Finisce la prima parte di viaggio nel Sud-Est Asiatico

Il tranquillo viaggio notturno che mi avrebbe portato dal lago Inle fino a Kyaiktiyo, nelle vicinanze del Golden Rock, si rivelò il momento più difficile fino ad ora. Il comodo pullman che viaggiava nelle strade birmane, direzione Bago, non ebbe nessuna sbavatura. Per una volta riuscii a dormire, molto raro; ma per una cosa buona, ne arrivava una molto più brutta. Verso le 5 del mattino, ancora con il buio fuori dal finestrone del mezzo di trasporto, il mio cellulare comincia la sua spedizione di SMS: il mittente era la banca. La mia carta di credito era stata clonata. Fissai il telefono per circa 5 minuti cercando una spiegazione, un senso logico a cosa stava accadendo, ma nello stesso tempo mi resi conto che in quel momento non avrei potuto far niente. Nemmeno un euro sulla SIM Card, e, con il passare del tempo, nemmeno un euro sulla mia Mastercard. Provai a non pensare a quello che stava accadendo: in fondo cosa avrei potuto fare? Cercai di dormire di nuovo, almeno per le altre tre ore rimanenti fino a Bago; da lì avrei avuto altrettante ore per arrivare a Kyaiktiyo, ed in quei 30 minuti di attesa per la coincidenza, avrei potuto cercare un wi-fi per poter ricaricare il cellulare e chiamare la mia banca per bloccare la carta. Non riuscii in questo e dovetti aspettare metà mattinata con l’arrivo in ostello per poter far tutto. Blocco la carta e mi viene comunicato che fosse necessaria una denuncia per frode internazionale presso le autorità birmane. Nel frattempo, come se non bastasse, Air Asia mi comunica che il mio volo per l’India era stato posticipato di un giorno. Cavolo! Quando hai giornate infinitamente tranquille e quando le disavventure arrivano tutte insieme. Archiviai anche la data del volo posticipata: anche lì avrei potuto fare ben poco, anche perché tra le due disgrazie, la più importante era cercare di fare la denuncia. Mi avviai così, grazie all’aiuto del proprietario della guesthouse, al distretto di polizia di quel minuscolo paese. La “caserma” si trovava delineata rispetto all’abitato, situata in campagna su di una piccola salita sterrata. Al mio arrivo il militare si presentò con la camicia sbottonata ed infradito; al mio arrivo mi fissò come se avesse visto un alieno. Gli chiesi per prima cosa se parlasse inglese e non capendo nulla chiamò il giardiniere. Con il tosaerba in mano quest’ultimo si presentò davanti a me con l’aria di chi la sa lunga, e con un accento inglese-burmese, esclama: “What?!”. La sua conversazione finì lì. Non comprese nulla di quel poco che gli dissi riguardo l’accaduto, ma ebbe la preziosa idea di chiamare la polizia turistica. Aspettai con molta calma circa 10 minuti, pensando che finalmente stesse arrivando qualcuno che comprendesse la mia storia. Arrivò l’ispettore con una macchia di sugo sulla camicia, un paio di occhiali da sole, rigorosamente falsi e fuori moda, delle ciabatte marroni consumate sui lati e lo stecchino tra i denti. Feci il mio lungo discorso, cercando di usare parole facili da capire. Mi guardò con aria perplessa come di chi stesse parlando una lingua antica e sconosciuta e mi fece cenno di andare con lui. Salimmo sul suo motorino bianco panna e ci dirigemmo verso il centro del paese. Ci fermammo in un piccolo locale dove bevemmo un tè verde. Non capii il motivo di quella bevuta, ma poi arrivò un ragazzo, con aria trasandata e si presentò a me. Era il proprietario di una struttura ricettiva vicina al ristorante e parlava un buon inglese. Finalmente potetti spiegare il mio accaduto, raccontando che la mia carta di credito era stata clonata e che avevo bisogno di fare una denuncia alla polizia. Il ragazzo alquanto pensieroso invece comprese l’impossibilità di quanto accaduto visto che la carta era nelle mie mani. Secondo il suo punto di vista, se l’oggetto non mi era stato mai rubato era irrealizzabile che qualche estraneo avesse potuto acquistare qualcosa. Da quel preciso discorso intuì immediatamente che mi trovavo nella merda. Purtroppo capii che non conoscevano il termine “clonare una carta di credito” e con molta pazienza mi misi a fare una piccola lezione, dove si unirono altri due signori che curiosi della mia storia si misero seduti sui tavolini ad ascoltarla. Il tipo mi guardò attentamente e mentre parlavo traduceva all’ispettore di polizia turistica, che nel frattempo si era preso un altro tè verde. Arrivati al dunque del discorso ottenni finalmente l’ok definitivo per effettuare una denuncia da trasmettere in Italia. Ci dirigemmo nuovamente in caserma, nel frattempo arrivò un altro militare con quattro fucili in mano che ripose sul tavolo vicino a me. Raccontatogli il fatto dal suo collega mi diede in mano una penna ed un foglio sul quale dovevo scrivere, in inglese, l’accaduto. Arrivò il giardiniere a sentenziare il tutto. Aspettai 20 minuti nell’atrio assieme ad una famiglia seduta per terra anziché sulle sedie. Da lontano spiai i tre nella stanza che parlottavano ed uno di loro venne finalmente con il foglio firmato. Lo vidi, mi misi a ridere per disperazione, era scritto in lingua birmana, quindi neppure in caratteri latini. Chiesi immediatamente di averne anche una copia in lingua inglese, ma subii una risposta negativa: “Siamo in Birmania, scriviamo in Birmano”. Abbozzai, ma in qualche modo riuscii a vedere il bicchiere mezzo pieno e spedii tutto per mail in Italia.

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Archiviato il fattaccio, subito dopo pranzo presi il cammino verso il masso dorato in cima alla montagna. Andai con un camion travestito da giostra. Su delle panche dove non entravo neppure mettendomi seduto lateralmente, il mezzo sembrava un otto volante tra le salite ed i tornanti che portavano sulla sommità, a due passi dal Golden Rock. Non ne fui particolarmente affascinato, era più la curiosità di scrutare questo grande masso dipinto con vernice color oro, e vederlo sfidare la forza di gravità. Secondo me l’attrattiva migliore in tutto questo era quel camion che fungeva da montagne russe.

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Il giorno dopo me ne andai a Yangon, dove sarei rimasto per 5 lunghi giorni. Avevo già visto una parte della città, quella più verace, più viva e variopinta. Assieme ad Aki, un ragazzo giapponese conosciuto a Mandalay, prendemmo il treno circolare che girava tutto attorno a Yangon, in modo da vedere la vita dei birmani nella periferia cittadina. Nel vagone i venditori ambulanti si davano il cambio. C’era chi vendeva frutta e verdura, giocattoli, noccioline, sigarette. Un piccolo mercato in movimento. Ritornati alla stazione centrale ci spostammo ad una delle pagode più famose d’Asia: la Shwedagon. Il sito religioso, oltre ad essere molto venerato, è un punto di riferimento turistico non solo della città, ma di tutto il Myanmar. In ogni punto della città la pagoda fa la sua figura nello skyline cittadino e passeggiarle intorno, tra foto e monaci in meditazione, è rilassante e spiritualmente affascinante. Cercai di non stancarmi troppo e dissi ad Aki che sarei tornato in ostello, visto che l’indomani avrei dovuto correre la maratona.

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La sveglia in notte fonda, dopo aver dormito al massimo un paio d’ore, era ormai diventata consuetudine prima della gara. Mangiai qualcosa per forza, non avevo fame, ma dovevo mettere qualcosa sotto i denti per aggiungere un po’ di zuccheri al mio corpo. Presi la bandiera ed un po’ di denaro per il taxi al ritorno; tutto ciò che serviva erano solo gambe e cuore. Al piazzale del piccolo stadio coperto si respirava un’aria festosa. L’evento era sentito particolarmente e credo che qualcuno dei locali abbia corso per la prima volta una gara podistica. Il loro vestiario atletico parlava chiaro, non propriamente consono ad una gara così importante, come anche la partenza. Vedi molti di loro schizzare a tutta, per poi incontrarli di nuovo dopo pochissimi chilometri con la mano sul petto o sulla milza. La maggior parte di essi mi sorrideva superandomi e gridandomi da dove venissi perché molti non conoscevano la mia bandiera.

Durante la gara mi sentivo in forma e dopo i primi 10 chilometri presi la giusta convinzione di riuscire a fare qualcosa di veramente importante a livello di risultato. Generalmente in tutte le gare di running corse in Asia non davo molta importanza al tempo impiegato, ma quel giorno mi sentivo bene con la mente e con il fisico. Ero aiutato da quelle semplici persone che con un timido battimani ed un grande sorriso mi facevano sentire un idolo. I bambini dai balconi delle loro abitazioni mi scambiavano per Superman, per via della mia bandiera messa a mo’ di mantello. La strada delimitata da grossi birilli spartitraffico e la moltitudine di persone che pensavano alla sicurezza di noi runners, era veramente il sintomo che Yangon teneva a questo evento. Ricevetti pacche sulle spalle, zucchero e limone dai passanti al di fuori dei punti ristoro e qualcuno che mi inseguiva in bicicletta incitandomi. Arrivai stremato stringendo i denti fino agli ultimi 195 metri, passai sotto l’arco con il tricolore alzato e vidi tre tifose con cartelli inneggianti il sottoscritto. Anja, Annie ed una sua amica, erano venute per me. Non dimentico queste cose, non potrò dimenticare i loro sorrisi al mio arrivo, sembravano più entusiaste di me, solo che purtroppo ero stremato, e a parte ringraziarle infinitamente più e più volte non potetti fare altro.

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Tornai in ostello, con la medaglia al collo, mi misi sul letto, la guardavo e riguardavo. Ogni volta l’ultima è sempre più bella rispetto alle precedenti, è sempre così. Pensai subito alla maratona appena conclusa. Ripensai anche alle altre per capire se questa maratona fosse stata una delle mie migliori prestazioni. Sicuramente a livello cronometrico non era una prova sensazionale, ma senza ombra di dubbio per determinazione e forza d’animo capii che avevo fatto qualcosa di veramente importante per me stesso. La conclusi in 4 ore e 40 minuti senza il benché minimo allenamento in un paese come il Myanmar; tutto aveva un sapore speciale e per festeggiare decisi di passare la giornata con Annie e la sua amica proveniente dalla Nuova Zelanda.

I giorni seguenti alla maratona sono i più drammatici. Il fisico si vendica per lo sforzo avuto a profusione durante i 42 chilometri. Mi riposai sul letto e con l’occasione cominciai ad organizzare la mia seconda parte di viaggio, magari non la più importante, ma sicuramente quella più dura. Il 24 gennaio salutai il Sud-Est Asiatico ed il giorno dopo l’India mi diede il benvenuto.

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