Dalla morte di Varanasi, all’amore di Agra, passando per l’erotismo di Khajuraho

La sleeper class del treno che mi portava a Varanasi era piena. Da Bodhgaya, sita nello Stato del Bihar, molti si muovono nello Stato confinante, l’Uttar Pradesh. Ero situato nel penultimo scompartimento e l’attesa alla stazione di Gaya era estenuante. Avevo dovuto aspettare circa 2 ore nella piattaforma numero uno in compagnia di tre fratelli musulmani, simpatici ed educati. Prendono subito confidenza con me, raccontandomi di essere in totale 5 fratelli, uno dei quali viveva a Nuova Delhi, e che stavano andando a trovare. La loro povera mamma era venuta a mancare circa due anni fa ed il più grande di loro, Abdullah di 20 anni, tirava avanti la baracca in un modo o nell’altro. Avevano la “second class”, quella più economica, senza posti assegnati dove l’ultimo che arriva sta in piedi e scomodo per tutto il viaggio. Io ero situato invece nei primi vagoni, nel letto in alto. Non dormii praticamente nulla. Avevo sottovalutato il freddo che si prova all’interno del treno ed una felpa non era bastata per ripararmi. Arrivai a Varanasi alle 6 del mattino con il sole che ancora doveva cominciare il suo lavoro quotidiano. Decisi di avviarmi nell’ostello; entrando nell’atrio non trovai nessuno, ma una piccola poltroncina che mi aiutò a riposarmi per circa un paio d’ore.

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La struttura era situata vicino ad Assi Ghat, la prima porta di accesso che si apre sul sacro fiume Gange. Nelle immediate vicinanze c’era un simpatico signore che preparava un ottimo chai. Assieme a dei biscotti al gusto arancia, fu il mio punto di riferimento per le mattine successive. Ogni volta che mi vedeva era felice, soddisfatto ed orgoglioso che un ragazzo straniero continuasse ad andare da lui. Mi sedetti nelle scale in pietra antistanti il suo modesto banchetto, che vendeva anche sigarette e patatine e consumai la bevanda in assoluta calma guardando un siparietto tra due fratellini poveri.

Camminare per la riva del Gange era affascinante. Tutti e 84 i ghat, tutti diversi l’uno dall’altro, mostravano immediatamente l’unicità di quel posto. I diversi palazzi lungo tutto il fiume, concepiti da famiglie religiose, che si affacciavano sulle scalinate davano l’impressione che il tempo a Varanasi si fosse fermato. Camminando tra gli enormi gradoni, i miei occhi cominciano a scrutare le varie persone, bambini, donne, anziani, che si immergono in quel sacro corso d’acqua per fare il bagno, lavare vestiti e stoviglie. C’è chi pesca qualcosa e le numerose mucche e capre si abbeverano e si litigano quel poco di cibo rimasto nel fango. Umani, animali, fiume: un’unica cosa.

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Lasciatomi ogni porta d’accesso del Gange alle spalle, cominciavo la mia serie di amicizie; come al solito c’era chi si vendeva come barcaiolo e chi invece come guida turistica per raccontarmi la storia della città. Arrivato ad Harishchandra Ghat comincia l’incredulità: una cremazione in diretta. Mi fermo su una panchina in legno situata in una parte alta, ma leggermente distante dal punto dove avveniva la sacra cerimonia. Un anziano signore si avvicina. Era piccolo e magro, con una tunica color celeste ed un cappello di cotone bianco. Comincia a raccontarmi come avvengono le cremazioni, il perché viene usata la profumata legna di sandalo, utilizzata anche dai più antichi Maharajah, e soprattutto mi vieta di scattare fotografie. In realtà non avevo intenzione di farlo, soprattutto per rispetto del defunto. La legna comincia ad ardere dopo aver dato fuoco alla paglia sottostante la catasta. Sopra, l’uomo o la donna, ricoperta da bende bianche su di una barella in bambù. Sono abbastanza lontano e non riesco a scrutare i particolari di quel momento, ma vedo il normale comportamento, per niente disperato, delle persone intorno che si adoperano per bruciare la salma nelle migliori condizioni. Non mi fermo troppo a lungo, avevo sete di conoscere ogni particolare ghat, di scoprirne il significato ed ammirarne la bellezza architettonica.

Mi imbatto nella scalinata rossa e bianca dominata dal tempio hindu color giallo di Kedar ghat, dedicato al dio Siva. Questo tempio è per lo più visitato dai credenti proveniente dal sud dell’India. Mi metto seduto nella scalinata non proprio sotto al tempio, ma leggermente spostato in modo da studiare il modo in cui i pellegrini effettuano le loro abluzioni, ovvero il bagno purificatorio all’interno del Gange. Donne con i loro saree colorati e uomini a torso nudo in dhoti, un pareo bianco lungo utilizzato anche come fosse un enorme slip. Era difficoltoso riuscire a concepire ogni singolo movimento di quelle persone così pittoresche. Concentrati nella loro spiritualità, all’interno di quel fiume, inquinato, sporco, ma di vitale importanza.

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Ogni tipo di situazione, assolutamente nuova per me, era motivo di estremo interesse. Ogni ghat era un quadro da cui attingere conoscenza, uno studio visivo della cultura indiana, una parte di mondo totalmente diverso rispetto agli usi e costumi. Uno di questi fu sicuramente Dasashwamedh Ghat, il più antico, dove nasce la mitologia di Varanasi, il più importante, un punto di riferimento per la popolazione locale, ma anche per i turisti, visto che ogni sera, al tramonto avviene l’Aarti, la cerimonia serale. Questa scalinata pullula di persone: venditori di palloncini e di mais per piccioni, mendicanti, cartomanti e massaggiatori. Ognuno di loro avrà una storia da raccontare su questa città, tutti fanno parte di una macchina che continua a far girare il suo motore a forte velocità, ogni giorno da molto tempo, sotto i giganteschi murales con sfondo blu di Siva e Ganga.

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Probabilmente ancora non avevo visto nulla. Continuavo il mio lento cammino, continuavo a scattare foto e ad essere importunato dai numerosi mercanti. Senza rendermene conto avevo camminato abbastanza a lungo, trovandomi così nel Dhobi Ghat, la lavanderia di Varanasi dove ci si perde nelle lenzuola appena lavate e stese un po’ ovunque, con incuranti caprette che lasciavano i propri bisogni sopra di esse. Piano piano il lungo fiume inizia a tramutare la sua forma, ma soprattutto i colori. Le persone che incontro cominciano a dirmi che aldilà delle due torri color rosa, non posso più fotografare. In effetti più mi avvicinavo e più quel posto cominciava ad essere macabro, ma, superate le torri, le continue cerimonie funebri del Manikarnika Ghat mi diedero il benvenuto.

Riposi la fotocamera nello zaino, mi fermai su un tronco di legno per essere rialzato e vedere le cremazioni da un buon punto. Vicino a me quattro mucche, una di esse leggermente nervosa che scalciava chiunque si avvicinasse a lei. Non feci caso a questo, ero troppo preso da quelle terrificanti immagini. I feretri che arrivavano a spalla d’uomo erano un continuo andirivieni, un traffico di morti che, prima di esalare l’ultimo respiro aveva espresso l’umile desiderio di morire nella città sacra di Varanasi, di essere cremato e successivamente di spargere le sue ceneri nel Gange. Andai via poco dopo, ma tornai poco prima del tramonto nel tardo pomeriggio. C’era sempre la solita gente seduta in tutte le scalinate del ghat. Questa volta decisi di avvicinarmi tanto, di vedere la cremazione dall’inizio alla fine. Avevo già visto in modo in cui gli addetti ai lavori appicciavano il fuoco, ma non avevo ancora visto il resto. Rimasi a guardare con la pelle d’oca, bloccato e basito. Vedevo con il passare dei minuti le bende bianche del defunto disperdersi tra le fiamme, cominciavo a vedere la sua pelle aldilà di esse che iniziava a squagliarsi. Nella parte bassa si poteva vedere il bianco dell’osso, poi la gamba che si spezza e che finisce leggermente fuori la brace; il tizio incaricato di seguire la cremazione la prende con una canna di bambù e la rimette all’interno del “falò”. Nell’altra estremità, il capo dell’uomo s’inizia ad intravedere; anche qui le bende sono ormai un vecchio ricordo, la pelle le segue ed il teschio con i denti imperano in quell’immagine impressionante. In tutta la riva antistante, il palazzo, una volta rosso, ma ora grigionero per il continuo fumo, creava un aspetto di quel luogo ancora più luttuoso. I bambini giocavano tra una catasta in fiamme e l’altra, come fosse del tutto normale, i cani dormivano tra le stoffe e le ghirlande dei fiori donati dai parenti e non più utili.

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Insieme a Veronica, una ragazza sarda, e Denis, un ragazzo cileno, che avevo conosciuto entrambi in ostello, e con i quali condividevo quelle immagini raccapriccianti, decidemmo di prenderci un lassi, lo yogurt indiano, in modo da sdrammatizzare quanto appena vissuto. Andammo in uno dei locali più buoni all’interno della città vecchia in mezzo ad una miriade di vicoli che ci regalavano immagini suggestive di un posto ancora autentico. Ci gustammo il lassi tutti insieme: fu un ottimo pasto per la nostra bocca, mentre i nostri occhi assumevano un altro pasto, il continuo via vai di piccoli cortei funebri accompagnati da tamburi e preghiere, che passavano di fronte al locale.

Durante il ritorno mi dirigo di nuovo sulla riva del fiume. Qui conosco Vishnu, un barcaiolo che ad un ottimo prezzo mi propone una gita in barca sul Gange all’alba. Era quello che cercavo: vedere Varanasi da un altro punto di vista in un orario inconsueto. In effetti il giorno successivo i bellissimi palazzi ed i rispettivi ghat che si susseguivano erano diversi visti da un’altra prospettiva. I modi di fare delle persone al mattino sono diversi rispetto a quelle che si trovano a metà mattinata o nel pomeriggio. La tranquillità e la poca luce del sole rende Varanasi una città leggermente diversa, ancora sonnolenta tra le braccia del Gange che la coccola fino a quando non si svegli completamente. Persino il Manikarnika sembra essere stufo di ardere continuamente, di essere affumicato ogni ora; quel luogo di morte il mattino presto non era preso d’assalto e le cremazioni erano concentrate principalmente a ridosso del corso d’acqua. Ovviamente non mancavano venditori assillanti anche a distanza, ma riuscii lo stesso a vivere un’ottima escursione.

I miei giorni a Varanasi stavano scadendo: avevo vissuto tre giorni in uno dei luoghi più incredibili del mondo. Quel traffico di anime che si staccano dal corpo, il motivo per cui vengono cremati, i loro occhi che vedono quella massa umana, di cui ne hanno fatto parte per tutta la vita, frantumarsi. Ripenso a tutto ciò di fronte al mio ultimo chai dal mio amico con le meches bionde, seduto in quei gradoni di pietra nei pressi dell’Assi Ghat.

Il giorno seguente cambiavo città, cambiava tutto, passavo dalla morte di Varanasi, all’eros di Khajuraho. Feci il tour per i templi raffiguranti immagini del kamasutra assieme a Noriko, ragazza giapponese poco più grande di me e un ragazzo coreano, San Ju. Li conobbi entrambi sul treno. La città era veramente piccola: facemmo a piedi il tragitto dal nostro modesto albergo fino al sito archeologico. A dire la verità non presi molto sul serio la visita dei templi, anche perché tutto quel sesso raffigurato in modo esplicito ed architettonicamente perfetto, mi metteva allegria. Il buon mantenimento della struttura faceva in modo di rendere unica ed interessante Khajuraho. Sesso orale, posizione alquanto bizzarre e difficili da realizzare secondo il grande libro del Kamasutra. Sensualità e forme intime sinuose, sia maschili che femminili, realizzate perfettamente. Anche il vecchio villaggio era ben tenuto con le sue case a due piani pitturate a tinta unita: giallo, blu, verde. Molti ragazzi vennero a stringere amicizia con noi; ovviamente come sempre la maggior parte di essi voleva venderci un souvenir o altro, ma noi eravamo lì per vedere un po’ di vita quotidiana. Rimasi una sola giornata e ventiquattro ore dopo, assieme a Noriko, presi il treno per Agra.

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Tornavo una seconda volta nella città dell’amore. Il fine che porta tutti i turisti a visitare Agra è senza ombra di dubbio il Taj Mahal. Il mausoleo costruito dall’imperatore per celebrare il suo amore verso la defunta moglie. Un’opera imponente, affascinante, pura, semplicemente favolosa. La leggenda narra che l’uomo, una volta concluso il suo splendore, tagliò le braccia agli artigiani che collaborarono per la costruzione, in modo tale da rendere impossibile la produzione del capolavoro architettonico. Vera o no, in quanto leggenda, credere in tutto questo crea sempre fascino, e vedere l’amore riprodotto in un mausoleo, divenuto una delle sette meraviglie del mondo moderno, può far solo bene all’anima di chi è presente a sentire certe storie. Rispetto a molti anni fa il Taj Mahal era cambiato dopo la restaurazione, che l’aveva portato da quel colore tendente al giallo chiaro dovuto alle polveri nell’aria, fino al suo bianco autentico. Tutti gli intagli presenti nella struttura, i minareti, le cupole, danno sostanza a questa perla islamica orientale che non ha rivali in questa parte di mondo. Non si può non rimanere a bocca aperta di fronte alla storia di questa meraviglia, alla sua bellezza, alla sua storia e all’amore che una persona così importante come un imperatore di uno Stato, provi per la sua amata. Perché in fondo è vero quello che si dice: dietro ogni grande uomo, c’è sempre una grande donna. Mai frase fu più azzeccata, mai amore fu più esplicito.

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Non rimasi ad Agra a lungo, ricordavo bene la città, le sue persone e tutto il caos che la circonda. Assistetti anche ad un forte litigio per solo 10 rupie tra due guidatori di tuc-tuc. Avevo concluso nel migliore nei modi la parte che mi portava dal Bengala Occidentale fino al centro-nord ed ero impaziente di entrare nel Rajasthan, lo Stato dove la storia indiana prende vita.

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4 risposte a "Dalla morte di Varanasi, all’amore di Agra, passando per l’erotismo di Khajuraho"

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      1. Ah fai bene, di mattina presto è bellissimo. Anni fa facevo trekking e partivamo prestissimo ed era un’esperienza meravigliosa. Il running non posso farlo perchè ho problemi alla skiena purtroppo.

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