Feste e fattacci nel nord dell’India

A Nuova Delhi ritrovai finalmente qualcuno che conoscessi veramente. Micky e Nisha, amici indiani di famiglia da una vita, erano primi conoscenti che incontrassi in quei 7 mesi di viaggio. Alloggiavo inizialmente nel colorito e chiassoso quartiere Paharganj, molto turistico, ben posizionato e stracolmo di hotel e guesthouse economiche. Mi serviva qualche giorno di riposo per rimettermi in sesto; viaggiavo da un mese in India ed ero continuamente messo alla prova da questo Paese. Incontrai altri amici della coppia indiana con i quali feci amicizia, Giorgio e Flavia, che si trovavano a soggiornare nel mio stesso albergo. Conoscevo in parte Delhi e con loro mi limitai a girare e fare piccoli acquisti al famoso Chandni Chowk, la grandissima moschea Jama Masjid e nella parte cool della città: Connaught Place. Il giorno dopo in solitaria tornai a visitare il Raj Ghat, luogo di cremazione del Mahatma Gandhi e girovagai senza meta nella parte vecchia di Delhi, passando specialmente per il quartiere musulmano.

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Quello che mi mancava di questa immensa città, era girare nei rioni più caratteristici, inoltrandomi in punti che non avevo visto neppure lontanamente l’ultima volta. Il giorno dopo ritrovai un vecchio amico: Kush. Questo ragazzo della mia stessa età fu la guida turistica che ci guidò in quel mini-tour indiano di 11 anni fa. Con lui ero rimasto in leggero contatto, ma niente di eccezionale. Già all’inizio del mio viaggio, quando mi trovavo ancora nel Sud-Est Asiatico, mi propose, che se avessi avuto voglia, potevo stare a casa sua insieme alla sua famiglia, quanti giorni volessi. Accettai vivamente la proposta, in fondo mi ritrovavo ad avere un buon appoggio in una casa, con del buon cibo vero locale, modi di vivere 100% indiani; inoltre qualche giorno dopo avrei dovuto correre la maratona ed una base nel centro città era ottima. Conobbi tutta la sua famiglia: moglie e figlia, fratello e cognata con i rispettivi nipotini ed anche sua madre. Andai nei giorni successivi nel suo ufficio, parlando anche di un futuro lavorativo da affrontare insieme. Avevo avuto la conferma che fosse quella seria persona che conobbi in passato ed una collaborazione con lui mi allettava. Fu in tutto e per tutto gentile e disponibile nei miei confronti, offrendomi ogni tipo comfort e cibo, fino ad accompagnarmi alle 4 del mattino nel punto di partenza della maratona.

Era la decima. Ero nervoso. Non ero in forma. Bastava questo per riempirmi il cervello. Ero come al solito l’unico italiano e dovevo affrontare anche questa gara con l’assoluto rispetto. Non ero allenato ed il mio fisico non voleva essere preso in giro, soprattutto le ginocchia, che già in varie occasioni, soprattutto nell’ultima gara a Jodhpur, si erano dimostrate restìe nel correre ancora. Al 13° km ebbi la prima scossa sull’arto sinistro, rallentai e ripresi la corsa, ma dopo pochi chilometri toccò al desto, poi un susseguirsi di dolori, passo dopo passo. Non riuscivo a godere di un passaggio sotto l’India Gate, o della festa che si stava tenendo a bordo strada. Mancavano più di 20 km ed io non riuscivo neppure a correre con facilità. Pensai al ritiro, mi fermai per piegare le ginocchia più e più volte e quando mi abbassavo il pensiero di gettare la spugna stava diventando una piccola certezza. Strinsi i denti, non volevo andasse a finire così la mia decima maratona, non volevo deludere me stesso e tutti quelli che credevano in me. Arrivai al termine, la conclusi anche grazie a dei lenti “pacemaker” che mi diedero una bella dose di coraggio. Sul finale alzai timidamente la bandiera visto il tempo non ottimale, ma quando si passa sotto l’arco di arrivo, i pensieri negativi svaniscono e si pensa soltanto al momento in cui la medaglia al collo, con la scritta “42,195 km – FINISHER”, faccia la sua figura.

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Pagai a caro prezzo la voglia di finire la maratona, tanto che i giorni seguenti le scale che dovevo salire e scendere sembravano essere una montagna da scalare. Il riposo assoluto fu d’obbligo e decisi di rimanere a Nuova Delhi per due giorni in più in modo da tornare in forma e non essere rottamato a metà tragitto indiano.

Con Kush in quei giorni feci il planning che mi avrebbe portato nella parte nord dell’India. Sotto suo consiglio decisi di andare a festeggiare l’Holi Festival, più comunemente conosciuto come festival dei colori, ad Anandpur Sahib, dove si sarebbe tenuto anche un’altra festa particolare: l’Hola Mohalla. Quest’ultima era l’orgoglio dei sikh, una religione che viene professata soprattutto nel Punjab e che in quei giorni vedeva la sua città simbolo in fermento. Arrivai con il treno in serata nel caos più totale. Tentai di trovare un posto dove dormire dentro al tempio, ma quando entrai trovai un tappeto di persone su cartoni, buste e coperte sparse ovunque. Mi diressi fuori il gurudwara principale in cerca di un letto; capii immediatamente che sarebbe stata un’impresa trovare un posto o un piccolo materassino per stare comodo. Girando per la città, inseguendo cartelli con scritto “ROOM”, trovai un ristorante in ristrutturazione con all’interno una schiera di futon e coperte. Dovetti accontentarmi di dormire accanto alla cucina impolverata, senza farmi una doccia, tra altre persone che scrutavano ogni mio movimento. In quei giorni mi muovevo per la piccola città in festa, visitando alcuni posti sacri e girando in mezzo ai colorati e tipici copricapi sikh. Scoprii la gentilezza di queste persone e la loro fissazione per le armi, la loro curiosità di vedere uno straniero in mezzo a loro e la voglia di colloquiare nonostante parlassero inglese.

Arrivò il giorno dell’Holi. Finalmente avrei potuto apprezzare questa festa in tutta la sua bellezza. Polvere colorata, composta da colori caldi e vivaci, tappezzava il mio viso. Ridevo e giocavo con la gente del posto che a sua volta si divertiva sia con me che con altre persone. Mi toccavano il viso, impiastrandomi prima di giallo, poi di blu, poi fucsia e di nuovo di un giallo fluo; io facevo la stessa cosa e non importava se davanti avessi un bambino, un anziano o una donna. Le vibrazioni positive trasmesse da quella festa erano vere, godendo di quegli attimi e fregandomene addirittura di fare belle foto. Stavo vivendo un momento mio, in cui mi sentivo bene, ripensando a quei dolci momenti di quando festeggiavo il Loy Krathong a Chiang Mai. Poi iniziò un rullo di tamburi, un frastuono, le grida ed una parata fatta da macchine, cavalli e guerrieri sikh con lance che davano inizio all’Hola Mohalla. Un fiume di persone si rivolse nelle strade; io non riuscivo neppure a toccare terra per gli spintoni e tutta la baraonda che si stava creando. Non mi rendevo conto di quello che accadeva intorno a me, tanto che mi accorsi di aver perso il cellulare; mi resi conto qualche minuto dopo di ciò che accadde, non trovando risposte su come e quando. Fu inutile andare indietro a cercarlo. Avevo rovinato uno dei giorni più belli del viaggio. Non m’importava di aver perso il cellulare in qualità di oggetto, quello a cui pensavo era la funzione del cellulare: codici bancari e postali, numeri, appunti.

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Ne avevo uno di scorta, vecchio e lento con una SIM indiana all’interno che acquistai al mio arrivo a Calcutta. Fu una piccola salvezza in quanto riuscii ad avvisare la mia famiglia dell’accaduto e quanto meno limitando i danni. La sera in preda ad una piccola crisi mi lavai soltanto il viso, presi il primo bus utile e andai ad Amristar.

Qui fu peggio. Il bellissimo Tempio d’Oro a parte, non riuscii a godere veramente di questa città sacra. Ero indeciso se tornare a Roma per riparare al danno, in quanto rimasi parzialmente bloccato a livello economico a causa dei codici che venivano inviati al mio numero di cellulare perso. Non potevo far nulla da lì, e trovai l’aiuto di mio padre e mio fratello che riuscirono a sistemare il tutto ed in parte rassicurandomi in modo da poter continuare il mio viaggio senza interruzioni. Nonostante ciò non ero più me stesso. Non bastava il loro manforte dall’Italia per rendermi sereno, ed il pensiero di tornare si faceva sempre più frequente. In questi lunghi mesi avevo già fatto i conti con la perdita della patente a Bangkok, della caduta a Saigon nel fiume demolendo parte della mia fotocamera, della clonazione della carta di credito in Birmania ed ora la ciliegina sulla torta. Troppe cose stavano accadendo, sia per una mia disattenzione che per sfortuna. Venni rassicurato più e più volte grazie all’aiuto morale e pratico della mia famiglia che fu veramente decisivo. Per fortuna ad Amristar trovai anche tre ragazzi indiani nella camerata dell’ostello che non mi fecero pensare al resto. Si erano presentati alle dieci di sera con whisky, stuzzichini speziati e uova al curry, pronti a fare un piccolo party in stanza. Erano incuriositi dal mio lungo viaggio e si divertivano a raccontarmi le loro storie. Uno di essi mi fece fare una videochiamata con il padre che parlava soltanto hindi, non capendo assolutamente nulla. Fu divertente e piacevole passare una serata diversa dalle altre trovando anche un ulteriore motivazioni a continuare.

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La mattina seguente mi diressi nella stazione degli autobus per prendere un mezzo che mi avrebbe portato a Jammu e successivamente a Srinagar, nel Kashmir. Ero elettrizzato al pensiero di andare in uno Stato non molto battuto a livello turistico a causa delle continue rappresaglie militari, ma il problema era superare Jammu. Arrivai in nottata trovando hotel non propriamente economici, ma trovando finalmente un buon pollo da addentare. All’alba mi svegliai per prendere una delle numerose jeep collettive che in 7 ore portavano continuamente persone in Kashmir. Feci fatica a trovarne una ad un buon prezzo, facendo i conti nuovamente sul fatto di essere straniero e pagare tutto più degli altri. Fui uno dei primi ad accettare la proposta di uno dei guidatori, ma purtroppo la jeep si sarebbe spostata solamente al raggiungimento di 9 persone, ovvero la sua massima capienza. Aspettai due ore e finalmente partimmo. Dopo un quarto d’ora di viaggio l’autista si fermò. Aspettammo fermi un bel po’, comunicandoci successivamente che saremmo dovuti tornare indietro a causa di una frana sull’unica strada che collega Jammu a Srinagar, e che la nuova partenza sarebbe avvenuta alle 4 del pomeriggio. Tra me e me pensai che una situazione del genere potesse capitare e senza indugi trovai un piccolo locale che preparava del buon pollo speziato contornato di verdure. Il resto delle ore feci amicizia con altri ragazzi della mia età che sulle scale della piazza si ritrovavano a scherzare tra di loro. Aspettai in loro compagnia l’orario della partenza previsto, anche perché Jammu non era una città che ispirava del bel tempo da passare visitandola. Presentandosi abbastanza impettito il proprietario del mezzo ci ricomunica una nuova partenza alle 6 di pomeriggio. Anche se abbastanza stizzito riesco a mantenere la calma, nonostante un ulteriore terzo posticipo alle 7. Rimango perplesso per tutto il tempo, pensando anche di aver già prenotato la stanza in Kashmir e che saremmo arrivati di notte. L’autista ritorna, mi prende sotto braccio e ci dirigiamo verso l’autovettura.

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Senza avvertirmi di ciò che stava accadendo, mi dice di non preoccuparmi, che avrei dormito in macchina e che l’indomani alle 4 di mattina ci saremmo diretti a Srinagar. Rimango senza parole, la saliva si era prosciugata improvvisamente ed i miei arti si erano irrigiditi. Gli chiedo cortesemente di ripetermi il nuovo programma per essere sicuro di aver capito bene e poterlo insultare a volontà. Avrei dovuto dormire nella jeep in un parcheggio e l’indomani affrontare 7 ore di viaggio scomodo, pagare quasi il doppio in quanto straniero e soprattutto essere stato preso in giro per tutto il giorno. Alzo la voce, tutti gli altri passeggeri mi guardano sbigottiti, alcuni di essi annuendo altri non capendo nulla di quanto dicessi. Dico all’autista di darmi lo zaino che il giorno dopo sarei andato da un’altra parte e che per la sua disonestà avevo perso un giorno e mezzo di viaggio dei tre previsti in Kashmir. Mi chiese dei soldi extra poiché gli avrei lasciato il posto vuoto e la mia risposta fu un sasso in mano pronto per essere tirato. Accusò il mio presunto gesto, mi diede lo zaino e sparì. La mattina dopo mi alzai e presi la decisione di rinviare il viaggio in quel luogo che avevo nella mia lista da sempre, in un altro futuro.

Avevo deciso di andarmene a Dharamshala, cambiando programma, dove inaspettatamente mi sarei innamorato dell’Himachal Pradesh.

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