Un Natale thailandese e le nuove emozioni birmane

Finalmente Natale, finalmente insieme. Come un Cicerone mostravo la zona backpacker di Bangkok, la famigerata Khaosan Road, cominciando a far assaporare alla mia famiglia i sapori thailandesi, quelli tanto descritti da me nelle foto che ogni tanto inviavo. Ero felice, estasiato di stare di nuovo con loro, in un momento così importante della mia avventura, in una città che adoravo. Il giorno dopo ci spostammo nel sud, ad Ao Nang. Nella provincia di Krabi avremmo passato le feste natalizie e quale posto migliore se non la spiaggia di Railay, tra rocce carsiche e mare verde smeraldo. La cena della Vigilia di Natale fu epica. I miei non badarono a spese con la tavola piena di pesce fresco: vongole, calamari, gamberoni, tutto accompagnato da verdure. Un piacere agli occhi e al palato, qualcosa di stupefacente: buon cibo e famiglia riunita, che c’era di meglio?

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Stare con loro era importante: anche se fossero stati soltanto 12 giorni, la loro presenza colmava qualcosa di grande in questa mia avventura. Ora ne facevano parte anche loro, scrivendo un piccolo capitolo sul mio libro. Ci spostammo alla scoperta dei templi di Chiang Mai, dove rincontrai i miei amici Deng e Tina, per poi tornare a Bangkok. Il capodanno presso Asiatique Riverfront si rivelò una grande scelta. Il gestore del ristorante ci riservò un tavolo dove poter vedere i fuochi d’artificio sul fiume. Furono 7 minuti di spettacolo pirotecnico. Dopo il conto alla rovescia i miei occhi brillavano, nel momento in cui abbracciavo i miei augurandogli un buon 2018 (o 2561), ebbi una piccola commozione dovuta alla felicità di essere con loro, in quel momento, in quel luogo.

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Purtroppo i giorni passarono veloci dopo il veglione, visitando ancora Bangkok per un altro giorno ed il parco storico di Ayutthaya. Il tempo con la mia famiglia stava terminando e cominciavo ad avere un piccolo nodo in gola. Non avevo digerito il fatto che quei giorni erano passati così velocemente in modo inesorabile. All’aeroporto mio fratello si lasciò andare, stavolta toccò a lui ed io gli andai dietro. In fondo era proprio la persona che più mi era mancata durante quei mesi e sapevo che la cosa sarebbe andata così anche per la seconda parte del viaggio. All’improvviso era diventato tutto brutto, come una nuvola passeggera carica d’acqua pronta a far scoppiare un temporale, un diluvio che dovevo far smettere quanto prima.

Ad alleviare la partenza dei miei questa volta arrivò la Birmania. Come un’amica mi consolò, mi fece ragionare sul fatto che stavo continuando il mio viaggio e che dovevo assolutamente ritenermi fortunato per quanto stava accadendo. Decisi di andarmene all’aeroporto a passare la notte vista la partenza all’alba per Yangon.

L’arrivo nella città più importante birmana fu più tranquillo del previsto. Il piccolo e calmo aeroporto aveva solo taxi che portavano nella downtown. Avevo il mio ostello nella parte indo-musulmana della città, accanto alla Sule Pagoda. La struttura era una stanza con circa 20 letti a capsule, due bagni e nessun posto a terra dove appoggiare lo zaino, se non dentro al letto, come un peluche. Avevo in programma di riposare e di uscire in avanscoperta in modo di capire la vita dei birmani; mi limitai a girare tra la pagoda ed i vicoli tempestati di piccoli negozi, pensiline ed antenne paraboliche di colore blu sui balconi. Non ero spaventato, anzi, capii immediatamente che quella popolazione era buona, lo si leggeva nei loro occhi, poveri ma ricchi. Conobbi Bo-Bo all’interno del tempio: mi portò davanti alle statue del Buddha a fare qualche rituale e andammo in una locale, che a chiamarlo così risultava un complimento (forse topaia era più appropriato), a prendere due birre e qualche snack. Il ragazzo, che ha qualche anno meno di me, mi racconta di essere un maestro di matematica e che per risparmiare soldi, dato il suo modesto stipendio, vive in un monastero dove durante il giorno rende servizio presso l’orfanotrofio limitrofo. Mi fa vedere le foto mentre è in procinto di insegnare e consegnare da mangiare ai bambini: niente male come presentazione del Myanmar. Mi faccio dare qualche consiglio su come muovermi a Yangon, visto che ci tornerò per la fine del mio soggiorno nel paese, e qualche informazione sui posti che da lì a pochi giorni avrei dovuto visitare.

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Il mattino seguente, all’alba, mi ritrovo su un taxi diretto verso la stazione degli autobus, sfrecciando tra le libere strade, ascoltando musica tipica birmana a tutto volume. A farci compagnia c’era anche un video ritraente un anziano signore che faceva il simpaticone con una studentessa, ma il fidanzato della ragazza si accorge di tutto e va in sua difesa; poi successero altre cose ma persi il filo perché non aveva molto senso. L’autista se la rideva e se la cantava e sembrava piacergli quella scialba comicità. Io invece ero allacciato al sedile di dietro sperando di fare quei 20 km di strada ancora vivo. La stazione era veramente un caos totale, con smog, bus parcheggiati ovunque, bancarelle fumanti zuppa di noodles ed interiora di animali. Nel trambusto generale, nel chiedere e richiedere dove diavolo fosse la postazione del mezzo che mi avrebbe portato a Bagan, scovo un pullman blu dei Pokémon: ero in un sogno. Mi sedetti al proprio interno e trovai una temperatura polare, preghiera dagli altoparlanti ed un monaco vicino il mio sedile che non faceva altro che sputare il betel in una bustina. Il betel non è altro che una foglia arrotolata con all’interno una noce di palma, calce spenta, tabacco e talvolta qualche spezia. Masticandolo si ottiene nella propria bocca una grande salivazione rosso sangue. Camminando per le strade birmane, in ogni angolo si trovano macchie ovunque di questo intruglio. Il monaco masticava e provava a parlare inglese: stentando qualche parola tentò di chiedermi qualcosa con il traduttore del suo cellulare, e ovviamente si limitava a domandarmi come mi chiamavo, da dove venivo e quanti anni avevo. La conversazione non si muoveva un granché per tutte le ore di viaggio. Ogni tanto ci scambiavamo qualche sorriso, ma alla fine Ashin, il nome del ragazzo, mi chiese una foto con lui e la sua amicizia su Facebook. Con stupore mi ritrovavo sul social network insieme a lui e la cosa mi faceva molto piacere.

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Arrivato a Bagan, precisamente a Nyaung U dopo 9 ore di viaggio, a pochi chilometri di distanza dalla piana, decisi di riposarmi. Studiai qualcosa per l’indomani, visto che il sito archeologico non era minuscolo. Ero solo all’inizio del mio viaggio in Myanmar ma non sapevo cosa mi aspettasse il giorno dopo, soprattutto non sapendo cosa stavo andando a visitare uno dei luoghi più incantevoli della mia avventura.

Affittato il motorino elettrico, che non andava a più di 40 km/h, mi avventuravo per le piccole strade sterrate disseminate nella grande piana di Bagan. La bellezza nello scoprire ogni angolo di un singolo tempio era sia interessante, che divertente. Era spassoso perché a volte non si riusciva a capire se e quante volte fossi passato davanti lo stesso monumento religioso. Interessante passare accanto alle statue di Buddha che si trovavano al proprio interno. Soltanto nel primo giorno riuscii a vedere una parte che andava da Nyaung U fino ad Old Bagan. Individuandoli sulla cartina, tracciavo un personale percorso ponendo un asterisco su quelli visitati. Erano comunque tanti e ad ognuno c’era un venditore ambulante che proponeva le classiche pitture su tela e oggetti di bronzo o di bambù. Dopo tanto cercare finalmente trovai un posto per godere del tramonto: un piccolo palazzo. Mi aspettavo tanto dal calare del sole, e sapevo, vedendo svariate foto, che, se vista dalla prospettiva dei templi principali leggermente in lontananza, avrei potuto ottenere una panorama senza uguali. Verso le 17.45 vidi uno dei tramonti più bella della mia vita, uno di quelli che rimani fisso a guardare senza distrarti un attimo; è il classico crepuscolo che ti fa pensare e che ti fa dispiacere quando finisce. Solitamente quando faccio delle belle foto utilizzo dei piccoli filtri di ritocco per renderlo molto più fotogenico: non ne ebbi bisogno.

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Finita la mia prima giornata, cominciavo a pensare nell’immediato futuro ed organizzarmi per vedere l’alba. L’emozione durante il quale mi alzavo dal letto per andare ad ammirare il sorgere del sole è la stessa che si prova quando sai che sta per accadere qualcosa, di cui sei cosciente, e che sai rimarrà impresso nei tuoi occhi e nella tua mente per molto, molto tempo. Alle 5 di mattina la signora che mi affittava il motorino elettrico era già lì che mi aspettava. Nonostante il sole cominci a sorgere verso le 6.30, dovevo mettermi alla ricerca del tempio che avevo trovato nella cartina, in mezzo al buio e ad una leggera foschia. Quando lo trovai, la mia emozione continuava; salendo sul tetto di un tempio vecchio circa 1.000 anni, condividevo con una ragazza belga, una francese e due cinesi, una bellezza unica nel mondo. Verso le 6.15 all’imbrunire le mongolfiere cominciavano la loro levata: ce ne erano gialle, rosse, verdi e nere. Ognuna era un pezzo in quel puzzle di bellezza davanti al sorgere del sole aldilà dell’orizzonte. Ricordo di essermi commosso, di aver avuto quella scintilla che mi faceva pensare a tutto quello che avevo attraversato durante il mio viaggio, per essere sopra quello stupa con dei mattoncini pericolanti. Pensai al futuro, a quello che avrei dovuto fare: non tanto continuare la mia visita in Myanmar, ma a quello che sarebbe avvenuto una volta finito il tutto. L’alba di Bagan raccoglie un oceano di pensieri, e le mie riflessioni dovevano seguire la marea che le avrebbe spinte verso quello che volevo dalla mia vita. In quel preciso istante si pensano tante cose, si scattano foto che tanto non riusciranno mai a far capire la bellezza di quel posto e di quel momento. Tornai in ostello contento di quanto visto, di aver potuto godere di un momento riflessivo ed emozionante, tutto mio.

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Bagan mi aveva positivamente ricaricato, mi aveva trasmesso quella forte energia interiore per far sì che il mio viaggio continuasse senza intoppi di nessun tipo. Il giorno dopo presi il minivan per Mandalay. Fu una cosa terribile, una pezzo di latta che cadeva a pezzi; in fondo la compagnia si chiamava ANO e dovevo immaginarlo che sarebbe stata un’inculata pazzesca. Scherzi a parte, sia il mezzo che la strada mi avevano devastato, e quando arrivai a Mandalay, trovai soltanto un mucchio di strade a scacchiera ed una città che non mi piaceva per niente. Mi limitai il primo giorno ad andare nella fortezza reale e nella collina. Per salire sopra quest’ultima si devono fare numerosi gradini; li feci in compagnia di un giovano monaco novizio di 14 anni. Mi raccontava che ogni giorno andava nel piccolo santuario in cima per parlare con altri stranieri e condividere la sua cultura migliorando anche il suo personale inglese. Passammo insieme un paio d’ore fino al tramonto, mentre mi faceva anche da piccola guida per la visita di un tempio limitrofo. Poco attimi prima dell’ingresso per la salita al sito religioso, conobbi Hasina. Questa ragazza con il suo motorino proponeva un giro per i dintorni di Mandalay ad un prezzo relativamente ragionevole, cucinando anche il pranzo portandolo dietro con la gavetta. Credo di essergli piaciuto perché durante il tragitto che portava nelle piccole località di Inwa, Sagaing e Amarapura, mentre parlavo mi guardava con ammirazione. Io diciamo non facevo proprio la stessa cosa, anzi feci anche una brutta figura. Mi chiese quanti anni le davo: risposi 37 poiché pensavo ne avesse circa 42. Ricevetti la sua risposta: 33. Volevo sotterrarmi ma ne uscii alla grande cambiando discorso. Passeggiammo a lungo sull’U-Bein Bridge, il ponte di legno pedonale più lungo del mondo. Credo si sentisse importante vicino a me, anche perché non c’erano molti stranieri, e la gente locale ci fissava abbastanza. Quando la salutai la vidi sensibilmente dispiaciuta, ma alla fine avevo imparato anche questo viaggiando: avere un leggero cuore di pietra in momenti come questi.

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Mi trasferii a Hsipaw il giorno dopo, per cominciare la fase dei trekking nello stato dello Shan, che mi regalò qualcosa di entusiasmante e soprattutto altri innumerevoli amici.

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