo d’accordo con Emilién nei giorni precedenti di passare dei giorni di puro relax a Pokhara. Avevo già deciso a malincuore di non fare altri trekking, come per esempio il Poon Hill sull’Annapurna, nonostante la mia mente si trovasse in disaccordo con il fisico; stavolta ascoltai quest’ultimo. In fondo avevo la maratona una settimana più tardi ed avevo il timore che un altro sforzo in montagna sarebbe stato deleterio per le mie ginocchia.

Mi dirigo a Pokhara con un pullman relativamente comodo dopo una bella colazione a base di chapati e uova. Come sempre le strade nepalesi non sono il massimo: per esse provo quasi come un senso di odio profondo. Incontro di nuovo il ragazzo francese, che gentilmente aveva trattenuto una camera doppia per noi due non poco distante dal lago. Purtroppo qualche giorno prima ed anche al mio arrivo stava facendo i conti con un’influenza intestinale, per cui andai a mangiare con alcuni suoi conoscenti. Mi ritrovavo a condividere il mio pasto con un ragazzo sudafricano, un francese ed una ragazza irlandese; la sera prima a Kathmandu avevo cenato insieme ad una ragazza polacca, alcuni ragazzi cechi, altri israeliani ed un tedesco. Una cosa per cui provo piacere è quella di dividere il mio tempo e cibo con dei ragazzi di altre nazionalità; quest’aspetto è quello che mi piace maggiormente del mio viaggio. Oltre a crescere a livello linguistico, come per esempio l’inglese, stavo crescendo molto anche a livello culturale grazie all’approccio con altri viaggiatori stranieri, che, con il loro modo diverso di pensare, fanno sì che il mio viaggio non sia soltanto formato da monumenti e paesaggi, ma anche da aspetti umani ed emozionali.

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La cittadina che si appoggia sul lago Phewa non mi rilasciava particolari eccitazioni, anche perché avevo deciso che qui avrei ricaricato le batterie, sia mentali che fisiche. Le passeggiate sul lungo lago, con le donne in preda al lavaggio dei vestiti, o le partite di cricket dei ragazzini nel parco adiacente, mi portavano ancora ai freschi pensieri del trekking sull’Everest. Non riuscivo a scacciarlo dalla mente, il che era un bene; evidentemente quell’esperienza era proprio quello di cui avevo bisogno, quasi a completamento del mio viaggio. L’unico modo per distrarmi da questo, ed approfittare del numeroso tempo libero, era organizzare l’itinerario per il sud dell’India, tappa che sarebbe arrivata qualche settimana più tardi.

Nel frattempo Emilién si riprese ed una delle principali attività era mangiare. Nonostante il Nepal a livello gastronomico non mi avesse entusiasmato, a Pokhara si poteva trovare cibo occidentale un po’ ovunque: un caffè, leggermente decente, kebab medio-orientale, birra a fiumi. Decidemmo di farci una camminata fino a Khapaudi, piccolo villaggio di pescatori ed allevatori di bufali. Passando nell’unica strada che attraversava i verdi prati fertili che costeggiano il lago, decidemmo che l’indomani avremmo lasciato Pokhara per dirigerci di nuovo a Kathmandu. Non era convinto di ciò, anche perché voleva visitare un parco nazionale non poco distante, ma io avevo in programma qualcosa di importante: la Kathmandu Urban Marathon.

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Presi il pettorale nella lussuosa guesthouse nel pieno centro dell’area Thamel. L’organizzazione dell’evento si era posizionata con un piccolo stand al proprio interno e distribuiva il dorsale ai pochi partecipanti. Scoprii di essere di nuovo l’unico italiano presente e che fossimo veramente in pochi a correre: circa 30. Correre nella capitale nepalese mi faceva un po’ paura, per il semplice fatto che la polvere ed il caos nelle strade non rendeva agevole una gara di 42 km. Pensai nello stesso istante che, dopo aver corso in alcuni posti, non certo famosi per la tranquillità, non potevo temere di certo Kathmandu.

Il giorno seguente preparai la borsa con all’interno l’indispensabile: maglia azzurra del mio team e bandiera tricolore. Insieme a tutti i partecipanti prendemmo un pullman per dirigerci nel piccolo stadio militare sito nella zona Patan. Siamo in linea, un minuto di raccoglimento; il 25 aprile, giorno della maratona, non era casuale, ma era l’anniversario del tremendo terremoto che scosse Kathmandu nel 2015 causando numerose vittime e distruzione di alcune parti della città. Via al fischio. Facemmo i primi 2000 metri all’interno della pista d’atletica e nella mia testa cominciavo a far calcoli su chi mi stesse davanti e chi dietro. Uscii dal cancello in 10° posizione e mi addentrai nel caos cittadino. La polvere invase immediatamente il mio viso, le macchine era incuranti di noi pochi runners (in fondo era un giorno feriale), il fango in alcune parti, cantieri stradali, mercati, evitare cani ed attraversare semafori in pieno funzionamento. L’obiettivo principale era seguire dei nastri fucsia allacciati a pali della luce, recinti o specchietti delle macchine; ogni tanto qualche maglia arancione fluo dei volontari sparsi in qualche incrocio. Cercai di tenere un buon passo, nonostante non fosse facile per via della strada dissestata e delle persone da schivare, ritrovandomi sempre nella stessa posizione. Davanti a me, chi andava più veloce, lo persi dopo circa 10 km, mentre piano piano cominciai la mi piccola risalita verso l’ottava posizione. Avevo fatto il conto di chi avessi davanti, come un anziano che tiene il conto delle carte in una partita a tresette; io facevo lo stesso con i runners. Non persi mai l’obiettivo di tenere il giusto passo, non per raggiungere qualcuno davanti a me, ma per non farmi superare. Trovai compagnia poco dopo metà gara, con un partecipante nepalese che si mise dietro e non mi lasciò più. A lui non interessava arrivare in una posizione specifica, per lui l’importante era finire, portare quella medaglia a casa e mostrarla orgogliosamente ai propri genitori. Superai un partecipante malese e mi appostai in settima posizione: non lasciai mai quel posto. Durante la gara passammo nei due templi principali della città, facendo le ripide scalinate fino alla sommità. Passai per Durbar Square, tra le vie di Thamel ed i vicoli di Kathmandu. La gara mi entusiasmava, era pazza, mi faceva sentire vivo, e trovare quelle fasce fluo da seguire era come giocare alla caccia al tesoro. Il ragazzo nepalese stava sempre dietro di me, ogni tanto arrancava quando cercavo di allungare il passo ed ogni tanto si metteva avanti come voler collaborare, ma senza grandi risultati.

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Con il cronometro al polso facevo il conto alla rovescia dei chilometri che mancassero, anche perché le mie gambe avevano finito la benzina anzitempo e cominciavo ad alternare, per qualche centinaio di metri, anche una camminata veloce. Superai un mercato, gli occhi curiosi dei locali puntati addosso, girai l’angolo, scorsi la maglia arancione dell’organizzatore che con la mano mi fece cenno di entrare nello stadio. Ero solo con quel ragazzo staccato leggermente dietro di me. Entravo in quel piccolo centro sportivo tra gli applausi dei pochi spettatori presenti, con la mia bandiera verde-bianco-rossa che cominciava a sventolare in alto. L’ultimo giro nella pista, gli ultimi 400 metri, dove aspettai quel timido nepalese per concludere insieme a lui, come formare un piccolo gemellaggio sportivo. Alzai la bandiera, ancora una volta, tagliai il traguardo, la medaglia al collo: era fatta! Avevo conquistato anche il Nepal con la mia audacia, la mia undicesima maratona era ormai storia con quella settima posizione assoluta che mi rendeva orgoglioso. Non mi aspettai di concluderla e non stare totalmente a pezzi, evidentemente il lungo trekking a livello di allenamento aveva dato i suoi frutti. Nel pullman, Gautam, il ragazzo nepalese, che scoprii avesse solo 17 anni, si mise accanto a me, cominciando a riempirmi di domande sul mio paese, sul mio viaggio e lasciandosi anche andare su cosa volesse fare da grande. Mi confidò di voler fare il pilota, ma suo padre voleva diventasse avvocato. Gli consigliai di inseguire i suoi sogni, di ribellarsi, perché la nostra felicità, la conosciamo soltanto noi, non i nostri genitori.

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Tornai in ostello, stremato, con Emilién che mi mandava messaggi di complimenti dalla sua visita al parco nazionale. Ricevetti complimenti da molti, anche dagli altri partecipanti con i quali condivisi una birra per festeggiare la vittoria di tutti. Le vibrazioni trasmesse da questa maratona sono assolutamente positive. Nonostante fosse la prima edizione, nonostante fossimo pochi partecipanti e nonostante l’organizzazione del percorso non fosse impeccabile, tutto questo rendeva questa competizione molto “urban” e di conseguenza fuori dal comune.

Ero a mille, e non vedevo l’ora di tornare in India. La mia esperienza in Nepal era giunta al termine e, sebbene non visitai totalmente questo paese, era riuscito lo stesso a rilasciarmi alcune delle esperienze più belle di tutto il viaggio. Salutai Emilién con un caloroso abbraccio e la promessa di rivederci ancora. Come sempre condividevo sui social un pensiero ed ogni volta, nel rileggerlo, quel pizzico di nostalgia s’impadroniva di me, come quegli arrivederci, quel qualcosa che sai non tornerà più, perché se un giorno dovesse ricapitare non sarebbe la stessa cosa. Avevo a che fare come sempre con le mie forti emozioni, pensando che ogni giorno passato, ogni esperienza finita, era come un piccolo tassello di un puzzle che piano piano svuotava la scatola per riempire la figura.

Rientravo in India, con un volo per Nuova Delhi molto suggestivo e sull’aereo la catena himalayana dall’alto accompagnava il mio viaggio fatto da ulteriori pensieri, come per esempio il mio ritorno a casa. Al mio arrivo il mio amico Rajesh, il fratello di Kush, mi riportava a casa della mia seconda famiglia. Fortunatamente il pic-nic organizzato dalla famiglia Tandon sui prati dell’India Gate mi tenne distratto, e nonostante fossi stanchissimo, inserii un’altra esperienza alla mia fantastica avventura. Ormai ero diventato parte integrante della famiglia, alcuni partenti avevo avuto modo di conoscerli nella mia settimana passata a Delhi prima di dirigermi a nord, altri li conobbi quella sera, e grazie al contatto con loro, aggiunsi al mio vocabolario qualche parola hindi. La bellezza e la fortuna di partecipare a questi eventi famigliari ti fa capire molto sulle abitudini della gente locale, essendo una di quelle cose che non vivi sempre se non ti trovi all’interno di una famiglia.

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Il giorno dopo, ancora leggermente rintontito, presi il treno nel pomeriggio per Mumbai, o Bombay (per gli indiani di una certa età), cominciando l’esplorazione della parte sud. L’India 2.0 stava cominciando.

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