Nel cuore del Laos

Ero diretto a sud. Alcune tappe del mio viaggio in Laos prevedevano delle soste nella parte centrale, dove avevo previsto un trekking all’interno di un parco nazionale. Arrivo a Thakhek, città coloniale senza particolari attrattive, se non un loop in motocicletta intorno alla provincia. Non essendo un amante delle due ruote motorizzate, e arrivando di sera, giro tranquillamente sulle rive del Mekong con la presenza di un buon numero di bancarelle con del gustoso street-food. Sapevo che non sarei restato a lungo in quella località ed il giorno dopo, infatti, vado spedito a Savannakhet.

L’arrivo in questa città mi lasciò perplesso. Da qui avrei dovuto organizzare il famoso trekking di più giorni, ma la città sembrava essere abbandonata a se stessa. Nessuna macchina in strada, negozi chiusi, una città fantasma con palazzi leggermente fatiscenti. I pochi laotiani se ne stavano seduti a vedere questo povero ragazzo italiano alla ricerca di informazioni. Ufficio turistico chiuso, agenzie varie alle quali fare qualche domanda sulle attività chiuse. Chiuso per sempre? Per un giorno? Nessun cartello ove ci fosse scritto il motivo. Perché, poi, quella città così calda era così spoglia? La sera riesco a sapere grazie a Gus, un architetto francese in attesa del visto per il ritorno in Thailandia con il quale condivido delle patatine fritte ed un’ottima birra, che nel fine settimana ci sarebbe stato il Festival delle Longboat, di conseguenza tutti erano in festa.

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Senza indugiare e senza voler perdere troppo tempo, prendo il primo bus locale disponibile direzione Pakse. Sicuramente qui avrei trovato numerosi interessi al di fuori dalla città, in quanto al proprio interno sapevo non ci fossero grandi attività da svolgere. Con netta decisione, spendendo una fortuna, pago i due giorni di trekking all’interno dell’area protetta di Xe Pian, dove avrei dormito all’interno del villaggio Kiet Ngong. Il giorno dopo, di buon mattino, assieme a Lo, la guida parlante in inglese, mi faccio in macchina i 50 km che ci distanziavano dal parco nazionale.

Durante il trekking, tra verdi ed altissimi alberi, felci, piccoli ruscelli e stradine fangose e scivolose, conosco l’altra guida, un abitante del villaggio, che ci porterà nel mezzo della foresta. In realtà quest’ultima non mi aveva particolarmente attratto; probabilmente, la mia vera curiosità era quella che sarebbe arrivata nel pomeriggio, quando, finito il trekking, saremmo dovuti stare nel villaggio. Durante l’escursione, faccio una piccola ironica confessione a Lo, dicendogli che mi sarebbe piaciuto stare all’interno di quel mucchio di caseggiati in legno, trovare una bella ragazza, vivere senza stress, senza problemi, con una piccola parte di soldi. Probabilmente il mio inglese non era perfetto, dato che, in fondo, ancora non so essere scherzoso parlando questa lingua; la guida si mette all’opera e mi trova una ragazza: Noiy, 26 anni, lavorava nell’ufficio turistico di una città leggermente distante dal villaggio, non parlava molto l’inglese, ma riusciva a comprenderlo.

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Lì per lì pensavo fosse una conoscenza amichevole. Tra una birra e qualche scambio interculturale, mi viene fatto presente che quella situazione, invece, era una presentazione ufficiale. In pochi minuti si era passati da una scherzosa bevuta ad un serio momento, dove mi ritrovavo a parlare cosa mi piacesse di lei, di fronte alla zia, la sorella e la madre. Fatto qualche complimento alla ragazza (non potevo fare altrimenti), ero diventato l’ospite d’onore. Con la coda dell’occhio vedevo il suo sguardo rivolto sempre verso di me, un sorriso continuo ogni volta che i nostri occhi s’incrociavano e la fatidica domanda finale tradottami da Lo in lingua locale: “cosa decidi?”

Non potevo credere alle mie orecchie: il mio pensiero sarcastico sul trovare una ragazza si stava trasformando in un piccolo incubo, dal quale, in qualche modo, avrei dovuto trovare il modo di uscirne. La domanda era specifica, e ad essa doveva avvenire una specifica risposta. Con un no, avrei dovuto salutare tutti; con un sì, sarei dovuto tornare a Pakse, prendere il mio grande zaino e cominciare una nuova vita a Kiet Ngong, in modo da passare del tempo con Noiy, in quanto, per ottenere qualcosa da lei, il passo da fare doveva essere grande: il fidanzamento.

Chiedo a Lo di riferirle che prenderò del tempo, in quanto anche lui aveva capito l’impossibilità di quel presunto amore, sapendo che tutto ciò doveva essere soltanto un’esperienza nel conoscere culture diverse da quelle occidentali. A cena, discuto con lui e la coppia anziana che ci ospitava, di fronte ad un pesce gatto cotto alla griglia, il solito riso glutinoso ed una salsa chili. Si ride sull’incredulità dell’accaduto da parte mia, ma sulla normalità da parte loro. Vista la stanchezza, non ebbi gran modo di pensare a quel fatto. Il mattino seguente, dopo una colazione di frittata di cipolle, segue la seconda parte di trekking, questa volta più interessante, all’interno di una giungla monsonica. Ovviamente durante il tragitto, tra un salto di una pozza fangosa e qualche graffio con delle piante, la guida locale continua a prendermi in giro; in realtà non comprendo minimamente la sua lingua, ma riuscivo a capire, dal modo in cui parlava, che il discorso principale era quanto accaduto il giorno precedente. Nel pomeriggio, al ritorno al villaggio, Noiy chiede di me, e vuole salutarmi prima che me ne vada. Insieme a Lo, mi dirigo verso la sua abitazione, e qui, tra galline e numerosi suoi parenti che guardavano incuriositi quella mezza conversazione anglo-lao, davo il mio saluto alla ragazza, senza particolari gesti, ma con un invito a venire in Italia qualora volesse.

Quasi felice di lasciare quel posto, solo per la situazione imbarazzante che si stava creando, vado via da Pakse, direzione le rovine di Champasak, non poco distanti. In realtà, seppur fossi rimasto in questo paese veramente poco, per dovere di cronaca, devo dire che il figlio grassoccio del proprietario, un ladyboy di rara bruttezza, veniva continuamente ovunque mi trovassi all’interno della guesthouse. Cercando un contatto sia vocale che fisico, non nascondevo un certo disgusto.

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Archiviata in pochi giorni la doppia cotta sentimentale ricevuta, sia femminile che maschile, avevo certamente bisogno di relax: Don Det, un’isola tropicale nel centro del Mekong, era sicuramente il posto migliore che il Laos potesse offrirmi in quel momento. Il sole e la tranquillità regna sovrana sia nell’isola principale che a Don Khon, l’altro lembo di terra adiacente collegato da un ponte a pagamento; l’unico stress che si possa trovare è la tortuosa e dissestata stradina che si affaccia sul fiume e sulle guesthouse in legno, dove sulle proprie piccole terrazze è presente un’amaca per poter trascorrere la maggior parte del tempo. La vita scorre come il fiume, la comunità isolana ed il Mekong fusi in un’unica immagine. In quei tre giorni di pura rilassatezza, il figlio del signor Tho, abbreviativo del suo nome impronunciabile, il proprietario della struttura ricettiva, viene fino in camera mia; con tre semplici parole mi fa sobbalzare dall’amaca: “YOU PLAY FOOTBALL”. Le scarpe si erano infilate da sole, un pantaloncino, una maglietta già sporca e via al Don Det Stadium. Il campetto si trovava in mezzo ai campi di riso, due porte fatte con una grande canna di bambù e reti da pesca. Pozzanghere al centro del campo ed un po’ d’erba a delimitazione dello stesso. Un sette contro sette epico; magliette delle maggiori squadre europee: mi ritrovavo a giocare con Neymar, Aguero, Salah e Torres, più altri due con magliette indefinite di squadre asiatiche. Gli avversari giocavano senza maglietta, qualcuno addirittura senza scarpe o con scarpini diversi; il loro portiere era in ciabatte e aveva la maglietta della Fiorentina. Il trucco per divertirsi con questi ragazzi è quello di non pensare al tatticismo: non esistono falli o punizioni; si può contrattare un calcio d’angolo al posto di un rigore clamoroso non concesso. I calci sulle tibie e le spinte da dietro sono normali azioni di gioco e chi si lamenta non merita di farne parte. Stavo vivendo una delle partite più belle della mia vita: lo diventò a pochi minuti dal buio, che rappresentava il fischio finale, con un temporale sceso giù a rendere tutto ancora più divertente. Le scivolate avevano sostituito i calci da dietro, mentre i pochi passaggi si trasformavano in calcioni nella parte opposta del campo. Poi un gol. Tutto finito, tutti a casa. Il figlio del proprietario, appena ritornati alla guesthouse, senza farsi neppure una doccia, si mette un grembiule e comincia a cucinare riso fritto come se non esistesse più nulla nell’isola. Io ero dolorante, ma non lo facevo vedere. Mi avevano riempito di calci; ero il più tecnico in campo e, ogni qualvolta mi arrivava il pallone, non dovevo fare altro che cominciare una nuova azione con minimo tre avversari intorno. Il mattino seguente dovetti lasciare l’isola; padre, figlio ed una terza persona, prima di andarmene, mi propongono un lavoro: quello di insegnare ai ragazzi il gioco del calcio, organizzare eventi con multiattività, in cambio di vitto, alloggio ed una piccola retribuzione. La proposta mi aveva messo in crisi, ma se avevo imparato una cosa viaggiando, era quella di non farmi prendere troppo dalle emozioni e non lasciare andare sempre il cuore.

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Ritorno a Pakse: mi aspettava un lungo viaggio. Dovevo tagliare il Laos da sud a nord, ma mi presi prima un giorno per esplorare le cascate e le piantagioni di caffè sull’altopiano del Bolaven, dove conobbi Arianna e Francesco, gli unici due italiani incontrati in Laos in un mese. Questo mi avrebbe dato più tempo per organizzare il tutto. Mi aspettavano 17 ore di bus per arrivare a Phonsavan, per vedere la misteriosa piana delle Giare, e utilizzare questo posto come pit-stop per riposarmi. In realtà non fu proprio così, dato che arrivai all’una di notte. Nella stazione dei bus non c’era nessuno: un’altra città deserta ed una guesthouse, gestita da cinesi, lontana due chilometri da percorrere a piedi in una strada completamente buia, illuminata solamente dalla torcia del mio cellulare e da quella di un altro signore che mi seguiva alla ricerca del primo letto utile. Lo trovai, pagai a caro prezzo l’orario e me ne andai il giorno seguente. Decisi di prendere il giorno stesso un bus locale notturno; in fondo quella città non aveva poi nulla di veramente interessante, a parte il sito archeologico visitato in meno di due ore, ed era particolarmente noiosa.

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Alle 19.30 partivo in prima fila su di un bus strapieno di gente e di pacchi. Uno sopra l’altro in qualche modo entravamo tutti. In realtà la mia prima fila era solo considerata come sedile, perché davanti a me c’erano altre due persone, posizionate sopra un pacco e sopra un cuscino messo accanto alla guida. Dietro di me un ragazzo tirava su il catarro e lo sputava fuori dal finestrino per quasi tutto il viaggio. La signora vicino a me, con il marito ed un bambino di neppure un anno, che veniva allattato ad ogni piccolo lamento, mangiava e vomitava senza fine. Il povero marito ha subito le sue imperterrite ripercussioni stomachevoli per tutte le 17 ore fino a Luang Namtha, il nostro punto di arrivo. La puzza all’interno del bus era penetrata tra le mie narici, tanto da non farci neppure più caso. Le facce di tutti i passeggeri per la stanchezza si erano trasformate, mentre ormai il bus era diventato una piccola discarica di ossa di pollo, bucce di uova, sacchetti pieni di rifiuti di qualsiasi genere, carte igienica, calzini dimenticati e buste in ogni dove. In tutto questo i due autisti aiutavano a rendere più “confortevole” il viaggio andando ad alta velocità sulle paurose curve a gomito del Laos settentrionale. Cercavo ci affidarmi a qualche santo per capire se fossi riuscito ad arrivare sano e salvo, pulito e senza mai arrabbiarmi, visto che il mezzo si fermò più di 20 volte per i viziati passeggeri laotiani. Ad ogni richiesta, ci si fermava, tra un bisogno fisico, una sigaretta, un acquisto di qualche alimento: tutti venivano accontentati. Io d’altronde mi divertivo, senza mai dormire, assistendo a tutto il viaggio, a tutte le vicissitudini accadute in quel mezzo di trasporto sganghenato, che non so come riuscì a portarci sani a salvi a Luang Namtha, dove il mio approccio con il nord di questo paese era appena cominciato.

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