Se cado in Vietnam, mi rialzo in Vietnam

Ly Son è un’isola perfetta. Ancora molto autentica con turismo di massa pressoché inesistente. Il posto adatto per riconciliarmi con me stesso e con il Vietnam. Nessun pub, nessuna discoteca, quattro ristoranti tipici di pesce e poco altro: questa era l’isola che avevo sognato. Grazie alla simpatia delle tre proprietarie del motel, che mi avevano raccattato sotto il diluvio al piccolo porticciolo, esse si dimostrarono da subito simpatiche ed estremamente gentili, seppure non parlassero nemmeno una parola base di inglese, riuscivamo comunque a colloquiare sia a gesti, sia mediante il traduttore del mio cellulare. La loro struttura era fronte mare e mi capitò una stanza con un grande balcone dal quale vedevo le piccole barchette dei pescatori ancorate negli scogli. C’era calma assoluta, in fondo eravamo ancora fuori stagione ed io ero l’unico straniero presente in tutta l’isola. Me ne accorsi perché mediante il motel affittai per due giorni uno scooter bianco panna con cambio manuale e feci più e più volte il giro. Mi divertiva guidare tutto intorno ed esplorare piccole spiagge interamente per me. Le tre donne mi avevano sconsigliato di farmi il bagno, perché le intensi piogge avevano portato immondizia e sporcato il mare, ma sinceramente non trovai un’acqua sporca, anzi, limpida e piena di pesci; la battigia era piena di tronchi e plastica; in fondo poteva anche starci come situazione, non chiedevo la luna, ma soltanto un mare pulito per potermi rinfrescare qualche ora.

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Durante la mia permanenza andavo su e giù per la piccola montagna a vedere il tramonto contrastato dalle enormi scogliere, che assomigliavano più a quelle immagini che si vedono per pubblicizzare la Scozia o l’Irlanda. Era rilassante farsi coccolare dal vento che portava il profumo di iodio, una bella vista, il rumore delle onde del Mar Cinese Meridionale, che sbattevano addosso a quei muri calcarei. Mi divertivo molto anche ad andare avanti e indietro per vedere i terrazzamenti di aglio. Scoprii che l’isola era famosa per la coltivazione di quest’ultimo; numerose persone lavoravano in quei lotti di terreno che emanavano una fragranza pazzesca. Mentre passeggiavo venivo inebriato da quel profumo, che non era fastidioso, anzi tutt’altro. Inoltre trovavo piacevole salutare uno ad uno gli agricoltori che a loro volta ricambiavano e si divertivano nel vedermi passare e canticchiare. In fondo di stranieri ne vedevano pochi, e per loro era anche un modo di alzare il collo da quel lavoro faticoso; immaginavo la loro vita in questo posto, o sei pescatore oppure farai il coltivatore della pianta più famosa di Ly Son.

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Al rientro in motel scherzavo spesso con le tre proprietarie; mi chiesero un paio di volte se avessi voluto lavorare da loro per via del mio inglese, che nonostante non sia perfetto, era abbastanza per portare avanti la struttura. Mi chiesero addirittura se fossi sposato o fidanzato, avevano messo sul piatto anche una ragazza poco più piccola di me da farmi conoscere e passare bei momenti insieme. Rifiutai l’offerta a mio malgrado; sebbene mi trovassi stupendamente in quell’isola, dovevo continuare il mio viaggio. Tramite internet vidi che la situazione meteo ad Hoi An era migliorata e che la città era stata completamente sistemata grazie ad un accordo e all’aiuto di una compagnia russa. Feci il biglietto il giorno dopo direttamente al porto e salutai quelle donne così simpatiche, in fondo quel piccolo paradiso aveva contribuito ad una mia piccola rinascita interiore.

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Arrivare ad Hoi An non ci volle molto. La città più bella del Vietnam era considerata tale grazie alla sua parte vecchia, alla sue shop-house in legno, i piccoli café e le sue vie illuminate di sera da mille lanterne colorate. Un piacere per gli occhi e non solo, perché scoprii un altro piacere in questa città, quello della gola. Passeggiando all’interno del mercato mi rapii una signora che con il suo banco preparava cibo locale in pochi minuti su di una padella unta. Mi fece accomodare e senza dirgli niente, mi portò alcune specialità tipiche: ne fui sedotto. Tornai anche il giorno dopo mangiando su quel piccolo tavolino sia a pranzo che a cena; la signora mi coccolava e continuava a farmi assaggiare il suo armamentario gastronomico, facendomi pagare come se fossi un residente e non come un turista; avevo ottenuto il suo rispetto e questo mi faceva sentire speciale. Durante quei giorni ad Hoi An conobbi uno strano tipo, un signorotto polacco-australiano che alzava la voce quando l’argomento diventava caldo; aveva girato il mondo e sperperava consigli, molte volte sbagliati, a chiunque. Non capii mai se fosse perennemente ubriaco, oppure se fosse così caratterialmente e probabilmente gli stavo simpatico, tanto che mi offrii una birra durante una partita del Barcelona, la sua squadra preferita e mi diede tante volte la buona fortuna. Mi dispiaceva lasciare quella città, nonostante l’enorme turismo, era comunque piacevole passeggiare senza una meta precisa tra i suoi vicoli, ma il proseguo verso nord era stato avviato ed avevo un programma da rispettare.

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Hué e la sua cittadella erano una piccola meta di passaggio distante un’ora circa. Riuscii a visitare le attrazioni principali in giornata con un’antiquata bicicletta, poi un temporale che durò due giorni rendendo impossibile visitare altro. Condivisi il cattivo tempo con Gianfranco, detto Gian, un assistente di volo mezzo valenciano mezzo veneto che alloggiava nella mia stessa stanza in ostello. Decidemmo insieme di prendere nel tardo pomeriggio lo sleeping bus diretto a Ninh Binh, per immergersi nelle enormi formazioni calcaree; una piccola presentazione di quello che avrei visto ad Halong Bay. Il freddo si faceva sentire e su un motorino abbastanza malconcio, con Gian decisi di esplorare in quei due giorni i dintorni di quella modesta località. Questo tempo volò. Il primo giorno una bella scalinata in pietra ci portò in cima ad un piccolo tempio dominato da una drago, per vedere il fiume dall’alto che passava tra la vegetazione; il secondo giorno con una barchetta passammo nelle caverne lievemente illuminate, mostrandoci dal basso un paesaggio suggestivo e senza tempo.

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Il giorno dopo ancora ci dividemmo, lui verso nord, io ad est, verso la Baia di Ha Long. La maratona che avrei dovuto correre tra una delle sette meraviglie del mondo naturale, era contrastata da un vento freddo e continuo. Per 5 ore e 22 minuti, il mio viso fu completamente pervaso da quell’aria gelida, passando in un percorso noioso, senza nessuno a farci il tifo, dispersi tra porti e palazzi residenziali; la bellezza della baia ci veniva mostrata soltanto nei primi 5 ed ultimi 5 chilometri di gara. Arrivare in fondo, stremato come poche volte, con innumerevoli crampi fin sopra i capelli, sembrava quasi un’allucinazione. Ero riuscito a portare a compimento un’altra battaglia, la mia ottava maratona in una meraviglia mondiale e questo bastava. Fortunatamente mi portai avanti con le visite, ed il giorno prima decisi di fare una piccola crociera di mezza giornata, con pranzo all’interno del battello, all’interno della baia. Sapevo che il giorno dopo sarei stato letteralmente a pezzi e così approfittai di essere arrivato con il bus a Marina Bay, il porto dove partono le escursioni. Fu un altro momento importante, seppure non ne rimasi sbalordito come pensavo inizialmente. La vista di quelle formazioni rocciosi in mezzo al mare, create da un drago secondo la leggenda, erano qualcosa di spaventoso e a tratti surreale. Sicuramente una bella esperienza che aveva arricchito ulteriormente il mio bagaglio visivo.

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Avevo conquistato, podisticamente parlando, anche il Vietnam e le ore di bus che mi separavano da Ha Long a Sa Pa, a nord, erano molte. Partii nel tardo pomeriggio ed arrivai a metà mattinata. Dormii veramente poco e a darmi il benvenuto trovai 6 gradi. Era la prima volta in 5 mesi di viaggio che affrontavo le basse temperature, ed era la prima volta che indossavo un paio di jeans lunghi. Non ne ero pronto, anche perché con me non avevo neppure un giacchetto, quindi andavo in giro con una t-shirt, una maglia tecnica a maniche lunghe, il phile e la felpa. La quadrupla copertura era abbastanza per coprirmi e risparmiare soldi, e spazio nello zaino, per un capo di abbigliamento, che dopo avrei dovuto portare inutilmente con me anche al mare. Riuscivo comunque a riscaldarmi grazie alle strepitose e fumanti grigliate di carne dei piccoli ristorantini di montagna, agli innumerevoli coffee-shop ed altri locali sparsi nel modesto centro cittadino che servivano bevande e pietanze calde.

Il primo giorno, nella piazza principale dominata da una chiesa, conobbi Mama Dzu, almeno così si faceva chiamare. Una donna paffuta di 54 anni, anche se ne dimostrava molti di più, facente parte della minoranza etnica Hmong. Egli si offriva volontaria per accompagnare i turisti nelle risaie terrazzate all’interno delle montagne che circondavano Sa Pa, offrendo un piccolo pasto, spiegazioni sulla vita di questi popoli, in un inglese masticato non proprio bene, fino ad arrivare al suo villaggio, composto da circa 500-600 persone. Insomma una guida senza licenza ma con una buona dose di informazioni locali. In quei 15 km di escursionismo non ci annoiammo, ero solo e di aver pagato una cifra veramente modica per quel tipo di attività. Pensandoci bene chi meglio di lei poteva raccontarmi come si viveva in quel posto, o i particolari che differenziano le varie etnie presenti nel settentrione vietnamita. Fui soddisfatto, facendo anche i complimenti alla signora, che entusiasta mi offrii tre gustosi e dolci mandarini per il viaggio di ritorno in motorino, accompagnato da suo cognato.

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La mia vacanza al nord non si sarebbe fermata a Sa Pa. Sin dall’inizio ero intenzionato a raggiungere parti più estreme, una piccola fissazione che ho sempre avuto, quella di scoprire posti poco turistici situati nelle zone più a sud o più a nord di ogni paese. La provincia di Ha Giang ricadeva in questo tipo di scelta. Arrivato in quella tranquilla cittadina però, rimasi perplesso su cosa si potesse fare o visitare. Avevo prenotato un posto per dormire in una homestay, dove i viaggiatori la maggior parte delle volte si ritrovano a cenare insieme ai proprietari di casa. Mi era già capitato di avere esperienze del genere ed approfittai di questa situazione per avere delucidazioni sul tipo di attività da svolgere in quella località. Il padrone di casa, contento delle mie domande, mi consiglia il giro in motocicletta tra le montagne, mostrandomelo con una cartina.

Rimasi perplesso, ma decisi che affittare il motorino era la scelta giusta, altrimenti sarei dovuto rimanere lì senza far nulla. Avevo continui pensieri se intraprendere il giro di 200 km da percorrere in un solo giorno, ma che solitamente si fa in due, andando su e giù tra i continui e ripidi tornanti, oppure accontentarmi di arrivare al valico posto soltanto a 30 km e tornare indietro. La notte fu determinante e la mattina mi alzai deciso, vinsi la paura, presi il motorino con cambio manuale, piuttosto nuovo, e via. Per me il taboo dello scooter era sempre stato un piccolo disagio da combattere; un piccolo terrore sia portarlo che sedere dietro da passeggero. Durante questo viaggio ho affittato il mezzo motorizzato a due ruote più volte, ma non ho mai fatto quasi mai più 40-45 km; il banco di prova più grande era vincere questa paura, andando oltre il mio limite. Approfittai anche di un tempo soleggiato e abbastanza caldo che mi accompagnò per tutta la giornata, passando dai piccoli villaggi alla cittadina di Yen Minh, dove mi fermai per mangiare un bel piatto di pad thai prima di tornare indietro e percorrere le tre ore che mi avrebbero riportato ad Ha Giang. Più e più volte mi emozionai mentre guidavo, scivolai anche una volta nel fango, senza riportare danni ovviamente sia a me che al mezzo; mi divertivo a zigzagare tra quelle montagne, cambiavo marce nelle salite e nelle curve insidiose e pensavo che un’altra battaglia personale era vinta. Avevo battuto una paura che mi accompagnava sin dall’adolescenza, mi ero rialzato di nuovo, dopo la caduta a Saigon.

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Mentre guidavo quel piccolo mezzo nel nord vietnamita, a pochi chilometri dal confine cinese, ero cosciente che Hanoi, il giorno dopo sarebbe stata la mia ultima tappa in quella splendida nazione. In tutti quei km non ho solo ripercorso il mio cammino in questo paese, ma sono tornato indietro, sino a luglio, sin da quando lasciai casa, portandomi dietro tutte la paure, perché durante questo viaggio, avevo l’arduo compito di sconfiggerle e tramutarle in vittorie, che pian piano, ogni giorno, facevo mie.

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