Calcutta: il mio gate per l’India

Arrivai a Calcutta alle 2 di notte. Venire nella città della gioia era un obiettivo che avevo sin dall’inizio in questo viaggio. Giungendo in notturna evitati il forte impatto con il trambusto cittadino, ma in compenso dovetti fare i conti con i tassisti avvoltoi che si approfittano dell’ora piccola, e del fatto che sia straniero, per alzare le tariffe. Dovetti fare i conti anche con i primi problemi post-clonazione carta di credito. Il bancomat, che generalmente usavo nei vari paesi, qui in India non era ben gradito nella maggior parte degli ATM; per cercarne uno dovetti chiedere al tassista stesso, che mi mise in parcella anche questo.

Durante il tragitto dall’aeroporto alla città, potevo cominciare a vedere Calcutta in una parte di giornata in cui tutto era tranquillo. La sporcizia è ovunque, la gente che dorme per strada è davvero tanta e gli autisti suonano il clacson anche di notte, come fosse un’orchestra. Trovare l’ostello fu un’impresa tra le piccole vie cittadine della zona di Park Circus, ma il padrone della struttura ci venne incontro in strada. Pagato il tassista, feci il check-in e salimmo tre piani di scale. Lì, nell’ultimo piano di quella palazzina non del tutto nuova, c’era il dormitorio, trovandosi subito dopo una grata che racchiudeva l’appartamento di un avvocato. Un ragazzo spagnolo si trovava già al proprio interno e lo svegliammo con il rumore. La stanza non era grande, pareti rosse, prese elettriche ovunque, qualche mensola e cinque letti messi a caso. Per terra era sporco, ma quanto meno la biancheria sembrava pulita. Vista la stanchezza non ci pensai due volte a sdraiarmi ed addormentarmi.

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Il mattino seguente la tenda color arancio con il riflesso del sole creava un bel colore che si confondeva con il resto delle pareti. Le persiane erano socchiuse ed oltre la luce entravano i rumori cittadini. Mi svegliai con calma con quello che avevo addosso la sera prima, neppure mi cambiai. In quel momento mi sentivo come in un film, un ragazzo che si sveglia in un posto che neppure ricorda. Lì per lì non riuscii a realizzare che mi trovavo a Calcutta, una città di cui avevo sentito continuamente parlare, non certo per la sua fama positiva. Lavato viso e parti intime, uscii alla ricerca di un posto per fare colazione. Vicino all’ostello trovai un piccolo chiosco che preparava continuamente la bevanda indiana più famosa: il masala chai. Non è altro che latte e tè nero con l’aggiunta di spezie tipo zenzero; il tizio che stava all’interno era un uomo piccolo con dei baffi lunghi e preparava di continuo il chai senza sosta visto il via vai di persone. Assieme alla bevanda, che scoprii essere una buona alternativa al caffè, non propriamente ottimo qui in India, presi dei biscotti al cocco, che scelsi sulla base di quattro diverse scatole. Pagai il tutto l’equivalente di 50 centesimi di euro e mi inoltrai per la città.

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Decisi di incamminarmi, nonostante la lunga distanza tra il punto in cui dormivo ed il fulcro della città, in modo da ricominciare ad assaporare l’India. Dopo 8 lunghissimi anni, da quel famoso tour tra Jaipur, Agra e Nuova Delhi, potevo vivere un’esperienza in uno dei miei paesi preferiti. Certamente tutto era diverso, stavolta non c’era una guida o un pullman, ma c’erano il traffico, la sporcizia, le mie gambe ed il mio libro a farmi apprezzare l’India in una visione completamente diversa.

Cominciai con il vedere un lato di Calcutta che gli appartiene da tempo e che è lontano da quello che molti turisti pensano di questa città composta da 15 milioni di persone: il Victoria Memorial. Essendo capitale dell’Impero Britannico nel periodo coloniale indiano, il maestoso palazzo in stile vittoriano, si avvicinava più ad una piccola Washington. Ero fuori dal caos cittadino, dai rumori e dagli odori flatulenti. Qui si respira un pezzo di storia indiana. Sebbene l’interno non fosse così bello come l’esterno e tutti i suoi giardini, l’imponenza di quella struttura funziona come specchietto per le allodole sul resto che la circonda poco lontano qualche chilometro.

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In realtà quello che incuriosiva di Kolkata, come la chiamano gli indiani, non erano i monumenti, ma vedere la vita reale all’interno delle aree più remote. Non pensai a lungo nel dirigermi verso la parte più viva, nei quartieri di Maula Ali e Bowbazar. Avevo chiesto dove avrei potuto vedere la vera realtà cittadina. Non immaginavo che fosse così dura vederla dal vivo. Trovai solo aspetti negativi in pochi minuti: smog, immondizia, confusione, ma soprattutto povertà. Mi infilavo in quel labirinto di vicoli che per noi non conducono da nessuna parte, ma per le persone locali sì invece. Gli odori maleodoranti di fogne a cielo aperto, confuse tra escrementi di mucca e capra, persone distese a terra tanto da non sapere se fossero ancora vive vista la miriade di mosche che banchettavano vicino a loro non permettevano di avere una camminata dritta e continua. Venditori ambulanti con piccoli carretti di verdura, e dietro di loro macellerie all’aperto con il sangue che gocciolava sulle pareti frontali. La gente incuriosita mi guardava fotografare per me l’inverosimile, qualcosa che è fuori dall’immaginario per qualsiasi persona occidentale. Quello che la mia mente rifiutava di concepire era come si potesse vivere in mezzo a tanta sporcizia, come era possibile che la loro stessa immondizia potesse far parte della loro vita ogni giorno, trovandola davanti casa. Cercavo anche di filmare alcune situazioni, ma molte volte venni stoppato: evidentemente nei vicoli c’era qualcosa che per loro era importante non far vedere; per vergogna o perché qualcosa doveva rimanere nascosto? Non seppi mai la risposta e sinceramente non volevo neppure cercarla. Mi spostai da un quartiere all’altro facendo anche fatica a respirare. Taxi, autobus, tuc-tuc sprigionavano dai loro scarichi un fumo pazzesco; il rumore del clacson era insopportabile, peggio di una discoteca di musica Hardcore. Molti indiani mi chiedevano cosa ci facessi in quel posto e perché non me ne stavo a visitare i monumenti più belli. La maggior parte stringeva amicizia con me per interesse, vuoi perché voleva vendersi come guida turistica o perché a poche centinaia di metri aveva il suo shop personale di gioielli e tessuti.

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Non resistetti molto in quella giornata, tra la stanchezza che mi portavo dietro dalla notte precedente ed il trambusto cittadino, al ritorno mi fermai in un piccolo locale per addentare la buona cucina bengalese. Il ristorante era semivuoto, con il soffitto alto neppure due metri, circa 8 tavoli e 6 camerieri. Il proprietario, un uomo corpulento, stava alla cassa, e faceva magheggi e benedizioni con quei pochi soldi guadagnati dai clienti venuti prima di me. C’erano due grandi ventilatori polverosi e vecchi che, rivolti verso il mio tavolo, piegavano il menù cartaceo ingiallito dal tempo, tanto da riuscire a leggerlo con fatica. Ordinai del pollo al curry in stile bengalese ed aspettai, cominciando a cercare dei lati positivi di Calcutta. Mi trovavo nella città di Madre Teresa, qui considerata come una sottospecie di divinità, aiutando le persone più povere tra i poveri. Nel resto del mondo la sua fama è ben diversa, in quanto non si ha una grande simpatia verso la santa, e tra tutte le citazioni fatte da lei, una di queste definì come nella povertà ci sia qualcosa di meraviglioso. Ragionai molto su quanto detto da Madre Teresa e capii molto da quella frase. I lati negativi di Calcutta rendono questa città unica, trasformandola in qualche modo in qualcosa di positivo. In fin dei conti, la mia fortuna di vivere in Europa, lontano dalla povertà, crea la curiosità di toccare con mano e rendersi conto di cosa voglia dire vivere in condizioni di disagio assoluto, e Calcutta questo la racchiudeva in pieno.

Non decisi di rimanere a lungo nel Bengala, ma prima di andarmene feci una visita all’Howrah Bridge, probabilmente uno dei simboli della città. Il massiccio ponte in ferro, oltre ad avere la stazione centrale nelle sue immediate vicinanze, ha nella parte ovest il Mullick Ghat, ovvero il mercato dei fiori. Dall’alto le ghirlande create da questi artisti floreali trasmettono nei miei occhi quello che dell’India mi affascinò sin dall’inizio: i colori. Il giallo, l’arancione, il bianco, il verde ed il rosso erano i colori predominanti. Mischiati ad essi c’era i restanti, quelli creati dai saree delle donne che vi lavoravano e creavano confusione tra i cestini ed i sacchi di fiori. Decisi di scendere ed infilarmi in mezzo a quel disordine, avevo voglia di perdermi sotto l’Howrah Bridge: in pochi giorni l’India si era impossessata di nuovo del mio corpo. Mi spostai da una parte all’altra della città andando a Kalighat, il quartiere con la presenza del tempio dedicato alla dea Kali. Per quanto questa divinità sia battagliera e feroce, i fedeli Hindu all’interno del tempio erano impazziti. Trovai una piccola guida, al quale alla fine diedi 21 rupie: la rupia in più per loro significava fortuna. Feci il giro della struttura religiosa imbattendomi in un piccolo angolo dove avveniva il sacrificio delle capre; sangue e brandelli dell’animale dominavano quel posto, i cani si litigavano e mangiavano i pezzi dell’animale sacrificato e le persone si spalmavano sulla fronte il sangue dello stesso. Immagini raccapriccianti fotografate dai miei occhi, un luogo pittoresco dovuto dalla potenza della dea Kali, e quel quartiere di Calcutta ne era schiavo.

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Il giorno dopo decisi di lasciare la città, ancora con molti dubbi. Non sapevo cosa mi avesse lasciato, sicuramente una delle città più contorte che abbia mai visitato in tutta la mia vita. L’India ti permette di vedere cose che stanno in un altro mondo e a Bodhgaya il giorno dopo ebbi ancora un’altra prova. Questa piccola città sta per i buddhisti come La Mecca sta per i musulmani. Questa meta di pellegrinaggio è famosa in quanto Siddhartha Gautama, meglio conosciuto come Buddha, raggiunse l’illuminazione, dando vita ad una delle religioni asiatiche più importanti. Di per sé in città non c’è un granché da visitare, se non il tempio Mahabodhi; all’interno di esso fedeli buddhisti di tutto il mondo sono in preghiera raccolta. La città e tutti i suoi cittadini erano in fermento per la visita del Dalai Lama che sarebbe avvenuta la settimana successiva. Con molta curiosità visitavo il tempio e mi perdevo tra gente distesa per terra, in meditazione, inchinata di fronte all’albero di bodhi. Un monaco mi ferma e mi regala una stoffa bianca che rappresentava Buddha: la tenni come una reliquia.

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La religiosità che si respirava effettivamente era tanta, ma il mio pensiero sulle religioni di tutto il mondo in quel momento era abbastanza vorticoso, e ad approfondirlo fu la mia avventura il giorno seguente a Varanasi, uno dei luoghi più incredibili del pianeta.

 

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2 risposte a "Calcutta: il mio gate per l’India"

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  1. Meraviglioso articolo! Complimenti! Sembra un po’ di vederla Calcutta, attraverso i tuoi occhi! Alcuni viaggi richiedono coraggio, ma ci fanno crescere e conoscere davvero il mondo!

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