Lassù, a due passi dall’Everest

Treno notturno da Nuova Delhi per Gorakhpur, immediato bus locale per il confine nepalese di Sonauli, un’ora di attesa per un altro bus notturno alla volta di Kathmandu. 31 ore di viaggio, scomode, ma con un obiettivo ben visibile: il campo base Everest.

Nelle 24 ore di Kathmandu avevo fatto tutto ciò che servisse per il trekking: permessi, acquisti di materiale tecnico e qualche pietanza a lunga scadenza visti i prezzi esagerati che si trovano in alta montagna. Ero pronto! Qualche giorno prima avevo esternato a mio fratello la mia preoccupazione e l’estasi riguardante questa nuova esperienza. Sentivo lo stomaco in subbuglio, un po’ di nervosismo, come dovessi affrontare una nuova partenza, un nuovo inizio di un viaggio. Forse era proprio questo, il lungo trekking che mi avrebbe portato in alta quota era simile ad un piccolo viaggio, una camminata lunga tre settimane.

L’indomani presi il bus per Jiri Bazaar. Avevo deciso di cominciare il cammino da lì. Il trekking originale parte da questo piccolo e modesto paese pieno zeppo di guesthouses e piccoli shop di articoli tecnici per la montagna. Il viaggio da Kathmandu però fu senza dubbio il peggiore della mia vita: sette ore su nove totali di continui sobbalzi e polvere. Un po’ come andare sui crateri della Luna, un po’ come sentirsi in un aereo con la turbolenza continua. Sedili stretti, nessun spazio dove riporre lo zaino e soprattutto caldo all’interno a causa dei finestrini chiusi per non fare entrare la polvere proveniente dalla strada sterrata. Arrivai tirando un sospiro di sollievo e ciò che mi faceva star bene era soltanto il pensiero di cominciare. Esplorai in meno di un’ora il paese, prima che calasse il buio. Durante la piccola visita conobbi Emilién, un ragazzo francese proveniente da Rennes, nella regione della Bretagna. Scambiamo qualche chiacchiera e mi chiede di intraprendere insieme il trekking. Avevo letto su vari blog, forum e altro che fosse consigliato essere in compagnia e diedi retta a tutto ciò che lessi. Trovai un amico che insieme a me stava per svolgere un’esperienza senza precedenti.

Lasciamo Jiri e cominciamo ad addentrarci tra i sentieri. A farci da guida dei punti rosso fluo realizzati con una bomboletta spray, presenti in ogni piccola deviazione, segnalati su un tronco d’albero, una roccia, un muretto di confine. Durante le prime ore comincio a conoscere meglio Emilién, condividendo le nostre informazioni, non solo private, ma anche riguardanti il planning del trekking. Veniamo spesso interrotti da bambini che, quando ci vedono, oltre che a gridarci “Namaste”, ci chiedono penne per scrivere e cioccolata. Sin da subito scruto con estrema curiosità la vita nei piccoli villaggi che si trovano man mano sulla strada. Non fa freddissimo, in fondo mi trovavo a quasi 2.000 metri d’altitudine, ma notavo come le persone del posto non avessero una vita granché facile. L’inverno non è perenne, ma è lungo!

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Arriviamo a Shivalaya. Facciamo un break, uno dei tanti, paghiamo il biglietto d’ingresso e ricominciamo. Il primo grande step alle porte era il Deurali a 2.400 metri: nonostante non sia stata una vera e propria minaccia, fu il primo passo montano in cui capii che sarebbero state tre lunghe ed estenuanti settimane. L’arrivo a Bhandar in serata, sita a 2.100 metri, tra pascoli di bovini e verde, quasi come un paesaggio dolomitico, fu una vera e propria liberazione. Le spalle mi facevano male, eppure lo zaino non era sufficientemente pesante, ma probabilmente le 10 ore di cammino si erano fatte sentire.

Cominciai le alzatacce mattutine subito dopo l’alba. Sin dai primi giorni, la sera alle 20, massimo 21, si andava a dormire, ed alle 6-6.30 la giornata doveva assolutamente cominciare. Colazione abbondante a base di uova, un vero toccasana, e via verso Junbesi. Il programma giornaliero prevedeva un bel po’ di chilometri sali e scendi, ma le nuvole all’orizzonte minacciavano pioggia. L’acqua non tardò ad arrivare e ci proteggemmo all’interno di un piccolo ristorante condotto da una famiglia sherpa. Presi una zuppa calda di noodles, ero bagnato ed infreddolito, dovevo scaldarmi. Nell’attesi feci amicizia con Nuru, il figlio dei proprietari, 8 anni e tanta voglia di imparare. Gli feci vedere i video del mio viaggio, alcune foto e gli insegnai delle frasi in inglese. Assieme a lui, la sorella di 16 anni in pochi minuti si era già affezionata posando svariate volte la testa sulla mia spalla. Al piccolo regalai una penna, che rese più contenta la madre, visto che la signora stava imparando a scrivere l’alfabeto latino. Sul suo piccolo quadernino potevo leggere: A=Apple, B=Boat, C=Cat, e così via. Con estremo ordine e cura dei dettagli la donna, che avrà avuto circa 40/45 anni, teneva quel suo piccolo blocco di carta a quadretti come fosse un oracolo.

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Passai poco più di due ore a Chimbu, villaggio composto da tre, al massimo quattro case, poi andai via, salutando quella splendida e semplice famiglia sherpa. Condividere del tempo con loro era stato un onore, mi avevano già regalato la prima emozione nepalese; questo era quello che cercavo, quello che andava oltre il semplice trekking montano. Andai via con un velo di nostalgia e con la pioggia che continuava a non fermarsi, tanto che decidemmo di sostare per la notte a Sete e far compagnia ad un gruppo di monache che parlavano solo la loro lingua locale.

Dormii male, avevo una leggera debolezza, un piccolo stato febbrile, dovuto all’acqua presa ed all’umidità, che riuscii però a sventare con un medicinale. Dovevamo affrontare il passo di Lamjura a 3.600 metri: era la prima e vera scalata e dovevo assolutamente essere in forma. Il sole ed il vento ci tennero compagnia e, una volta scollinati, giungemmo a Junbesi. Il “grande” villaggio era un piccolo punto di riferimento, non solo per altri trekkers, ma anche per gli altri abitanti dei villaggi limitrofi. Soggiornammo in una graziosa guesthouse con dei proprietari gentili, ai quali ripromisi di tornare a trovarli dopo avergli lasciato parte del mio bagaglio per rendere lo zaino meno pesante. Qui ebbi alcuni primi scontri di pensiero con Emilién. Avevo capito che per lui l’Everest era un ossessione ed arrivarci il prima possibile era il suo obiettivo. Non mi trovavo d’accordo con il suo pensiero, non c’era nessuna medaglia, nessun premio, ma lo assecondai per una volta ed il giorno dopo camminammo 31 km per arrivare a Jubing, situato a 1.600 metri, a pochi passi dal fiume. Passammo per Ringmo, il passo Taksindu-La (3.000 metri) e Nunthala. Arrivai stremato, le 10 ore di cammino, i continui dislivelli ed un piccolo assaggio di pioggia nell’ultima ora erano stati deleteri. Accusai tutto nella notte! Non dormii per il mal di gambe e ginocchia. Speravo che la parte bassa del mio corpo mi desse tregua in quei giorni ed invece dovetti farne i conti sin da subito.

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Rimandai l’arrivo a Lukla il giorno seguente, mi fermai a Paiya dopo 7 ore di duro cammino. Emilién decise di andare per motivi personali; io, passate le continue salite e discese di Kharikhola e Bupsa, alzai bandiera bianca. Mi limitai a raggiungere Lukla con le 4 ore rimanenti il mattino seguente, leggermente più riposato. Molti iniziavano il trekking da qui, da questa piccola città rinomata per avere uno degli aeroporti più pericolosi del mondo e dalla quale si ottengono i permessi per continuare, fare spese e passare qualche giorno di riposo senza vivere come dei selvaggi. Mi limitai a passare un giorno, scoprendo una piccola bakery dove assaggiai il caffè più buono dei miei 9 mesi di viaggio: a 2.800 metri, in Nepal. Ne presi due, avevo carenza di caffeina.

Mattina presto. C’è il sole ed eccolo lì, il primo arco d’inizio. Pago l’ennesimo biglietto e parto. Ero emozionato ancora una volta e non erano bastati i primi 6 giorni. Qui cominciava una parte diversa di tragitto. Si faceva sul serio, partiva la salita, quella che mi avrebbe portato in alto. Sentivo continuamente dolori un po’ ovunque ma in quel momento erano offuscati dall’eccitazione. Ogni passo, ogni ascesa, ogni piccolo pendio era come un piccolo puntino da scrivere a quest’avventura. Arrivammo a Monjo, a ridosso dell’entrata ufficiale del Parco Nazionale Sagarmatha: cominciavo a sentire il profumo dell’Everest.

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Purtroppo, a tratti, la delusione di vedere dei villaggi persi di autenticità era tanta. Alcune piccole località con il tempo sono diventate dei veri e propri luoghi turistici. Lodge, ristoranti, bakery, wifi, tutto per ogni trekkers improvvisato, c’è tutto per tutti. Ben diverso dalle località precedenti Lukla, quei villaggi fermati dal tempo, ancora con i camini accesi, uomini con le ceste a far legna per l’inverno, donne in vestiti tradizionali a raccogliere dal loro piccolo orto quelle verdure che faranno parte della loro zuppa. Namche Bazaar, a 3.450 metri ne era ancora l’ennesima prova. Un piccola città montana più che un villaggio. Un piccolo cinema, qualche pub, bakery, negozi di souvenir e tanti ristoranti. Turistica a dir poco, ma con prezzi decisamente nella norma. Molti si fermano qui per acclimatarsi all’altitudine e noi facemmo lo stesso.

Emilién dovette fare i conti con la febbre rimanendo per due giorni in albergo, io, al contrario di lui, vissi qualcosa di unico. Mi diressi verso Syangboche e Khumjung, due piccoli borghi situati poco più in alto, perfetti per abituarsi all’altitudine. Camminai per circa un’ora in direzione di una piccola sommità, dalla quale potevo intravedere l’Everest. Non ero riuscito a vederlo nei primi giorni, quelli da Jiri a Lukla, a causa del tempo nuvoloso. Non mi aspettavo un granché: scovarlo, anche solo da lontano sarebbe stato già un piccolo successo. Arrivai, trovai in primis l’Amadablam che comandava sulla vallata, il Lhotse, alto più di 8.000 metri e poi lui. Era lì, imponente, fermo, massiccio: l’EVEREST. Piansi, ero solo, potevo lasciarmi andare, probabilmente avrei fatto lo stesso anche in compagnia, ma quel momento era mio. Mi sedetti su un masso, le nuvole andavano e venivano divertendosi a scoprire ogni tanto quella punta ad 8.848 metri. Ero incredulo, mi pizzicai per capire se stessi sognando, se l’Everest fosse una visione, qualcosa di astratto e non di concreto. Lo guardavo e lo riguardavo, non ero ancora arrivato dove volevo arrivare, era distante circa 30 km ma questo era già tanto. Un’ora, due ore a chiedermi come potesse essere salire in cima. Pensavo come potesse essere starci più vicino e vederlo ancora meglio. Questo mi diede la carica per i giorni seguenti e la voglia di arrivarci stava diventando sempre più grande.

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I due giorni seguenti erano come se mi trovassi in un altro punto del mondo. Tengboche, Dingboche e Chhukung erano le località che contribuirono a mostrarmi la dura vita al di sopra dei 4.000 metri. La natura muta il suo aspetto. Non c’è spazio per piccoli fiori celesti e margherite. Erba secca, fiume ghiacciato per metà, sprazzi di neve e roccia grigia. Da qui l’Everest ed i suoi compagni degli ottomila fanno capire chi è che stabilisce la legge della natura. Non c’è spazio per la vita normale: il vento e la neve cooperano per far sì che il freddo in queste località, a partire dal pomeriggio, sia una vera costante. Durante la notte a Dingboche nevicò, ci alzammo con un piccolo strato di bianco sull’erba bruciata dal freddo e c’incamminammo verso Chhukhung, a circa 6 km di distanza e leggermente più in alto, in modo da avere un giusto acclimatamento. Da qui si aggiunse Jan, un ragazzo proveniente dalla Repubblica Ceca, che decise di venire con noi verso il passo Kongma-La, posto a poco più di 5.300 metri. Ero nervoso, ma fiducioso. Quello che mi faceva sentire vivo quel giorno era che, ad un certo punto, mi sarei trovato ad essere più in alto del Monte Bianco. Era una strana sensazione, una di quelle piccole soddisfazioni, e quando scoprii di essere a 5.000 metri, un brivido lungo la schiena. Cominciavo a chiedermi: “Cavolo, non ci credo, sono arrivato sin qui e ancora non è finita!”. Di domande quel giorno me ne sono poste molte, lungo la scalata verso il passo ed attraverso la nevicata che iniziava a diventare sempre più una tormenta. Emilién rimase dietro di me, staccato di molto, non si sentiva bene, ma io, un po’ egoisticamente procedetti avanti, le mie gambe andavano alla grande e non volevo interrompere il ritmo che mi ero imposto camminando su quell’ardua salita. Jan mi seguiva ed arrivammo insieme al passo, in quel punto dove le bandierine tibetane sventolano di più, dove minuscoli stupa sembrano dirti: “ce l’hai fatta!”.

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Il ragazzo ceco decide di scendere quasi subito, seguendo un guida sherpa insieme a due ragazzi coreani. Io decisi di aspettare il mio compagno di viaggio francese e nell’attesa fare qualche foto. La piccola impresa che ero riuscito a fare, senza ulteriori affanni, era una bomba nel mio cuore, felice per aver raggiunto quella quota, che non sarebbe stata la più alta del trekking, ma che per difficoltà e condizioni meteo, si era rivelata insidiosa. Emilién arrivò circa 10 minuti dopo di me: affannato, stanco, provato. Decise di riposarsi, mentre io, cominciando a sentir freddo, m’incamminai. Neve, neve e soltanto neve. Una piccola via scavata dagli altri trekkers s’intravedeva in quel bianco. Iniziai la discesa decidendo di farla scivolando, ero già in crisi, neppure avevo fatto 200 metri e sapevo sarebbe stata difficile quanto la salita vista la pendenza a picco. Oltretutto la bufera di neve che s’avvicinava non lasciava pensare nulla di positivo. Continuai a scendere, cadendo numerose volte. La bufera era sempre più forte, sembrava non domare la sua potenza, non riuscivo a vedere molto oltre e come se non bastasse le impronte cominciavano a cancellarsi, producendo una via difficile da capire. Tutto è bianco, cado ancora una volta, non so dove andare. Tutto sembra uguale, qualche roccia che spunta, dover fare attenzione a dei piccoli crepacci, non saper che fare e dove andare. Trovarsi lì a 5.000 metri, nel bel mezzo di una tormenta, freddo, nessuno nei paraggi, la paura che sale dai piedi e ti arriva alla testa. Un vuoto dentro di me, quel vuoto che avevo davanti e che mi bloccò. Andai a sinistra, poi a destra, di nuovo a sinistra e di nuovo caddi. Mi fermai qualche minuto, un respiro profondo. Capii che la paura si combatte con la paura stessa. Trovai coraggio, la scelta di essere forte era l’unica potessi prendere in quel momento. Decisi volontariamente di continuare a scivolare, era la stessa cosa che cadere, al massimo avrei rovinato pantaloni, zaino e giacchetto. Scesi veramente poco alla volta, pochi passi, non vedendo mai una fine.

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Sentii un piccolo rumore. Mi girai: Emilién dietro di me. Presi coraggio con lui, con il mio compagno di viaggio che qualche settimana prima era un perfetto sconosciuto. Cadde anche lui quanto me, a volte rovinosamente, ci preoccupammo l’uno dell’altro diventando una squadra, un’unica persona. I nostri glutei probabilmente dopo la trentesima caduta non sentivano più dolore, la nostre mani e piedi, congelate, erano messe continuamente alla prova. Insieme arrivammo nei laghi ghiacciati, da lì, il villaggio di Lobuche, sarebbe dovuto comparire. Affrontammo la piccola salita, il nulla; non una via precisa per oltrepassare l’ultimo ostacolo, massi su massi ricoperti da ghiaccio a rendere ancora più pericoloso il tutto. Continuammo a camminare, in quella nevicata, sfiniti, bagnati, sporchi. Break su break appoggiati su sassi umidi, coscienti di essere quasi arrivati a destinazione ma di essere al limite fisico.

Alzo la testa, quasi sconsolato alla ricerca di un sentiero, scorgo un cane nero e marrone arrivato su un masso, ci abbaia, sembra dirci: “siete arrivati, da questa via si accede a Lobuche!”. Seguiamo un piccolissimo sentiero che ci porta da lui, ci guarda, in silenzio, ruota la testa in direzione del villaggio; in lontananza e tra la bufera scoviamo i tetti dei lodge. Procediamo per altri 10 minuti, Jan ci vede e ci viene incontro. Per noi ha contrattato due posti letto, ci parla, non lo ascoltiamo, siamo sfiniti, due zombie che camminano. Entriamo nella hall, ricoperti di neve dalla testa ai piedi, i presenti ci vedono, la sala rimane in silenzio, come fossero entrati due alieni. Il proprietario, un tizio basso e con gli occhi storti, senza giri di parole ci porta nella stanza, ringraziamo Jan, buttiamo gli zaini a terra ed un lungo abbraccio, sincero, fatto di una paura sconfitta e grati a quella forza che ci ha portato sani e salvi a destinazione.

Nella notte ripensai a quella discesa, nonostante fossi veramente stanco, e non riuscivo a prendere sonno. È questo ciò che si prova quando si ha paura? Forse per la prima volta nella mia vita l’avevo provata e sinceramente la sensazione non mi era piaciuta affatto. Limitandomi a pensare al fatto che fossi fortunato e che un’esperienza del genere potesse soltanto rendermi più forte e, sicuramente nel raccontandola, più cosciente della pericolosità. Non esternai i miei pensieri notturni con Emilién, li tenni per me: avevo paura di risultare noioso e volevo continuare quegli ultimi giorni di trekking in maniera positiva. Ci spostammo a poche ore di cammino fino a Gorak Shep, dove trovare una camera libera fu quasi più faticoso del passo del giorno prima. Per niente stanchi, avendo percorso pochi chilometri, posate le borse, andammo verso il campo base Everest. Il mio, e nostro cammino stava giungendo al termine, e l’arrivo ai famosi 5.345 metri fu qualcosa di veramente emozionante. Un traguardo, grande o piccolo che sia, che aveva il profumo di vittoria. Bandierine tibetane miste con quelle di altre nazionalità libravano nel nuvoloso cielo. Alcune consumate dal forte vento, altre completamente ghiacciate ricoperte dalla soffice neve che continuava a cadere. Davanti a noi svettavano quelle cime innevate con i laghi ghiacciati sottostanti e le tante tende color giallo rendevano il panorama come fosse un quadro. Da esse ogni tanto sbucavano fuori piccoli uomini sherpa, chissà se qualcuno di loro da lì a poco sarebbe andato verso la cima dell’Everest, o forse erano soltanto facchini che portavano vettovaglie ai loro amici. Non importava chi fosse chi in quel momento, si è amici di tutti, si sorride, si scherza, io ed Emilién brindiamo con del whisky e del sidro di sottomarca comprati a Lukla. Siamo felici di quanto fatto. Sono felice di aver portato a termine qualcosa di unico, ma non era finita, mancava la ciliegina sulla torta ed il giorno dopo la misi.

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Campo Base Everest – 5.345 metri

Kala Pattar, 5.550 metri, l’alba, l’Everest! Bastava questo, il mio viaggio era diventato completo. Lo vedevo, lui guardava me, io guardavo lui, limpido, senza nuvole, con quel piccolo accenno di sole albeggiante che sembra dirmi: “complimenti Simone! Bel traguardo!”. Ero felice, piansi, più volte. Risi, più volte. Si può solo far questo di fronte a cotanta bellezza, di fronte alla maestosità della natura. Tanti ci provano a salire, pochi ci riescono, ma a me bastava solo trovarmici di fronte e capire di essere arrivato qui grazie alla mia forza di volontà. Pensai immediatamente alla mia famiglia, il mio traguardo era per loro, perché c’erano sempre stati, perché in quel momento non ero solo, erano con me, come ad ogni passo da Jiri, da Bangkok, dall’inizio del mio viaggio a luglio.

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Vista dell’Everest da Kala Pattar – 5.550 metri

Scesi per tornare verso Junbesi, mi aspettavano 6 giorni di cammino. Il primo fu disastroso, quasi appagato di aver visto l’Everest. Come un calciatore che vince il Mondiale di Calcio, era come avessi vinto la mia coppa, non mi bastava altro ed il mio viaggio poteva finir lì. Brutta sensazione quella di avere zero motivazioni, come se quei 5.550 metri fossero tutto, fossero l’arrivo di un viaggio, di una maratona durata settimane. Ne parlai con mio fratello, il quale mi disse: “il mondo non si ferma sull’Everest. Hai ancora il sud dell’India e lo Sri Lanka, vai e racconta!”. Quelle sue parole risuonarono come una campana nella mia testa ed il giorno dopo ripresi le forze ed in pochi giorni passai da Pangboche a Namche Bazaar, da Lukla a Khari Khola fino al passo Taksindu. In quest’ultimo una signora anziana, che gestiva un ristorante con camere locali, mi trattava come fossi suo nipote. Chi passasse da lì, aveva un thè caldo pronto sul tavolo. Non so dire quanti anni abbia, probabilmente 50-55, le sue rughe sicuramente mentono sulla sua vera età. Non glielo chiesi, ma consigliai questo posto a dei ragazzi che passavano lì alla ricerca di un letto ed un pasto caldo. Qui mi misi a distribuire consigli su come comportarsi in caso di mal di testa dovuto all’altitudine, quale cibo comprare e dove. Dove poter mangiare e dormire spendendo meno, insomma un piccolo vocabolario di informazioni montane per dei trekkers che, come me settimane prima, si avventuravano in alto.

Arrivai a Junbesi, in tempo per il capodanno nepalese, mentre Emilién decise di andare a festeggiarlo a Pokhara in maniera molto più caotica. L’anno 2075 era scoccato, e questo villaggio, ben diverso dalle altre città, festeggiava con maschere e balli tradizionali. Niente alcool tra le sue strade, niente gente impazzita. Persone locali con la pancia strapiena di MoMo, i famosi ravioli nepalesi ripieni, ridevano per nulla durante la piccola parata mascherata. Fu molto carino assistere a tutto questo tra l’innocenza di questa gente, tra le risa dei bambini dispettosi che si tiravano riso e giocavano a chi è più furbo.

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Il giorno dopo mi diressi a Phaplu, dove il giorno dopo avrei preso una jeep per Kathmandu. Ero triste ma nel tempo stesso determinato a continuare il mio viaggio. Durante le tre ore pensavo e ripensavo alla mia avventura, senza ombra di dubbio la più bella della mia vita. Quell’esperienza che anche tra cent’anni non dimenticherò mai. Poco importa se alcune foto o video possono essere venute male, perché gli occhi fotografano ed il cervello immagazzina, questo basta per far piangere te stesso quando ti sentirai solo. Sapevo di aver fatto qualcosa di veramente grande per me stesso. Io che in montagna nella mia vita avrò passato 20 giorni e che mi ero ritrovato a passare tre intere settimane in alta quota. Io che vivo a pochi chilometri dal mare, ho imparato che non esiste un posto più bello dell’altro, perché ognuno ha la sua diversità.

Perché se l’Everest oggi mi ha insegnato qualcosa è che l’importante è il viaggio, non la meta.

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