Su e giù tra le colline del Myanmar

A Hsipaw si respirava già un’aria più informale. Erano pochi i turisti che venivano nello stato degli Shan per passare qualche ora sulle colline circostanti. I trekking che vengono organizzati nella provincia sono anch’essi meno battuti. Decido di fare un’attività piuttosto dolce, facendo un’escursione in collina, recandomi nei villaggi subito fuori l’abitato. Mi ritrovo a condividere la giornata con una coppia di signori provenienti dalla parte britannica canadese. Tra la brina mattutina sulle foglie e sull’erba sottostante i nostri piedi, superiamo qualche fattoria e un paio di piccole foreste, per poi piano piano lasciarci alle spalle mandrie di docili bufali e piccoli villaggi, composti perlopiù da un paio di dozzine di persone. La giornata è calda e ci fermiamo spesso a sorseggiare, prima acqua, e poi a fare un tea-break in aperta campagna. Dopo 4 ore di camminata intensa, ma non stancante, arriviamo al villaggio di Pankam, dove avremmo pranzato con del buon cibo 100% burmese e trascorso qualche ora in compagnia delle persone che abitavano in quel posto. Dopo un ottimo e sostanzioso pasto, scovammo una scuola, capitando durante l’ora di svago dei bambini. Vedendoli divertirsi in giochi semplici e per certi versi diversi dal nostro, fui attratto dal gioco del tiro alla fune umano; non ci pensai due volte a buttare lo zaino da una parte e mettermi lì a ritornare bambino come loro. Mi divertivo nel vederli ridere di gusto. Il fatto che un ragazzone straniero di 32 anni si era messo a giocare con loro, creava nei loro occhi, nei loro sorrisi e fanciulleschi schiamazzi, una giornata da ricordare e diversa da tutte le altre. Avrei voluto restare in quel giardino scolastico polveroso per tutto il giorno; il ricordo non rimarrà soltanto nei semplici selfie scattati, ma anche nella mia mente. Tornammo indietro al centro del villaggio per poi con la moto tornare a Hsipaw dove mi sarei preparato per il giorno dopo.

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Arrivai a Kalaw di notte, nel freddo e nella nebbia. Cercai subito il mio albergo ed ebbi la fortuna di entrare e dormire su una sedia in legno della reception. Quantomeno mi riparai dal freddo con il custode che mi donò una delle sue enormi coperte. Non dormii e all’imbrunire mi recai sul tetto della struttura per vedere il sole spuntare dalle montagne circostanti. Decisi di andarmene nel centro del paese: vedevo dall’alto del palazzo che qualcosa si muoveva. Il custode mi consigliò di andare a visitare lo ‘special market’, che si tiene ogni 5 giorni, in un orario in cui cominciava ad animarsi e soprattutto con l’assenza di turisti. Feci colazione in un locale scuro con tavoli e pareti in legno e seggiolini di plastica. Ordinai la specialità della casa: pane fritto e caffè nero filtrato. Non ero molto soddisfatto di quanto mangiato, ma era abbastanza per cominciare la giornata. Mi persi più volte nei vicoli di quel mercato che odorava di frutta e verdura fresca, che puzzava di pesce e carne, freschi, ma sparsi su di un bancone tra polvere e mosche gironzolanti. Mi persi tra i colori del reparto dei fiori e delle spezie con il sole che creava un arcobaleno di ombre grazie agli ombrelloni che si intrecciavano tra di loro. Feci qualche spuntino con qualcosa di tipico e andai a prenotare il trekking per il giorno dopo, prima di andarmi a riposare.

Il famoso cammino di 65 km circa che portava da Kalaw sino al lago Inle era qualcosa che volevo fare sin da quando lo scoprii leggendolo tra le varie guide. Ero sicuro fosse una di quelle esperienze che ti rimangono dentro, in cui, in 3 giorni, hai l’occasione di conoscere non solo la vita birmana al di fuori delle città, ma anche stringere amicizia con gente nuova e condividere con gli altri qualcosa di emozionante. Alla partenza da Kalaw mi ritrovavo, come sempre accade, ad essere l’unico italiano; ormai era un habitué e la cosa non mi dispiaceva. Insieme a me partirono altre 11 persone: una famiglia composta da sei persone dal Québec, due bretoni francesi e altri con i quali mi ritrovavo a parlare più spesso: Annie da Vancouver, Sebastién il parigino, che aveva studiato a New York, Gabriela da Berna , la capitale svizzera, ed infine Anja, tedesca di un piccolo paese vicino Dortmund che si aggiunse a noi soltanto al secondo giorno di cammino. Tra di noi ci confidammo, e molti vollero sapere la mia pazzia sul fatto di correre in giro per il mondo senza allenamento: alcuni non se ne capacitavano. Lungo il percorso sfilammo villaggi, campi di grano con piccoli puntini di capanne che spuntavano nel verde rigoglioso all’orizzonte. Tra i vari scollinamenti, non particolarmente faticosi, giungemmo nelle varie piccole stazioni di sosta. Baracche arroccate una sopra l’altra nella quale ci veniva offerto il pranzo oppure del tè verde con biscotti. Fermarsi in quei posti a sorseggiare la bevanda in minuscole tazzine con gli infiniti panorami del Myanmar era rilassante. Camminammo per circa un’ora lungo una ferrovia che ci avrebbe portato alla destinazione di quella lunga giornata. Sembrava di essere in un film. Un gruppo di persone camminare tra le rotaie di un treno senza orario saltellando in ogni traversina ed incontrando abitanti locali di vario genere: agricoltori, mendicanti, mamme.

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La prima notte ci fermammo per cena e per la notte, in un villaggio alquanto famoso. Uno ad uno facemmo una doccia freddissima con una bacinella che dovevamo rovesciarci addosso e intanto insaponarci di fretta se non si voleva morire congelati; era come tornare nella preistoria. A diminuire l’atrocità di quel momento c’era un cibo assai delizioso che ci aspettava sulla tavola già apparecchiata. Oltretutto l’ambiente che ci circondava era confortevole e quando si usciva fuori dalla struttura che ci avrebbe ospitato, il cielo puntinato da milioni di stelle era un quadro da cui difficilmente gli occhi si staccano. Andammo a dormire molto presto, d’altronde i 27 km di camminata giornaliera sotto un sole cocente si erano fatti sentire. Durante la notte il freddo faceva la sua modesta parte; non riposai molto anche a causa di un materasso veramente fino e delle numerose coperte che avevo sopra di me.

Finita la colazione, il giorno seguente partimmo di nuovo. Giungemmo dopo pochi minuti in una scuola piena di bambini che ripetevano a voce alta quello che il maestro gli diceva. Ci ritrovammo a salire su una collina dominata da piantagioni di peperoncino, con il rosso della pianta che si vedeva in lontananza tra il giallo e marrone dei terreni scarseggianti di acqua. Facemmo molto spesso su e giù, fummo aggrediti da una coppia di bufali, qualcuno cadde nel fango e non si smetteva mai di bere, ma soprattutto di ridere. Le soste per il classico break del tè erano più frequenti e più lunghe a causa di qualcuno che cominciava ad accusare i chilometri percorsi, ma nessuno si lamentò. Man mano incontravamo giovani ragazzi che portavano nel proprio villaggio legna da ardere oppure anziane signore ancora lavoratrici prese nella raccolta tra le vaste piantagioni di tè. Dopo altri 28 km arrivammo a destinazione in un piccolo posto. Questa volta eravamo solo noi ed i proprietari della grande capanna nella quale avremmo dormito, e dove, nelle vicinanze, era presente anche un piccolo chiosco che vendeva piccoli prodotti di igiene intimo ad uso giornaliero e bevande di qualche tipo. Molto spesso si fermavano traghettatori di legna o verdura, trainati da muli, per comprare delle sigarette sciolte e, quando potevano, si fermavano a conversare limitatamente con noi. Insieme a Sebastién e Jeremy, l’altro ragazzo francese, scambiammo qualche tocco al volo con la piccola palla di rattan con persone del posto prima di immergerci nella solita doccia gelata. Questa volta sembrava ancor più fredda e lo si capiva dalle urla disperate di ognuno di noi quando si versava addosso la bacinella piena d’acqua.

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La serata continuò come al solito con una cena squisita e soprattutto abbondante, durante la quale la nostra guida ed il proprietario preparavano un piccolo falò. I due ragazzi misero delle sedie tutte intorno, nel frattempo che il fuoco cominciava a fare il suo lavoro di riscaldamento ed un chitarra spuntava dal nulla finendo nelle mani della nostra guida. Ma-Ma, un ragazzo molto simpatico, ci stava accompagnando insegnandoci molto sullo stile di vita birmano e su come vivessero le persone in quell’ambiente rurale. Quella sera si trasformò in uno stornellatore, cantando canzoni tipiche folk, country e azzardando un rap con due giovani teenager giunti dopo cena. Ovviamente non mancavano canzoni da falò, dai Beatles a John Denver, e fu intonata anche Ti Amo di Umberto Tozzi con mio molto stupore. La legna continuava ad ardere, Ma-Ma a cantare e suonare, aiutato dal timido battimani dei presenti. Sopra di noi il cielo era più stellato che mai, come a creare quella giusta magia con il fumo del fuoco e le note strimpellate di quella chitarra che fluttuavano nel buio cielo di un villaggio qualunque nella campagna del Myanmar. Andammo a dormire con queste dolci immagini.2018-01-15 20.33.02

Ci aspettava l’ultimo tragitto, il più era stato fatto, ed avremmo dovuto percorrere soltanto dai 15 ai 17 km per arrivare fino al lago. Dall’ultimo villaggio partimmo leggermente prima del previsto insieme ad una leggera foschia che nascondeva i primi lavoratori di giornata in compagnia dei loro muli e due piccoli cagnolini che giocavano tra di loro nella cenere del falò della notte precedente. Il primo tratto di strada fu mistico. Passammo in una piccola stradina contornata da un grande steccato in legno che stabiliva il confine con i campi di grano. In mezzo ad essi affioravano spaventapasseri addobbati con taniche in plastica e cappelli di paglia sfilacciati. A ridosso del bordo stradale piante e fiori di colore celeste dominati da ragni presi ad attendere la loro preda nella loro tela perfetta. La brina faceva il suo compito di rendere i primi raggi di sole di un cristallino ipnotico. Inutile dire che ci mettemmo molto a concludere quel piccolo tragitto a causa delle innumerevoli fotografie scattate da ognuno di noi. La penultima parte di viaggio scendeva giù su di un guado. Il fiume in secca era perfetto per tagliare e guadagnare metri, ma pericoloso per i massi affioranti ed a tratti scivolosi. Comandai in testa il plotoncino che si era staccato dalla parte di gruppo impegnata a raccontarsi i fatti propri, tenendo un passo spedito e senza indugi, saltellando sulle pietre e scendendo senza paura. La fine del cammino era l’arrivo in una foresta di bambù con al centro una stradina di terra rossa, quella utilizzata per i campi da tennis. In lontananza cominciava ad apparire il lago Inle, e pagato il biglietto di entrata al parco, pranzammo tutti insieme per l’ultima volta. Non nascondo il dispiacere nel salutare quasi tutta la ciurma al termine dei 65 km. Avrei voluto continuare quel cammino per giorni e giorni fino allo sfinimento.

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Con Annie, Sebastién, Anja e la coppia di francesi continuammo con una piccola escursione per vedere la vita galleggiante all’interno del lago, visitando fabbriche di artigianato e passando all’interno di strabilianti orti sull’acqua. La nostra destinazione finale era Nyaung Shwe, a pochi chilometri dal bacino, dalla quale si poteva intraprendere una gita in bicicletta attorno a gran parte del lago, tagliandolo in mezzo grazie ad un passaggio in barca. Questo è quello che feci con il ragazzo parigino prima di salutarlo e prima di aver rincontrato Annie lungo la strada, dandoci appuntamento a Yangon qualche giorno dopo.

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Avevo svolto gran parte della mia esperienza birmana progettata inizialmente, ma non ero sazio. Andava conclusa la parte finale di questo paese, che mi nascose una soddisfazione personale che ricorderò a lungo.

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