Girovagando per il Rajasthan

Abbandonai velocemente Agra. Di lei, dall’ultima volta, ricordavo tutto. L’invadenza di molti venditori nei confronti dei turisti è allarmante e costantemente fastidiosa. La città di per sé, Taj Mahal e fortezza a parte, non mi aveva mai entusiasmato, così decisi di andarmene a Jaipur.

Entrai così in Rajasthan, uno degli Stati più belli e famosi dell’intera India; ero già stato nella sua capitale 11 anni fa, visitando alcune delle sue più importanti attrattive, e non volevo spenderci troppo tempo. Girovagai tra i bazar della “città rosa”, ammirandone i tessuti e gioielli; andai al forte Nahargarh che dall’alto domina la città, e che feci interamente in compagnia di tre ragazzi simpatici di Nuova Delhi: Minku, Vishnu e Ravi. I selfie che scattavo con loro erano infiniti, d’altronde gli indiani hanno il debole per l’autoscatto, ed oltretutto riuscivo a trovarli continuamente nelle mie foto. Si erano affezionati in poco tempo, tanto che mi diedero anche un passaggio in macchina per tornare in ostello. Per quest’ultimo decisi anche di non spendere troppi soldi, battendo un piccolo record personale, pagando circa 1 euro per due notti. Jaipur non mi lasciò emozioni indimenticabili tanto che andai via come un fuggiasco alla volta di Pushkar, la città sacra induista.

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Jaipur

Presi il treno in mattinata che mi avrebbe portato ad Ajmer: da lì optai per un bus locale strabordante di persone per arrivare nella piccola cittadina. All’arrivo in stazione avrei però potuto scegliere anche tra una jeep collettiva da condividere, tanto che nel parcheggio conobbi una famiglia con due figlie che parlavano un po’ d’inglese e mi chiesero se volessi andare con loro. L’offerta era ottima e accettai, se non fosse che dopo 20 minuti mi dissero che la vettura era piena perché improvvisamente si erano aggiunti dei loro amici tardivi. Incassai e dovetti ripiegare verso l’autobus. All’interno ero solo al mio arrivo, ma poco dopo dovetti tenere il mio grasso zaino in piedi sotto le gambe e così facendo avevo praticamente i piedi a penzoloni sulla balaustra, essendo al primo posto a sedere, mentre guardandomi in quella posizione i passeggeri sembravano divertiti. Ci volle solo mezz’ora per arrivare a destinazione e pagai il biglietto l’equivalente di 30 centesimi; in queste situazioni, quando mi comunicano il prezzo così basso mi viene da sorridere per quanto è poco; sarà irrispettoso nei confronti della vita non agiata di queste persone ma è assurda la differenza con l’Europa.

Quando arrivai a Pushkar ebbi una piccola sorpresa: non esistevano tuc-tuc ed i vari bottegai non t’infastidivano. Che bello, un po’ di relax che riuscivo a trovare sempre nel lago sacro all’interno della città. Questo luogo nacque quando Brahma gettò un fiore di loto per terra e il lago misteriosamente si formò. Da allora milioni di pellegrini di religione induista si recano qui per le loro abluzioni, ovvero i bagni purificatori al proprio interno. Nelle sue rive a gradoni, appena varcati i ghat che uniscono il lago con la strada principale della città, le regole da rispettare sono rigide. Non si fanno foto, si sta scalzi e non si urla. Devo dire che entrare a contatto con questa piccola realtà mi stava rigenerando, specialmente nel momento in cui ero seduto su quei lastroni di cemento nel sentire il rumore dei piccioni ai quali veniva dato continuamente il granturco, e vederli volare attorno alle mucche in cerca di cibo con i fedeli che nel frattempo si immergevano e depositano petali nell’acqua. In quei due giorni passai molto tempo in quel piccolo lago, senza essere importunato, fissando ogni particolare ed ogni movimento di persone. La città è famosa anche per essere stata meta negli anni ’70 degli hippy. Essi venivano qui per trovare la pace e meditare, ed ancora oggi Pushkar risente di questa fase storica e i suoi shop ne sono la prova, lavorando grazie ad un gruppo di turisti “frichettoni”. Purtroppo però c’è gente che si approfitta della religione per lucrare e far soldi con la fede delle persone. Per un “braccialetto sacro” nei pressi del lago mi veniva chiesta una donazione. Non avevo problemi in questo e pagai circa 80 rupie; in fondo un euro era più che sufficiente, ma il tizio voleva 300 rupie come donazione minima. Lo guardai in silenzio per circa 10 secondi, gli dissi che se avesse voluto avrebbe potuto riprendersi il braccialetto perché non avrei pagato tale somma, e che la parola “donazione” è ben diversa da quella che intendeva lui. Volle le 80 rupie, tenni il braccialetto e fui contento, lui amareggiato. Purtroppo molta gente cade in questo tranello, ma il mio rapporto con la religione era già alquanto altalenante e trovò in me un muro invalicabile. Fu il momento in cui avevo appurato che l’unico vera dio era il “denaro”.

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Lago sacro, Pushkar

Lasciai Pushkar e presi il solito bus locale strapieno di gente. Con il mio zaino occupavo due posti, ma sembrava non importare a nessuno del suo ingombro. Se c’è una cosa che avevo imparato ed apprezzato dell’India, e degli indiani, è che non si fanno grossi problemi per questo tipo di situazioni. Si sta in 6 in posti da 3 con zaini e scatoloni in mezzo a tutti: qualcuno borbotta ma poi finisce lì.

Tornato ad Ajmer presi il treno per Udaipur. Inizialmente non avevo in programma la “città dei laghi”, in quanto leggermente fuori mano ed esposta un po’ troppo a sud. La guida e qualche foto mi fecero cambiare idea ed effettivamente ne rimasi stupito. Udaipur era una bomboniera. La prima cosa che balzava all’occhio era la pulizia della città ed il fatto che i negozianti della via principale che non ti tampinassero nel venderti qualcosa. Soggiornai un giorno e mezzo, andando svariate volte nei romantici ghat bianchi, dove solitamente si trovavano uno strimpellatore che suonava il banjo ed alcune coppie che sgranocchiavano popcorn sulla riva del lago. Numerose bakery facevano la guerra a chi preparasse il club-sandwich più buono nei pressi dello splendido e regale palazzo di Udaipur. La bellezza della struttura ed il buon conservamento rimane una di quelle immagini da cartolina, e le scolaresche giunte da altre parti del Paese rendevano omaggio a questa regalità. In serata beccai un matrimonio. Il frastuono della musica rimbombava sulle vie cittadine come una discoteca all’aperto. Tornai subito indietro nel tempo, quando fui partecipe a tutti gli effetti del matrimonio dei miei amici indiani e ne rimasi nuovamente colpito. I sonagli delle donne, i tamburi, le lanterne, il novizio a cavallo ed il presunto dj, appostato su di una piccola camionetta, mandava in sequenza le migliori hit indiane. Era sempre bello assistere, ma non mi buttai in mezzo alla mischia e mi limitai a guardare lo spettacolo da un punto leggermente rialzato.

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Udaipur

Il mattino seguente, ancor prima del sorgere del sole, presi un minivan per Jodhpur, la “città blu”, in quanto non esisteva il collegamento ferroviario. Era un piccolo obiettivo visitare questa cittadina non così tanto piccola. Mi persi immediatamente nei vicoli color turchese che si stagliano ai piedi del forte, dal quale si possono ammirare le costruzioni a tinta unita. L’effetto era formidabile, e nel pomeriggio, andando ad ammirare il tramonto su di una piccola collina, lo si poteva notare ancor di più. Ogni giorno camminavo continuamente tra le vie, assaggiando lo street-food vicino al Sojati Gate, ma soprattutto mangiando l’omelette più buona della mia vita nei pressi dell’ingresso del mercato. Non mi feci prendere troppo la mano dal cibo perché due giorni dopo avrei dovuto correre la mezza maratona. Nonostante tutto la gara fu un completo disastro. Pensavo di star bene, ma cominciai a provare dolori un po’ ovunque ed oltretutto il percorso noioso non aiutava a non pensare a quello che stavo provando. Ero l’unico straniero assieme a Pierre, un francese della Borgogna, che da circa due anni viveva a Mumbai. Lui fece meglio di me, non ci voleva molto; io arrivai dopo le 2 ore, stremato come non mai in una mezza maratona. Al ritorno in ostello però, guardando la medaglia in mano, l’ennesima, ripensavo a ciò che avevo realizzato: correre in India. Ero riuscito anche a questo, un altro tassello aggiunto nell’elenco dei paesi dove avevo concluso almeno una gara podistica, e la soddisfazione era molta. Mi riposai meritatamente stringendo amicizia con la proprietaria della struttura e dando libero sfogo alla mia fame arretrata mangiando due hamburger ripieni di polpette di patate, un mix di lattuga e cipolle ripassate, salsa chili e formaggio.

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Jodhpur

Salutai Jodhpur, e Madhulika, la proprietaria dell’ostello, con un caloroso abbraccio. Mi diressi alla stazione situata praticamente dietro la struttura e presi il treno per Jaisalmer. La città era calda, situata a pochi chilometri dal deserto; i suoi palazzi color miele con le stradine senza senso che giravano intorno alla fortezza davano più il senso di essere in Arabia. Quegli edifici sabbiosi sembravano essere usciti dal libro de “Una mille e una notte”, solo che era scritto in indiano ed i protagonisti erano i vecchi Maharaja. Conobbi nel grazioso ostello, sito nella terrazza, un ragazzo coreano, Rey; in realtà il suo nome era un altro che non ricorderò mai e quello era solo un nickname che aveva adottato. Il ragazzo orientale studiava per diventare chef, per due giorni mi poneva continuamente domande su come si preparassero i migliori piatti italiani, molti dei quali non sapevo neppure io; era entusiasta nel conoscermi ed aveva una risata contagiosa. Con lui condivisi il safari a dorso di cammello nel deserto del Thar. Con noi c’erano altri tre ragazzi tedeschi che però, essendo amici, facevano più comunella tra loro.

Arrivammo vicino Kanoi con una jeep, distante circa 40 km da Jaisalmer, passando prima per un villaggio abbandonato distrutto dalla guerra. Da lì arrivò il cammelliere, Hasish, con un suo aiutante e 5 cammelli pieni di vettovaglie. A me toccò Rocky: era stato chiamato così perché da piccolo bisticciava con tutti e le cicatrici sul suo viso ne erano la prova. Con me fu tranquillo, ma stare seduto su un cammello era una delle situazioni più scomode che avessi mai provato. Seppure cavalcare la “nave del deserto” rappresentava un’esperienza unica, quanto turistica, il mio inguine non la pensava alla stessa maniera.

Credo che il padrone dei cammelli lo sapesse e visto anche l’arrivo delle ore calde desertiche, ci fermammo sotto un grande albero. I cammelli, lasciati a briglie sciolte, mangiavano foglie dai rami degli alberi; noi, invece, attendevamo che i due ragazzi indiani preparassero un pranzo espresso a base di patate e lenticchie con chapati. Ovviamente mangiammo anche della sabbia, ma ci stava tutto, non eravamo al Grand Hotel, non avevamo posate d’argento, ma mani sporche e animaletti ovunque. Aspettammo qualche ora in completa rilassatezza prima di procedere di nuovo alla ricerca di un punto dove accamparci per la notte. Trovammo un luogo tra le dune, semicoperto anche da delle piante che ci avrebbero permesso di ripararci leggermente dal freddo. Arrivando prima del tramonto approfittai per divertirmi tra la fine e soffice sabbia, rollando e facendo il salto in lungo tra le dune. Purtroppo il cielo terso di nuvole non ci regalò quel panorama che aspettavamo e mestamente tornammo nel luogo dove avremmo dormito. Questa volta i “cuochi” con le patate ci avevano preparato delle zucchine ed un po’ di riso. Mangiammo attorno ad un fuoco bello ardente, mentre l’escursione termica del deserto cominciava a farsi sentire. Io avevo portato con me il mio sacco a pelo: fu una salvezza visto che tutti avevano una sola coperta. Trovai sonno molto tardi ma questa volta non era un problema. Non lo era perché sopra di me c’era un quadro con dei puntini bianchi, milioni di stelle a tenerci compagnia in mezzo al nulla assieme ad un silenzio assordante.

La notte fu fredda. Fummo anche svegliati da un cane che ci ringhiò un paio di volte e dai cammelli che continuavano a ruminare. Il mattino seguente fui l’unico ad alzarmi per ammirare l’alba proveniente da est, con il sole che inizia il suo lavoro quotidiano spuntando tra le dune. Dopo aver mangiato uova, banane e toast con marmellata, fui spedito da uno dei cammellieri a raccogliere i due animali con la gobba, allontanatisi insieme alla ricerca di erbe migliori. Non sapendo come gestire un cammello, cominciai semplicemente ad inseguirli, ma più mi avvicinavo e più loro si allontanavano. Feci il giro largo, presi un bastone, ed urlandogli contro qualcosa iniziai a rincorrerli verso l’accampamento; fu il momento più bello del safari correre accanto all’animale principe del deserto tra le mie risate e i cammelli che andavano più veloce di me. Potevo sentire anche una musica di sottofondo, quelle classiche da film selvaggio, la canticchiai nella mia mente a lungo. Feci tesoro di quel momento, ricordandolo ancora una volta finito il safari. Con Rey, ci dividemmo dagli altri ragazzi e camminando tra abbeveratoi per bovini e cimiteri islamici, giungemmo in un altro punto, dove il silenzio regnava ancor di più e veniva rotto soltanto da un gregge di capre nere e le loro due pastorelle che le richiamavano all’ordine. Mangiammo e tornammo verso il villaggio più vicino, cavalcando i nostri cammelli, dove la stessa jeep dell’andata ci avrebbe atteso per riportarci in città. In ostello salutai il ragazzo coreano, mentre io mi fermai una notte ascoltando le musiche indiane che venivano dai vicoli di Jaisalmer e scambiando qualche battuta con Sebastian, un ragazzo tedesco conosciuto qualche giorno prima, anch’esso blogger.

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Alba nel deserto del Thar

L’indomani mi spostai di poco con un treno notturno alla volta di Bikaner. In realtà la città non era famosa per le sue fantastiche attrattive, seppure l’interno della parte vecchia pullulava di persone sorridenti e socievoli, trovando anche piacevole perdermi tra i vicoli e chiedere informazioni impossibili ai locali. Quello che mi interessava maggiormente era quello che si trovava a circa mezz’ora di autobus da Bikaner, il tempio dei topi.

Mi tolsi le scarpe all’ingresso, ma non bastava; insieme ad esse andavano tolti anche i calzini ed entrare in quel luogo sacro a piedi nudi. Il Karni Mata, il nome del tempio, aveva di per sé un’interessante storia sul perché i roditori venissero venerati. La leggenda narra che il figlio di Mata morì e lui stesso chiese agli dèi di riportarlo in vita. Lo fecero, ma con le sembianze di un topo, cosicché ogni membro della famiglia Mata, dopo la morte, si sarebbe reincarnato in quell’animale. La storia era affascinante, ma il tempio meno, ed a renderlo così furono non solo quegli animaletti pelosi, ma gli innumerevoli escrementi anche dei piccioni che i miei piedi nudi dovevano oltrepassare, ed il cibo maleodorante che entrava inesorabile nelle mie narici. Secondo credenze locali, se un topo ti sale sul piede è di buon auspicio: uno di questi lo fece, si ritrovò sul muro. Girai per il piccolo tempio 20 minuti e me ne andai con lo stesso bus dell’andata. Ero l’unico straniero a bordo e diventai immediatamente una star. Tutti mi chiesero se fossi un’artista o un vagabondo;  una ragazza mi chiese esplicitamente di rimanere e vivere con lei, dopo averci chiacchierato per qualche minuto. Aveva 22 anni, gliene diedi circa 30, ma non faceva al caso mio. Tutti ridevano alle mie battute, una signora mi mostrò la figlia sul proprio cellulare sperando gli dissi qualcosa di carino sul conoscerla. Ero entrato in contatto con una realtà differente e quelle persone non erano abituate a vedere viaggiatori esteri su quei bus. La cosa mi piaceva ed avrei voluto che quel mezzo continuasse la sua corsa almeno per un altro paio d’ore.

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Tempio di Karni Mata

Tornai a Bikaner nel tardo pomeriggio, mangiai e passai la notte in bagno, non so per quale futile motivo visto che non avevo mangiato schifezze. Il giorno dopo andai a Nuova Delhi, dando per la seconda volta l’arrivederci al Rajasthan e apprestandomi a vivere una settimana da perfetto indiano.

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