Tutto scorre veloce dalla Thailandia al Laos

Il minivan per il Laos era già acceso nella stazione degli autobus di Phrae. L’autista del pulmino ci aveva fatto salire in perfetto orario: in un modo o nell’altro riuscivamo ad entrare tutti. Probabilmente c’erano delle persone in più, ed i pacchi, compreso il mio zaino, era stato messo sul tettino. Eppure avevo notato che il mezzo, in fondo, era vuoto, con i sedili tirati giù. Passano 10 minuti, tutto pronto, ma ancora non si parte. L’autista mi guarda e mi sorride, come per dire di non preoccuparmi. In effetti ero tranquillo, abituato ormai ai clamorosi ritardi dei trasporti del sud-est, e sinceramente non c’era nessuno ad aspettarmi in Laos. Arriva un piccolo camion e l’autista si tira su le maniche della maglietta. Insieme ad un altro tizio scaricano dal mezzo in arrivo 6 cartoni rettangolari, tutti uguali e tutti pieni di fori; vengono caricati con cura nel minivan, in posizione perfetta. Tra me e me pensavo fossero a questo punto dei pacchi importanti, tanto che vennero anche coperti con un telo.

Finalmente si parte. Per stemperare gli animi del ritardo, l’autista sintonizza la radio con una musica pop thai. Ma a pochi minuti dalla partenza, i cartoni in fondo prendono vita. La musica non può nascondere il “chicchirichì”: trasportavamo galli da combattimento. Ogni 5 minuti, gli animali si davano il cambio a strillare: qualcuno di loro, ad ogni buca, si agitava nel pacco e con il passare del tempo si faceva sentire la puzza nel pulmino. Nelle tre ore di viaggio per arrivare al confine laotiano, l’autista si ferma sei volte, per sei contrattazioni: un tizio arrivava con un motorino, insieme alzavano il telo, e il compratore spiava dal buco per vedere se il gallo fosse in buone condizioni. Qualche piccola conversazione, una sigaretta accesa ed i soldi che sfilavano tra una mano e l’altra. Sei vendite di galli messe a segno: per sei volte l’autista, sul quale non avrei scommesso neppure un centesimo, intascava e se la fischiettava.

L’arrivo in Laos e la burocrazia per l’entrata nel paese è stata pura formalità. Mi aspettavo qualche mancia extra dopo l’esperienza di confine in Cambogia, invece, una volta posto il visto e il timbro, un piccolo sorng-taa-ou (camion per passeggeri del sud-est), mi portava nella più vicina stazione dei bus, nel piccolo paese di Muang Sing, dove avrei preso un altro mezzo per Hongsa. Arrivo verso le 16.30. La stazione è vuota, e ci sono 5 signori che bevono birra e mangiano noccioline sotto un ombrellone rosso; una donna incinta, vedendomi con lo zaino, mi indica, probabilmente perché non passavano molti stranieri in quel posto. Uno dei signori si alza, viene da me e mi parla in lao. Non capendo, ma intuendo quello che mi stesse dicendo, rispondo: “Hongsa”. Mi guarda, perplesso, e senza dirmi niente si dirige dai suoi amici: dà un altro sorso alla sua birra fresca e torna da me dicendomi: “No bus”.

Per un attimo pensavo mi stesse prendendo in giro. Non sapendo cosa dirgli, rispondo che va tutto bene ed aspetto. Passa un’ora, e nel frattempo, non avendo pranzato, mangio un pacchetto di patatine al gusto calamaro e sorseggio un tè verde freddo; intanto il tizio si avvicina di nuovo a me: “1000 baht”. Avevo capito che i laotiani avevano già smesso di lavorare, ed il tizio mi aveva chiesto dei soldi per portarmi fino ad Hongsa per coprire la distanza di 45 km. Ci penso su, cerco di contrattare, ma il tipo rimane sulla sua decisione: 1000 baht, o avrei dovuto dormire nelle stazione degli autobus più sconosciuta dell’Asia. Accettando e pentendomi nello stesso tempo, all’arrivo, sotto un diluvio, comincio a cercare la guesthouse più economica che ci fosse. Il signore che mi aveva “gentilmente” accompagnato fino a quella modesta cittadina, sentendosi forse in colpa, mi aiuta a contrattare il prezzo per una camera: si bagna sotto la pioggia e discute anche lui con i proprietari delle varie strutture visitate. Alla fine, dopo circa un’ora, riusciamo a trovare una stanza degna di nota, in una strada secondaria allagata ed in mezzo al buio. Il Laos a suo modo mi aveva dato il benvenuto.

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Il giorno dopo, deciso di non ritrovarmi più in condizioni simili, mi alzo presto, vado nella minuscola stazione degli autobus e decido di andare verso Vang Vieng. Farmi capire cominciava ad essere un serio problema, sembrassi più sordomuto che altro: i gesti erano la mia bocca; per fortuna essere italiano aiuta molto in questo. La calcolatrice del cellulare era invece l’unico modo per far capire i prezzi. Le ore di bus che mi aspettavano erano molte e le avrei dovute trascorrere su un bus locale impolverato e pieno di ogni cianfrusaglia. Le ore di viaggio non erano pesanti, e tra una buca ed una curva a gomito, il paesaggio che si prestava davanti ai miei occhi era magnifico. I villaggi che incontravamo lungo la strada erano pieni di bambini, che in preda alla felicità nel sentire il clacson dell’autobus, salutavano a prescindere: non importava chi ci fosse sul mezzo, l’importante era salutare.

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Arrivo a Vang Vieng, almeno credo. Nessuna scritta, solo una moltitudine di persone, tante insegne gialle con la scritta GUESTHOUSE. L’autista si ferma per consegnare un pacco, ma non mi dice nulla. Tra me e me penso che la stazione dei bus sia più avanti, o probabilmente quella era la piccola periferia. Andiamo avanti, per 5-10 km, leggermente titubante accendo il cellulare, spento fino a quel momento, per mettere il gps, e scopro l’amara verità: la città era stata superata. Urlo: “VANG VIENG!”. L’autista frena di colpo, si mette la mano in testa, apre la porta, prende il mio zaino e lo mette sul ciglio della strada. Gesticolando mi dice che per tornare indietro avrei dovuto fare l’autostop; lo guardo impietrito, impassibile, non credevo dicesse sul serio. Buttandosi in mezzo alla strada ferma un autobus di colore rosso, stracolmo di persone e diretto dalla parte opposta. Qualche scambio di battuta in lao ed ecco che mi ritrovo su un altro bus, pieno di gente con una borsa di frigo piena di pesci gatto di fronte a me. All’arrivo, il mio zaino, per la seconda volta in pochi minuti, finisce scaraventato sul ciglio della strada; nel frattempo aveva cominciato a diluviare, le strada era un pantano ed un piccolo tuk-tuk mi accompagna nell’ostello dove avevo deciso di pernottare.

Stravolto dal viaggio, arrivo in ostello in condizioni pietose. La struttura, non in perfette condizioni, sembrava la location del film “The Beach” con Leonardo di Caprio; la pioggia entrava ovunque, le camere erano umide, ma non potevo lamentarmi, dato che il costo era basso e sarebbe andata più che bene per starci due giorni. Adiacente l’ostello si trovava un piacevole locale dove poter mangiare cibo occidentale.

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Qui conosco Carrie e Sera, due ragazze olandesi di 27 anni di Utrecht. Entrambe molto graziose, vedendomi solo, si aggiungono al mio tavolo, dove per tutto il tempo ci scambiamo continue battute; trovandomi simpatico, mi invitano in un pub, frequentato da turisti, ove poter giocare a BEER PONG.

Conoscevo questo gioco avendolo visto nelle commedie americane, dove i liceali dovevano far centro con una pallina da ping-pong all’interno di un bicchiere contenente qualcosa di alcolico. Persi 3 partite su 3, bevetti 12 mezzi-bicchieri di Cuba Libre e Pina Colada, che, aggiunti alle due birre della cena, più altre due nell’attesa di giocare, sarebbero state la bomba ad orologeria della serata. Cambiando locale per andare a ballare, ma soprattutto, a bere, ricordo soltanto di trovarmi attaccato a Carrie: in fondo era simpatica, fisico classico da europea del nord, bionda e leggermente timida. Da ubriachi ci si accontenta, peccato poi non mi ricordassi più nulla, ma gridando al miracolo per aver trovato il mio ostello prima dell’alba.

L’effetto sbornia il mattino seguente è sempre qualcosa di tragico. Se si è felici quando ci si prende una sbronza, lo si è di meno quando ci si sveglia. Non ricordando quasi niente, faccio una ricca colazione con funghi, fagioli, salsiccia, due uova, pane e burro, accompagnati da un doppio caffè dal gusto orribile. Tornando nell’ostello, mi faccio consigliare da un ragazzo svedese, o tedesco, che lavorava presso la struttura, qualcosa da fare durante il giorno. Ovviamente il TUBING è l’attività principale di Vang Vieng: questo consiste nel farsi coccolare dalla corrente del fiume su di una camera d’aria di un trattore, fermandosi più volte in alcuni riverbar per sorseggiare dell’alcool e ripartire. Rifiutandomi di bere ancora, affitto una mountain bike. La scelta presa fu esatta e mi ritrovavo a pedalare su un strada passante in mezzo a campi di riso verdi contornati da montagne, tra cartelli di svolte per visitare grotte ed uno di questi  aveva destato la mia attenzione. Quel giorno, seppure in tenuta non proprio appropriata, avevo deciso di fare trekking.

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Il Pha Poak non era un piccolo massiccio di quelli che mettono paura, alla fine era un dislivello di circa 600 metri. Andando con estrema calma, causa la scivolosità e alcuni tratti impervi, arrivo in cima. Rimango lì circa mezz’ora: non è alto, si gode un bello spettacolo e nell’aria c’era una vibrante atmosfera di vittoria personale. Queste piccole vette in fondo le avevo viste sempre da lontano: non sapevo cosa si provasse, e avendo preferito sempre il mare alla montagna, non conoscevo lo sforzo fisico per arrivare alla sommità. Quando capito in queste situazioni personali, mi piace sempre buttare giù qualche riga, dato che la felicità mi rende filosofico; seppure questo ultimo termine non mi si addica, ogni volta che riesca a portare a termine qualche piccola impresa personale, il mio cervello diventa un frullatore di pensieri e parole. Scendendo, con maggiore difficoltà rispetto alla salita, continuo a pedalare per un villaggio sito nel bel mezzo di risaia. Andando verso la laguna blu, non riuscivo a guardare avanti. I miei occhi erano tutti per quello spettacolo naturale. La laguna stessa aveva perso di interesse, ci rimasi giusto il tempo di un bagno e qualche foto e mi rituffai nel verde dei campi di riso. L’umore che riusciva a metterti quel verde quasi fluorescente era indescrivibile, gli occhi riescono a respirare.

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Due giorni a Vang Vieng sarebbero bastati ed il programma recitava che la prossima tappa fosse Vientiane. La Capital City, come affettuosamente chiamata, sembra un enorme villaggio più che la capitale di una nazione. L’atmosfera è cauta, non caotica, e le persone non sembrano essere stressate. I guidatori di tuk-tuk non ti ammorbano cercando di farti salire e portarti chissà dove, anche perché la città è piccola e può essere girata in circa 4-5 ore. Il mercato notturno è grazioso, tanto che ci passerò due serate consecutive, divertendomi a guardare i giochi e le giostre antiquate dei laotiani e degustando un ottimo street-food. Qui conosco Sonia, ragazza franco-tunisina di Nizza; anche lei viaggia da sola e siamo nella medesima stanza. Facciamo amicizia durante la colazione e ci troviamo in comune su alcuni metodi di viaggio. Con lei mi trovo bene, parla un ottimo inglese ed è molto simpatica; mi racconta di un suo progetto, del quale un giorno anche io potrò farne parte, ma promettendole di non spifferare a nessuno di cosa si tratti. La sua partenza un po’ mi intristisce: purtroppo il mio viaggio è fatto spesso di amicizie e addii che si verificano tutti nell’arco di 2-3 giorni. Con molti riesco a raccontare la mia piccola storia e a me, essi raccontano la loro; con altri invece parlo soltanto del più del meno, facendo il simpaticone la maggior parte delle volte e a parte una bevuta insieme non c’è altro.

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Il giorno dopo il saluto a Sonia, tocca a me salutare la capitale: ero diretto prima al centro del paese, e poi ancora a più sud, dove il Laos si preparava ad entrare nel mio cuore.

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