Pazzie vietnamite, mare thailandese, famiglia riunita

Sono le prime ore dell’alba ed Hanoi è già sveglia da un pezzo. L’autista dello sleeping bus ci aveva fatto dormire un altro po’ nonostante fossimo arrivati da qualche minuto. Rintontito dai clacson degli scooter e soprattutto dai forti odori dei locali fumanti di zuppa di noodles e pollo, la stazione dei bus si presentava più caotica di qualsiasi altro terminal fossi stato. Tuc-tuc, sccoter, pullman, macchine, cuochi, autisti mendicanti, smog, carne alla griglia e puzza di fritto. Un miscuglio di persone, suoni e odori: questo era il cartello di benvenuto di Hanoi, la capitale vietnamita.
Per una poca differenza di dong, riesco ad ottenere un passaggio, da un signore maleodorante e sdentato, fino al quartiere vecchio. Al mio arrivo l’ostello non mi permette di effettuare il check-in, così decido di cominciare la visita della città, approfittando del mattino presto per godere della vita frenetica dei cittadini, senza la presenza dei turisti. Snervante, ma nello stesso tempo affascinante. Erano queste le prime due sensazioni che avevo avuto del vecchio quartiere di Hanoi; piccole botteghe dove sorseggiare caffè o mangiare un ottimo banh my, una piccola baguette farcita di pollo o maiale; donne con la loro bicicletta multiuso prese a vendere fiori e frutta fresca, negozi stracolmi di cianfrusaglie e le innumerevoli magliette griffate falsificate. Impazzivo nel fotografare ogni piccolo dettaglio di vita quotidiana e quando mi fermavo era solo per assaggiare il famoso cibo da strada.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Durante quella passeggiata conosco Thuc, un ragazzo che si offre di farmi da guida per i sobborghi della città, fuori dal solito itinerario turistico. Ci diamo appuntamento per il giorno dopo e continuo la mia esplorazione, scoprendo una moltitudine di persone pronta a stringere amicizia, scambiare qualche parola per migliorare il proprio inglese ed anche consigliare qualche locale per mangiare qualcosa di tipico. Do ascolto a molti degli ultimi consigli, decidendo di gestire le cose da assaggiare giorno per giorno per non rovinarmi troppo l’appetito.

Il mattino seguente alle 10 in punto, Thuc è sotto il mio ostello. Mi offre un caffè con latte condensato e piano piano ci dirigiamo in alcune attrattive, abbastanza lontani dal centro, ma che avevo in programma. Durante la visita, non manca di parlare delle nostre vite; con molto orgoglio mi mostra alcune foto della figlia, diventata mamma da poco, e di suo figlio con ottimi voti a scuola. Mi racconta di essere sposato da un bel po’ di anni, ma di non amare più sua moglie, confidandomi di essere d’accordo nello stare insieme solo sotto un punto di vista economico. Finite le visite e altro qualche giro in alcuni bei luoghi da Hanoi poco conosciuti, decidiamo insieme di pranzare in un tipico locale fuori il centro abitato. Qui la famigerata birra Hoi scorre a fiumi, accompagnate da noccioline ed altri racconti sui modi di fare dei nostri rispettivi paesi. I boccali pieni della famosa bionda fanno avanti e indietro nel nostro tavolo e per continuare decidiamo di ordinare da mangiare, altrimenti non saremo usciti in piedi da quel posto.
Leggendo il menù i miei occhi scrutano DUCK (anatra). Ero curioso di assaggiarla e così la ordinammo, ma quello che vedevo poco dopo aveva dell’incredibile. Poco dopo il momento in cui la cameriera dice alla cucina che avremmo mangiato il pennuto, il cuoco esce dalla stanza, dirigendosi in una parte del ristorante leggermente coperta da dei teli di plastica. Sento un verso provenire da lì, lo riconosco: “quà-quà”. Vedo il cuoco ripassare davanti a noi con in mano l’animale starnazzante preso dalle zampe; quelli sarebbero stati i suoi ultimi attimi di vita, dopo qualche secondo, senti una botta, poi il nulla. Dieci minuti dopo arrivarono le prime due, di quattro portate a base d’anatra: sangue coagulato con noccioline, cipolla e coriandolo e a seguire interiora ripassate con verdure. Piano piano che l’animale veniva sporzionato, arrivava un pezzo di esso nel nostro tavolo; per nostra fortuna la carne era buona e la zuppa preparata con il collo era la fine di quel pasto, iniziato in allegria e finito in un modo abbastanza macabro.

2017-12-01 12.15.22
Per alleggerire il tutto, Thuc, preso dall’enfasi della birra e divertito dal fattaccio del pennuto, aveva chiamato una sua amica, Treng. La ragazza si era presentata al nostro tavolo abbastanza infastidita in quanto aveva sbagliato strada per venire al ristorante. Per farla sorridere Thuc cominciò a parlargli e lei si calmò. Come se nulla fosse aveva organizzato un’uscita a quattro a base di sesso, dovevamo solo aspettare che Treng chiamasse una sua amica in un bar poco distante, per poi trasferirci in un hotel da “scortico”. Spalancai gli occhi. Ero esterrefatto, incredulo, divertito, eccitato. Era così semplice organizzare queste cose in Vietnam? Mi ritrovavo nel giro di un’ora, dal tavolo di un ristorante a mangiare un’anatra appena uccisa, al letto di un albergo utilizzato per scappatine sessuali di maritini insoddisfatti. La struttura era pulita, profumata, non sembrava neppure un motel particolare; non ebbi quella sensazione di sporco, ne di vergogna. Quel piccolo evento era normale e senza pudore, come Treng, che si spogliò e si fece una doccia davanti a me, mentre ero in procinto di urinare. Continuavo a pensare all’assurdità di ciò che stava accadendo, non sapevo neppure come si chiamasse l’altra ragazza, non aveva importanza, anche se avessi preferito lei, loro tre avevano ormai deciso le coppie, non erano prostitute, soltanto due ragazze in cerca di divertimento.
Feci la mia bella figura, non mi tirai indietro, in fondo ne avevo bisogno, e dopo una bella doccia, io e Thuc sorridenti, tornammo nel quartiere vecchio. Pagai una birra al ragazzo, l’ennesima, dopo aver pagato anche il pranzo, diedi a lui una piccola mancia per avermi fatto divertire e ci salutammo con un forte abbraccio.

Nei miei ultimi due giorni vietnamiti non ebbi un granché a livello di emozioni, mi limitai a continuare a gironzolare per la città e fare amicizia con dei ragazzi, conosciuti vedendomi solo e con l’occasione parlare inglese. Prendevo consapevolezza che da lì a poco avrei lasciato il Vietnam; nonostante non fosse cominciato come avrei sperato, con la caduta nel fiume ad Ho Chi Minh, con il passare dei giorni e delle città, cominciavo ad amarlo e ad apprezzarne ogni particolare.

2017-12-02 21.10.40

Quello che mi distoglieva da questo pensiero era l’organizzazione per quello sarebbe venuto dopo: il sud della Thailandia. Sarei tornato nella mia seconda casa, nel mio paese preferito. Ero felice di visitare una parte thailandese che non conoscevo affatto; il sud dei mari turchesi e smeraldo, delle spiagge bianche piene di palme di cocco.
Arrivai a Koh Samui, la mia prima tappa. Fu un’odissea. Partendo da Hanoi in mattinata arrivai a Bangkok, per poi dirigermi a Surat Thani, per poi andare nel porto e prendere il traghetto diretto all’isola. Una dopo l’altra, mi lasciavo indietro ogni fermata, ogni aeroporto. Presi ogni tipo di mezzo di trasporto, dallo scooter in Vietnam, ai due aerei, fino al traghetto e al taxi. Arrivato a destinazione trovai pioggia e la conseguente amarezza.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

In quei giorni nella piovosa isola mi fece compagnia Sander, un ragazzo olandese più grande di me che aveva avuto un grave problema all’orecchio a seguito di un’escursione subacquea. Fortunatamente con lui almeno la sera il tempo scivolava veloce, ritrovandoci a chiacchierare nella hall della guesthouse ed assistendo anche ad un grazioso concerto swing che si tenne nel porticciolo del paese. Riuscii ad esplorare Koh Samui soltanto mezza giornata, quando uscii un timido sole accompagnato da un forte vento, che rendeva il mare veramente arrabbiato. Decisi di non rimanere a lungo in quell’isola sul Golfo del Siam, non essendo stata meteorologicamente gentile con me, e dirigermi verso il Mare delle Andamane, nelle isole Phi Phi. Qui la musica era totalmente diversa. Ad aspettarmi, oltre che un pallido sole, c’era un mare più turchese della fata turchina. Godei di Phi Phi Don per tre gloriosi giorni riuscendomi a rimettermi in sesto e rilassandomi abbastanza in quelle spiagge candide, colorando la mia pelle di un bel bronzo e passando in acqua la maggior parte della giornata.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Purtroppo quando ci si trova bene il tempo non ti da mai la giusta soddisfazione e causa organizzazione dei vari visti da sbrigare per l’approdo ai paesi che avrei visitato successivamente, mi trasferii a Bangkok per circa due settimane. Decisi di affittare direttamente un appartamento leggermente fuori il centro, trovando un’offerta vantaggiosa per il pernottamento, vista anche l’imminente visita di Yui nella capitale. La ragazza Thai arrivò nella città degli angeli per passare un weekend con me, insieme vivemmo bei momenti di intimità. A dire il vero tutto questo mi piaceva, poiché sentivo la mancanza di una ragazza che mi facesse stare bene, e Yui mi regalava tutte le attenzioni del caso, facendomi sentire importante e speciale. Notai che si stava innamorando di me, lo capii dalla moltitudine di fotografie che mi faceva mentre ero distratto: nella metro o al ristorante. Si alzò con me la domenica mattina per venire a vedermi nella Mezza Maratona Internazionale della Thailandia. La mia ultima gara podistica del 2017 in realtà non era stata soddisfacente e né tanto meno bella come tutte le altre svoltasi in altri paesi. Praticamente corremmo in notturna sulla highway che si univa con l’imponente ponte Rama VIII. Non ebbi gran modo di essere sopraffatto dalle emozioni, che come sempre prevalgono prima e durante una gara. Ebbi comunque modo di festeggiare un’altra medaglia e la mia felicità e soddisfazione le rivedevo sulle foto che Yui mi aveva scattato all’arrivo. Pagai le conseguenze fisiche poco dopo, ma non lo feci vedere più di tanto per non mostrarmi debole.

IMG_7290

Come sempre dovetti fare i soliti conti con il dispiacere più grande che avevo durante il viaggio, era sempre quello: la separazione. Già nei giorni che passai con la ragazza, mi chiesi continuamente se e quando l’avrei rivista; la nostra relazione poteva avere un futuro? Oppure era solo una piccola frequentazione dovuta al fatto che in quel momento viaggiassi in quel preciso luogo? Ci pensai e ripensai e provavo dispiacere, lo lessi anche nei suoi occhi e nei messaggi che mi inviò qualche giorno dopo. Non sapevo neppure io dove avrei passato il mio futuro e non ero in grado di dare una risposta ai nostri corrispettivi pensieri.

L’unica cosa di cui avevo certezza, era che quel piccolo momento di tristezza non sarebbe durato molto. La mia famiglia da lì a poco sarebbe arrivata a trovarmi in Thailandia per passare tutti insieme le feste natalizie. Durante i mesi precedenti al viaggio, nel momento dell’organizzazione, molti amici e conoscenti, mi dissero di venire in Asia a trovarmi: nessuno di questi mesi lo fece. Senza criticare e né puntare il dito contro qualcuno, anzi, ognuno avrà avuto il suo valido motivo per non venire: soldi, lavoro, tempo, voglia. Ma alla fine la mia famiglia stava venendo e non vedevo l’ora, ero elettrizzato nell’idea di stare nuovamente tutti insieme dopo 5 mesi. La loro mancanza in questo tempo si era fatta e faceva sentire, non tanto nei momenti brutti, o in quelli di noia, magari durante quelle estenuanti traversate con i bus locali che mi portavano da sud a nord, ma nelle piccole cose: stare insieme a tavola, una confidenza con mio fratello, un abbraccio di mia madre, parlare di calcio con mio padre. All’arrivo in aeroporto avevo quella piccola tremarella di emozione, il ritardo del loro volo proveniente da Mosca e la perdita delle loro valigie, posticipava di circa un’ora il nostro incontro. Le porte scorrevoli degli arrivi si aprono, mio fratello esce, i nostri occhi s’incrociano, i sorrisi sono identici ed un lungo abbraccio intenso, vero, come mai avuti. L’abbraccio con mio padre con lo scrocchio delle nostre mani nel vedersi di nuovo e poi il pianto di mia madre. Quel “mi sei mancato” da parte sua, risuonava nella mia mente anche dopo vari giorni. Non mi sarei aspettato si lasciasse andare, in fondo mia madre, non è un tipo freddo, ma è stata sempre molto forte, e quel suo piccolo sfogo emotivo era come svuotarsi da qualcosa, io ero quel piccolo miraggio che visto in lontananza, alla fine diventa vero. Eravamo finalmente riuniti, era ora di festeggiare il Natale, diverso dal solito.

2017-12-25 12.18.46

Annunci

Una risposta a "Pazzie vietnamite, mare thailandese, famiglia riunita"

Add yours

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

Creato su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: