L’inizio disastroso vietnamita

Ho Chi Minh City, o Saigon come continuano a chiamarla i propri abitanti. Ero atterrato qui con un volo da Bangkok, dormendo una notte in aeroporto, proveniente dal bus giornaliero di Chiang Mai. Salutare la Thailandia ogni volta stava diventando quasi un’abitudine. Sapevo che sarei sempre tornato qui, dove avevo trovato molte persone, che in un modo o nell’altro si erano affezionate a me, e forse anche viceversa. Conobbi un ragazzo vietnamita gay, con il quale condividevo la nottata al Don Mueang, secondo aeroporto per importanza a Bangkok. Ci tenemmo compagnia in quanto nessuno dei due riusciva a dormire. Approfittando della sua nazionalità vietnamita gli posi molte domande, che mi furono di grande aiuto. In mattinata presi l’aereo per Saigon.

Avevo molte aspettative sul Vietnam; ne avevo sentito sempre parlar bene. I racconti sulla bellezza e forza delle sue donne, il suo cibo variegato e i suoi paesaggi, erano entrati nel mio immaginario, come un paese molto somigliante all’Italia su alcuni punti di vista. Riuscivo a sognarlo, solo nelle descrizioni degli altri, e di conseguenza cominciavo a desiderarlo con il passare dei giorni. L’entrata a Saigon mi stupii di me stesso. Solitamente quando arrivo in una grande città mi trovo spaesato, impacciato sui trasporti per poter raggiungere la struttura che avevo prenotato. Appena uscito dall’aeroporto scoprii un bus che portava nel centro città ad una cifra molto bassa, facendomi risparmiare così i soldi di un taxi o moto-taxi. La quantità industriale di motorini era qualcosa di inimmaginabile; scoprii successivamente che in Vietnam, causa i prezzi alti, sia delle automobili, che della benzina, erano registrati circa 31 milioni di motorini, di cui circa 6 milioni soltanto ad Ho Chi Minh, che conta più o meno 10 milioni di abitanti; conti alla mano, più del 50% camminava su due ruote. Notai subito che il rispetto per i pedoni era pressoché nullo; lo notai dal bus, ne ebbi la prova quando scesi. Il marciapiede era territorio di guerra, il semaforo rosso era reso vano dall’ineducazione stradale dei ciclomotori, mentre le strisce pedonali erano inutili. Questo mi infastidiva (in Italia comunque c’é un Codice della Strada abbastanza rispettato, certamente non come nel nord Europa) e mi ritrovavo a zigzagare tra un motorino e l’altro sul marciapiede.

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Nonostante tutto, ero cosciente della particolarità, e la normalità, di questo posto. Riuscii a non farmi sangue amaro e raggiunsi l’ostello sito in una stradina abbastanza angusta, dentro un palazzo fatiscente ed una piccola stanza con 6 letti scricchiolanti. Il proprietario, un ragazzotto con capelli a caschetto, non volle neppure il mio passaporto per controllare chi fossi, i soldi andavano più che bene; li prese e se ne andò visto che aveva da fare nel gestire il negozio di parrucchiere all’ingresso dell’androne del palazzo. Cominciai a passeggiare per Ho Chi Minh, percorrendo stradine non proprio sicure, fino a viali moderni ed alberati. Capii che il nuovo si stava facendo largo tra il vecchio: la costruzione di una metropolitana in una via principale ne era la prova. Camminando, arrivai nelle sponde del fiume Dong Nai; da lì, in lontananza si potevano vedere i grandi palazzi bianchi e qualche grattacielo che svettava sullo skyline cittadino. Decisi di oltrepassare la piccola ringhiera per fare una foto meno decentrata, non mi esposi tanto sulla riva del fiume, ma questo bastò per farmi scivolare, e nel rialzarmi, caddi una seconda volta finendo letteralmente nell’acqua. Dietro con me portai fotocamera, cellulare, guida, portafoglio. Mancava soltanto il passaporto e il laptop, e tutto quello che avevo di importante era fottuto. Un paio di persone che assistettero alla scena mi diedero una mano a rialzarmi. Ero per metà bagnato e sporco di fango. La fotocamera non funzionava, ma il cellulare sì e il portafoglio sia era parzialmente salvato.

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Diedi una piccola mancia al signore che mi aiutò e con ritmo abbastanza spedito andai verso l’ostello per cambiarmi. La fotocamera era rotta, almeno lo schermo. Provai ad aggiustarla, portandola in qualche negozio ma non c’è stato nulla da fare. Sebbene faccia sempre belle foto, alcuni piccoli vizi, con i quali mi aveva abituato la mia Olympus, non c’erano più. Se c’è una cosa che ho imparato, e sto ancora imparando da questo viaggio, è il non attaccarmi alle “cose”. Ho visto persone con il sorriso stampato in viso avendo molto ma molto meno. Sicuramente ero dispiaciuto, adirato con me stesso per la sciocchezza, ma non arrabbiato per aver distrutto metà dell’apparecchio.

Qualche giorno dopo andai a fare un paio di visite fuori dalla città. I tunnel di Cu Chi prima e al delta del Mekong poi. I primi erano affascinanti e capii perché gli americani non ebbero la meglio sui vietcong nella famosa Guerra del Vietnam. Quei tunnel così stretti e così interrati erano una diabolica strategia, un’affascinante città sotterranea, nella quale i piccoli vietnamiti si difendevano e tendevano imboscate. Era curioso entrarci dentro e scoprire una delle principali cause di una non vittoria di una guerra da parte degli USA. Il delta del Mekong, con le piccole città intorno e il suo mercato galleggiante, erano un parte autentica di questo paese. Mi era già capitato di vedere come le persone sono un tutt’uno con questo imponente ed inquinato fiume; lo vidi in Thailandia del nord, in Laos, in Cambogia e ora qui. In un’escursione di due giorni, molto economica, conobbi Matìas e Marìa, una coppia che viveva Londra già da un bel po’ di anni. Lui argentino di Cordoba e lei delle Isole Canarie. Con loro scherzavo e mi trovavo bene, erano delle persone solari e simpatiche ed ebbi quasi un déjà-vu, quando con Yara ed Ivo, i due ragazzi olandesi, condividevo la mia ultima parte di avventura cambogiana.

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Durante queste due escursioni, pensavo continuamente alla mia caduta. Non ruppi solamente la mia macchina fotografica, o bagnai soltanto il mio libro guida. Quello che non andava più bene era la fiducia in me stesso, che avevo accumulato in questi mesi. Non mi sentivo più sicuro, e tutto ad un tratto la paura di sbagliare, di dimenticare qualcosa di importante, di cadere nuovamente, avevano preso il sopravvento su di me. Cosa mi accadeva? Il Simone temerario che andava su e giù per sentieri thailandesi, che non aveva paura di stare vicino ad un elefante o che mangiava qualsiasi cosa, stava svanendo. Con lui se ne stava anche andando la voglia di condividere il viaggio sui social; tutto stava diventando pesante e quando mi trovavo di fronte a qualcosa che non andava, invece di prenderla con filosofia, come stavo imparando, annuivo e mi innervosivo.

Ne ebbi la prova a Da Lat. Arrivai qui alle 2 di notte, ma almeno trovai il proprietario dell’ostello che mi fece dormire su un divano dove entravano a malapena le gambe. Questa città era famosa per il loop in motocicletta da fare tutto intorno: ammirare paesaggi, cascate, piantagioni di caffè. Non c’era cosa migliore che affittare un motorino e cominciare ad esplorarla tutta. Il pensiero di fare tutto questo c’era, ma la paura, proprio così, prevalse, e decisi di incamminarmi nel cercare un famoso Easy Rider, che con una motocicletta mi portò in giro. Pagai a caro prezzo questa mia angoscia momentanea, circa il triplo di quando mi potesse costare un semplice affitto di uno scooter, ma in quel momento non volevo rischiare.

Fortunatamente ne uscì fuori una bella gita giornaliera e anche qualche consiglio di Dang su dei locali nella città di Da Lat, dove mangiar bene e poter passare qualche ora. In questa città cominciai a svincolare i miei pensieri negativi sul cibo, assaggiando lo street-food locale. Fu una manna dal cielo. Adoro mangiare, e riscoprii una cosa che mi faceva star bene nuovamente: assaggiare cibo locale.

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Passai a Da Lat soltanto una notte, prima di trasferirmi a Nah Trang, sulla costa. Città famosa per essere meta turistica per i russi e cinesi. Le insegne al neon con scritte in cirillico dominavano su quelle con scrittura latina, una parte di Vietnam che sicuramente non faceva al caso mio. Qui rincontrai Matìas e Marìa con i quali condividevo una buona cena a base di pesce nel porto poco distante il centro della città. Scherzammo ancora e promettemmo di rivederci prima o poi.

Se c’era una cosa che potesse farmi star meglio in quella città e dopo tutto quello che mi era accaduto, era sicuramente una corsa. Approfittai dell’ampio lungomare e del mare mosso e sporco per correre circa 8 km. Il caldo era nascosto da una piacevole brezza marina che rendeva l’allenamento molto piacevole e per nulla pesante. Era da molto che non correvo con la vista del mare. Abituato ad allenarmi nel lungomare di Ostia, sia in estate che in inverno, il profumo di iodio mi aiutò a scacciare qualche pensiero negativo; un po’ di stretching, qualche selfie per immortalare il momento ed una doccia. Poi pioggia!

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Mi fu sconsigliato di andare ad Hoi An. Quel temporale, che giunse a Nah Trang, non era altro che il proseguo di un rovescio caduto poco più al nord e che aveva praticamente alluvionato la parte centrale del Vietnam. Oltre a non esserci mezzi di trasporto, che in quel momento potessero portarmi ad Hoi An, causa esondazione del fiume con acqua alta fino a due metri, decisi di andare all’isola di Ly Sòn, consigliatami da una piccola agenzia turistica di Saigon.

Fui l’unico di tutto lo sleeping bus a fermarmi a Quang Ngai, da lì un taxi mi avrebbe portato, nella notte, al porto di Sa Ky, dove una speedyboat in mattinata sarebbe arrivata sull’isola. Arrivai durante il temporale, ma con la speranza che il meteo si rimettesse al più presto, e così fu. Quell’isola, senza un turista, fu una piccola rinascita, anche grazie alla simpatia delle tre proprietarie del motel.

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