Arrivederci Laos, la Thailandia mi richiama

All’arrivo a Luang Namtha ero letteralmente devastato. Non avevo la forza neppure di mettermi a cercare un ostello dove poter dormire e non avevo voglia di organizzarmi; in quel momento volevo soltanto qualcosa di morbido per la mia schiena. Faccio cercare al tizio del tuk-tuk un posto economico; il ragazzotto mi porta in una guesthouse avente un piccolo bar all’interno che preparava un discreto caffè ed inutile dire quanto ne avessi voglia.

Dopo essermi riposato per circa un’ora, vado alla ricerca di agenzie che organizzano escursioni. La mia idea era già quella di fare il trekking ancora più a nord; avevo letto che nella zona intorno a Luang Namtha venivano organizzate delle escursioni in mountain bike. Di certo non immaginavo che i prezzi fossero così alti. Seppur a malincuore decido di farlo fai da te: in fondo mi dispiaceva non far lavorare queste agenzie, in quanto le escursioni di questo genere sono una fonte di sostentamento per la gente del posto e per l’economia della città, ma il risparmio era molto. Preso quindi dalla mia decisione, il giorno dopo affitto una mountain bike professionale ad un costo relativamente basso. Il percorso da fare attorno alla città contava circa 40 km ed era contornato da fattorie, villaggi, stupa religiosi e campi di riso infiniti. Mi sono fermato a lungo nel primo villaggio, il quale non ricordo il nome; i tanti bambini presenti mi hanno mostrato la loro piccola scuola composta da quattro classi divise da una parete in legno, mi hanno fatto vedere dove prendere l’acqua e alcuni artigiani che impagliavano piccoli sgabelli. Io, in cambio, ho mostrato loro le foto del posto in cui vivo sul mio smartphone. Sentivo i loro commenti nella lingua locale, pieni di stupore. Potevano vedere per la prima volta il Colosseo, San Pietro, un buon piatto di pasta, un concerto, i miei amici. Si formò un bel gruppetto di bambini dietro di me, uno arrampicato all’altro, poiché nessuno voleva perdersi lo spettacolo sul cellulare dello straniero. A qualcuno di loro ho fatto provare quella mountain bike ultramoderna, ho comprato qualche piccolo braccialetto fatto a mano e con qualcuno di loro ho fatto dei selfie. Fu un bel momento: vederli sorridere per così poco mi stringeva il cuore. Non volevo più andarmene, ma avevo appena iniziato il mio percorso e tanti altri villaggi e bellissimi scenari mi attendevano.

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Mi fermavo di nuovo, passato un grande villaggio ed una verde risaia, su un un piccolo ponte. Alcuni bambini dai 6 agli 11 anni si tuffavano nel fiume marrone. I più intrepidi direttamente dal ponte, le femminucce dal bordo. Non contava cosa indossassero per buttarsi in acqua, ciabatte o jeans, magliette o gonne, l’importante era divertirsi, soprattutto se in mezzo a loro ci fosse qualcuno, come me, che li riprendesse. Ho mostrato loro tutti i video: le loro risate e l’euforia e la curiosità nel rivedersi mi bagnarono il cellulare, ma non importava.

Salutati anch’essi, mi dirigevo verso altre risaie; in alcune arrancavo con la bicicletta per la strada dissestata, ma in compenso venivo ripagato dall’infinità di quei campi. Non riuscivo neppure a pedalare per un chilometro consecutivo a causa delle innumerevoli foto scattate: volevo perdermi in quei posti colorati, in mezzo alla natura e in quelle case di legno scuro e paglia. Riuscivo a finire il mio lungo giro intorno a Luang Namtha poco prima che facesse buio e mi rifocillavo con un riso fritto, verdure saltate e pollo al mercato notturno di fronte alla guesthouse.

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Il giorno successivo avrei affrontato un altro lungo viaggio verso Phongsali, piccola cittadina sita a 1400 metri d’altitudine, poco distante dal confine cinese, che per l’appunto, almeno per me che ero straniero, risultava un problema. Da Luang Namtha la strada più corta passa attraverso la Cina: purtroppo soltanto i locali possono prendere l’autobus per Phongsali; gli stranieri avevano bisogno del visto. L’unica soluzione era tornare indietro ad Udomxay e prendere la coincidenza per la città successiva. Non andò molto bene. L’autista e gli altri passeggeri persero tempo come al solito, e arrivai a destinazione in ritardo per prendere il bus e dovetti restare una notte in quella città, in un sudicio motel. Il giorno dopo, nel bus per Phongsali, durante le 12 ore di viaggio, conobbi Barry, londinese e con un grande senso dell’umorismo.

A Phongsali, nel freddo, mi seguiva ovunque andassi: si sentiva giovane come se avesse la sindrome di Peter Pan. Decidemmo insieme di farci un bel po’ di chilometri camminando alla ricerca di villaggi Akha sperduti tra le montagne settentrionali del Laos. Durante il percorso mi confessò di vivere nelle Filippine da 7 anni. Accompagnato con una donna del posto, si trasferì per amore dopo il divorzio. Un po’ contrariato dalla scelta dei suoi famigliari di trasferirsi in Portogallo, mi disse che a Londra, amici a parte, non aveva nessuno. Nelle Filippine si trovava bene, aveva ritrovato la sua dimensione dopo il pensionamento e aveva deciso di girare il restante sud-est asiatico. Mentre mi parlava, a volte alzava la voce; io lo ascoltavo e assecondavo ogni cosa, probabilmente aveva bisogno di compagnia, tanto che il giorno dopo venne ancora con me nel trekking nella giungla. In realtà, sebbene fossimo soltanto lui e le due guide ed io, era un po’ lento. Doveva fare i conti con quello che c’era scritto sulla carta d’identità e non sull’età che si dava lui. Ci fermammo più e più volte tra le piantagioni di thè, e molte volte cadeva quando ci si presentava davanti qualcosa da scalare; avevo perso i conti dei FUCK che esclamava. Tra ragnatele e sanguisughe, invece, io andavo per la mia strada e mi fermavo il minimo indispensabile per bere. In fondo non gli avevo chiesto io di venire con me; non potevo rovinarmi l’escursione e, appena potevo, mi infilavo dentro qualche villaggio sotto gli sguardi incuriositi dei locali. In ogni famiglia che incontravo mi veniva offerto del thè caldo appena fatto: hanno questo da offrirti, tanto che lo coltivano da 500 anni e ne vanno orgogliosi. Alla fine della giornata, Barry, senza che mi aspettassi nulla, mi abbracciò. Pensai che fu strano per un inglese quel gesto così affettuoso, ma sicuramente con me si era trovato bene; quel piccolo trekking lo aveva fatto sentire vivo e avvertì un bel po’ di dolori durante la notte. Passai con lui anche la mattinata seguente in attesa del mio bus per Luang Prabang.

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La piccola stazione dei bus di Phongsali contava veramente pochi posti per il parcheggio dei bus, poche panchine e poche direzioni. Il letto del mio sleeping bus era lercio e scomodo; non so se ci fossero state anche le pulci, ma durante il tragitto mi grattavo in continuazione. Perdemmo molto tempo anche qui, tra una richiesta di una coperta in più, di un cuscino in più, di una bustina per vomitare in più: tutti chiedevano qualcosa ed ogni richiesta veniva assecondata, dal fermarsi per una sigaretta a quella di voler comprare del cibo. Ormai ero abituato a tutto questo. Quello sarebbe stato il mio penultimo lungo viaggio nel Laos e sicuramente non era neppure il caso di protestare o prendersela con qualcuno. Arrivammo a Luang Prabang alle tre di notte. Stazione dei bus deserta, guidatori di tuk-tuk dormienti sui loro mezzi coperti con un telo.  Con altre due persone, me compreso, ci mettemmo sulle panchine all’interno della sala d’attesa. Un paio d’ore di sonno mi fecero bene: dormii meglio su quelle panche di ferro che sul letto del pullman. All’arrivo di un altro bus molto grande proveniente dalla Thailandia, la stazione si svegliò ed i tuk-tuk cominciarono il loro lavoro. Mi aggregai ad altri viaggiatori condividendo lo stesso mezzo in modo da risparmiare qualche kip, visto che il centro città era ben lontano e giungemmo giusto in tempo per vedere il Tak Bat.

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Quest’ultimo non è altro che l’elemosina chiesta dai monaci ai cittadini, i quali donano ai religiosi, ogni mattina all’alba, riso, carne o altre cose da mangiare. Questo solenne avvenimento giornaliero molte volte viene rovinato dai classici turisti invadenti, che con foto e curiosità, intralciano la strada dei monaci, rendendo il tutto meno sacro. Questi ragazzi vestiti di arancio, ormai, hanno fatto l’abitudine a tutto ciò e non sembrano farci caso, ma la gente del posto ci tiene a far rispettare la religiosità di questo evento, e se qualcuno esagera, viene ripreso.

A Luang Prabang avrei dovuto correre la mezza maratona, organizzata da un’associazione che gestisce molti orfanotrofi in tutto il Laos. Questa fu una delle prime gare podistiche a cui mi iscrissi e ci tenevo a far bene. Ricordo che pagai molto per correre e, all’arrivo, mi viene fatto presente come il 90% del costo dell’iscrizione fosse servito per la costruzione di strutture adatte ad ospitare bambini meno fortunati. La gara, questa volta, era presenziata da molti stranieri, che erano molto più dei locali. La mezza maratona era corsa all’interno della città e in alcuni tratti presentava un doppio giro. Riuscii a far bene, ma non benissimo: poco sopra le due ore. Provai a fare qualcosa in più, ma le gambe me lo impedivano, non riuscendo a finire con un tempo più basso. Al mio arrivo fui contento, non tanto per la gara finita in sé per sé, ma perché il giorno prima ero stato preda di un piccolo attacco di nostalgia.

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Non so quale fu il motivo scatenante di tale situazione, probabilmente il caldo o la stanchezza, in fondo il Laos con i suoi trasporti mi stava devastando sia fisicamente che mentalmente. Ne parlai con mio fratello scambiando qualche messaggio: in quel momento, probabilmente, mi mancava una cena insieme alla famiglia, una partita allo stadio, o una birra in compagnia con qualcuno che mi conoscesse bene. Avevo preventivato che prima o poi sarebbe capitato che la nostalgia mi invadesse: ero in viaggio da 3 mesi, da solo, e la mancanza delle piccole cose si era fatta sentire. Quando conclusi la gara mi nascosi da una parte e piansi leggermente, da una parte vergognandomi un pochino, dall’altra, invece, ero abituato a versare qualche lacrime al termine delle gare e forse non volevo che quella gente vedesse quel debole ragazzone europeo. Quel piccolo sfogo mi fece bene, mi fecero bene le fresche piscine naturali delle cascate di Kuang Si e mi fece sicuramente bene riempirmi il piatto pieno di cibo in una cena a buffet in una minuscola via del centro.

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Me ne andai da questa graziosa città molto presto: dovevo lasciare il Laos. Seppur stupendo come paese, mi stava lacerando: ero stanco e dovevo rilassarmi. Presi il mio ultimo sleeping bus all’interno di questa nazione: l’ultimo lungo viaggio pieno di curve e di buche. Mi aspettava il terzo rientro in Thailandia, e a Chiang Mai avrei ritrovato il MojoHouse, l’ostello dove mi sentivo a casa.

In quei giorni, in cui avrei dovuto assistere al Loy Krathong, conosciuta all’estero come la feste delle lanterne, mi ritrovai con una sorpresa inaspettata. Yui, la famosa ragazza thailandese conosciuta ad Udon Thani e incontrata di nuovo a Bueng Khan, si fece 12 ore di viaggio per venire a Chiang Mai, per rivedermi, per stare con me, e per passare insieme alcuni giorni in assoluta rilassatezza. Fu così, fu spensieratezza e sentimento. Eravamo io, lei e il letto singolo. I coffee shop della città ci ospitavano: per tutti e due Chiang Mai era la città passionale che ci avrebbe fatto vivere delle ore di quell’interminabile follia ardente. I miei ed i suoi occhi s’incrociavano spesso; non parlammo molto, eravamo per lo più due ragazzi desiderosi l’uno dell’altro e quello che volevamo era stare bene insieme. Tutto passò veloce: il tempo in questo momenti è sempre un guastafeste e vederla salire sul bus mi lasciò un velo di malinconia. I messaggi, il giorno dopo furono quasi struggenti, che quasi avevo voglia di fermarmi, ma dovevo farmi forza, dovevo continuare il mio viaggio, dovevo portare a termine quello per cui avevo mollato tutto in Italia.

Decisi di distrarmi qualche giorno dopo andando a Pai. Conosco Marie-Lyne, ragazza canadese molto simpatica con la quale affitto un motorino, girando intorno quella piccola città di collina, su e giù tra templi e bellezza naturali. Fu un bel modo di non pensare a Yui e al suo sorriso, e fu un bel modo per affrontare i tre giorni del Loy Krathong, quella magica festa che mi cambiò.

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