Quella voglia di non mollare mai

Bueng Khan era sicuramente quel punto in cui si è veramente fuori dal mondo, ma ciò nonostante furono due giorni pieni. Riuscii a stringere amicizia con il merlo della proprietaria della guesthouse, un qualche pezzo di pane e comprai il suo cinguettio, tanto che sembrava preferire me al gallo, con cui inizialmente mi prendeva continuamente in giro, secondo il mio punto di vista.

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Decisi la sera stessa in cui arrivai di tentare la sorte ed incontrarmi con Yui, non si può dimenticare la ragazza thailandese conosciuta ad Udon Thani, che fu per me una conoscenza fondamentale. Lavora a circa 15 km da quella modesta cittadina, e per lei arrivare a Bueng Khan, per stare insieme poche ore non era assolutamente un problema. Nonostante ci fossimo trovati bene quella volta, nei messaggi mi accorgevo di alcune sue risposte non molto serene, un continuo cambiamento di decisioni, quel posso e non posso che mi destabilizzava, come se avesse paura nel rivedermi ancora. Probabilmente la piccola festa all’interno del paese mi aiutava in questo e riuscii ad ottenere una chance per cercare di conquistarla.

Dopo avermi presentato le sue amiche, e ritirato presso uno sportello bancomat, l’equivalente di quanto guadagnasse lei in un mese, ci avviammo verso il punto della città ove ci fosse gran movimento. Prendendo qualche spuntino, soprattutto frutta fresca, la riva del Mekong ci ospitava per quella che sarebbe stata, almeno per me, una mezza figura di merda. Dopo un bel po’ di chiacchiere, tra un inglese maccheronico, ma anche qualche frase ben fatta, cerco di rompere gli indugi; mi proietto verso di lei per un bacio, ma ottengo una mezza spinta indietro ed una risposta: “Non ci si bacia in pubblico!”

Avrei voluto buttarmi nel fiume, il classico italiano lumacone che ci prova con tutte. Lei mi chiede se avessi fatto caso, in tutto il mio periodo passato nel sud-est, a qualche bacio in pubblico; effettivamente nell’istante in cui mi poneva la domanda, cercai di ricordare qualche immagine nella mia testa in cui pensavo di aver visto un bacio, ma nulla, ricordai qualche abbraccio, strette di mano tra fidanzati e basta. Aveva ragione. Lei si scusò per la sua cultura conservativa, io gli risposi che mi sembrava impossibile che gli inventori dei massaggi erotici non potessero baciarsi in pubblico. Come un bambino capriccioso alla fine ottenni un bacio, dietro un tendaggio di una giostra messa lì per la festa. Un placido bacio dato per voglia o per contentino? Mi chiedevo se quel mio gesto fu intrapreso da lei come un “voglio portarti solo a letto” oppure “sì, mi piaci”.

Non fui sicuro se la mia azione fosse stata apprezzata, ma poco dopo, ce ne andammo. Si erano fatte le 20 e le sue amiche erano già presenti sul posto per riportarla a casa. Un caso, o una cosa voluta? Mi diede da pensare per tutta la notte. In fondo anche io sarei dovuto andare a dormire presto visto che l’indomani avrei avuto un escursione abbastanza faticosa, ma le otto di sera per andare a dormire mi sembravano eccessive.

Cercai di dimenticare quella situazione avvenuta in serata, ma non l’incontro. Il giorno dopo tra un mezzo di trasporto ed l’altro arrivo a Siwilai, ero diretto al Wat Phu Tok, un tempio sito su una collina rocciosa, tra le mete più belle della Thailandia. Avevo letto della forza spirituale di questo posto, ne fui subito ammaliato leggendo alcune recensioni e senza pensarci un ulteriore volta, avevo deciso di visitarlo in un modo o nell’altro. Quando lessi che i monaci in quel posto arrivavano a trovare la pace dei sensi, riuscii a capirne subito il motivo già dai primi gradini. La nebbia, le ripide scalinate, le caverne con i Buddha al proprio interno, ne facevano una vera e propria istituzione spirituale. Riuscivo a percepirne la potenza, il suo carico mistico riusciva a penetrare nel mio essere interiore. Ogni scalinata ed ogni passaggio scricchiolante nelle pedane attaccate semplicemente nella collina rocciosa, erano adrenalina pura. Accettare la paura di camminare quasi nel vuoto in un vortice quasi di imprudenza, salire ogni livello catalogato dai monaci con cartelli ambigui, arrivare fino al settimo e guardare il mondo dall’alto gridando: “Sì, io ci sono, ce l’ho fatta!”

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Sentivo la felicità, in quel momento si era impossessata del vento che attraversava il mio corpo. I monaci aveva ragione, nell’ultimo livello si poteva raggiungere la pace dei sensi. Il silenzio rotto dal rumore del vento, quella piccola carica adrenalinica che non era mai andata via dal momento del mio arrivo. Sentivo che il mio viaggio volendo sarebbe potuto finire lì, al Wat Phu Tok, ma era troppo presto, la mia felicità doveva essere cosparsa da altre piccole e grandi emozioni, non era il momento di rientrare, ma era il momento di alzare l’asticella.

Il giorno dopo cominciai a preoccuparmi della gara del fiume Kwai. Mi ero quasi scordato e non avevo preso in considerazione il fatto che si corresse fuori da Kanchanaburi. Feci il medesimo errore della gara di Loei; la lezione non mi era servita e cominciai a pensare che probabilmente questa volta avrei dovuto saltare la competizione. Cercai di capire in quale punto avrei dovuto risparmiare, sui mezzi o sulla struttura ricettiva, i prezzi erano alle stelle, sia per la gara e sia per il punto turistico in cui si trovava la zona della mezza maratona. Il ponte della morte e i suoi parchi nazionali nelle vicinanze, fanno di questa provincia una vera e propria località di villeggiatura anche per gli stessi thailandesi, tanto che riuscii a trovare soltanto alcune strutture a prezzi esorbitanti, tra cui il meno caro a circa 15 km di distanza dal punto di partenza e del ritiro del pettorale. Non mancarono discussioni con il tassista e con la proprietaria della guesthouse, era forse il giorno più difficile che stavo affrontando durante il viaggio e il mio nervosismo cominciava a farsi vedere. Mi sentivo solo, spaesato, incapace di affrontare una discussione in inglese, anche se non sarebbe servita a nulla visto che sembrava essere una lingua sconosciuta per tutti. Decisi di prendere il toro per le corna; mi avevano chiesto cifre assurde per portarmi da una parte all’altra della città, consapevole del fatto che volessero fregarmi in quanto avendomi visto in difficoltà; così decisi di vincere le mie paure e affittare un motorino. Avevo guidato il ciclomotore soltanto un paio di volte ma poche centinaia di metri; ritenuto pericoloso in Italia, facendomi due conti capii di riuscire a risparmiare cinque volte di meno rispetto alla cifra richiestami dal tassista. Tra una piccola burocrazia con l’agenzia dell’affitto, mi avventuravo per Sai Yok come fossi un Pedrosa qualunque.

Presi confidenza con la piccola cittadina ed il giorno dopo, non ancora giorno, andai verso la partenza della River Kwai Half-Marathon. Ero la star anche qui, unico italiano, pochissimi europei, tante foto e la mia bandiera a farmi da scudo sulle spalle. Ottenni una posizione di tutto rispetto, nei primi 100 tra i cinquemila partecipanti. Fu un successo sebbene ci avessi messo due ore; probabilmente con un ulteriore allenamento sarei potuto arrivare anche tra i primi 50, ma andava bene comunque. La gara si svolse su una strada piena di saliscendi; tra il nervosismo accumulato e la stanchezza, vedere il gonfiabile di arrivo alla fine del rettilineo fu una manna dal cielo. La medaglia al collo fu l’emblema della contentezza e mi scordai immediatamente delle piccole discussioni e dei soldi spesi in più per poter prendere parte alla gara.

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Avevo ripreso il mio ritmo da viaggiatore, ricominciavo a non fermarmi in più, in men che non si dica visitavo nell’ordine Khamphaeng Pet, Pitshanulok e Sukhothai svuotando soltanto la parte superiore dello zaino. Mi venne addirittura offerto un lavoro, da un ristoratore italiano, a parer mio un po’ troppo sicuro di se, ma coraggioso nell’aprire un locale di cucina italiana in una località piccolissima. A Pitshanulok conobbi Laura, ragazza romana come me, insieme a lei decisi di affittare un motorino l’indomani per visitare Sukhothai con la sua città vecchia e prendere in serata il pullman che ci avrebbe trasportato a Chiang Mai.

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L’arrivo dopo la mezzanotte non ci permetteva di entrare nell’ostello prenotato; decidemmo di continuare a cercare nelle vicinanze e trovammo la signora Tina del MojoHouse che ancora sveglia ci offrii due letti contrattando. Sebbene fossero alti come prezzo, mi trovavo bene in quella struttura, la signora era gentile, quasi trattandoci come fossimo nipoti, ci preparava la colazione, fermava il camion per passeggeri per contrattare un prezzo che portasse verso le attrazioni turistiche, scherzava con noi e ci dava consigli. Decisi di rimanere una settimana in quel posto. Con Laura feci una piccola escursione, purtroppo io ero in viaggio e lei in vacanza, due situazioni diverse, io con molto tempo a disposizione per fare quello che volevo, lei con molto meno. Quando le nostre strade si sono divise mi è dispiacque; ero stato pervaso dal suo spirito di adattamento ed avventuroso condividendo quasi tutto. La settimana a Chiang Mai volava, tra le varie amicizie fatte in ostello, ero considerato ad un certo punto come una mascotte, riuscii anche nell’intento di abbozzare qualche lavoro di progettazione per migliorare le camere dell’ostello e quelle della futura struttura che la proprietaria stava prendendo in gestione da lì a poco. Sicuramente in quei 7 giorni l’esperienza del dialogo con i monaci era quella che mi aveva cresciuto interiormente; sebbene fossero loro ad essere più incuriositi, sia dalla mia scelta di parlare con loro, sia dalla mia cultura occidentale, dalla mia educazione cattolica e anche sotto il punto di vista delle differenze di comportamenti femminili tra i Italia e Thailandia. Fu qualcosa di anormale, dalla prima conversazione con un monaco ventenne ancora novizio, se ne aggiunse un altro, ormai già monaco a tutti gli effetti. Quest’ultimo cominciò ad esporre cosa voleva dire essere buddisti, dal canto mio cominciai a spiegare come invece vedessi questa religione, più come una filosofia di vita. La risposta del monaco ebbe una certa rilevanza seppur detta con un tono basso: “Buddha è nel tuo cuore”. Lasciai la stanza adiacente al tempio con numerose domande nella mia testa e la voglia di scoprirne ancora durante il mio lungo viaggio.

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Nel lasciare Chiang Mai ebbi un certo dispiacere, dall’amicizia con Tina, si era aggiunto anche il fratello Dan, che mi portava su un piedistallo e la sera prima con Manow, una ragazza che lavorava nella reception dell’ostello e con cui avevo stretto una particolare simpatia. Ma Chiang Rai era lì che mi chiamava; ero nervoso, avrei dovuto correre la maratona, 42 km, stavolta con pochissimo allenamento rispetto a quella di Angkor. Il miracolo sarebbe dovuto avvenire, di nuovo. Per fortuna, o sfortuna, capitai in un ostello più che spartano, dove le risate non mancavano. Gestito da una famiglia di rasta, un po’ fattoni, un po’ raggae, e con Cave, il nipote della proprietaria, che non capiva una parola d’inglese, ma aveva un sorriso contagioso ed innocente.

Proprio lui, alle 3 di notte, sotto un diluvio, sbagliando strada e con un rottame di motorino mi accompagnò alla partenza della gara, vicino al municipio. Arrivai già zuppo, infreddolito e impaurito dalla fatica che avrei provato nel correrla. Sin dal via decisi di impostarla molto lentamente, con la mia bandiera tricolore sulle spalle, sfilavo in mezzo a tutti i thailandesi, che come al solito mi regalavano un “Go Go Italy”, oppure una pacca sulla spalla. Il percorso fu suggestivo, anche se non riuscivo a vedere nulla per via del buio, le candele a bordo strada illuminavano il tracciato quel poco che bastava per accompagnarci chilometro dopo chilometro; alcune piccole lanterne, causa temporale, facevano fatica a rimanere accese, i lampi pensavano al resto, cioè a farci vedere ogni tanto cosa ci fosse al di là della curva. Con il passare dei chilometri, il sole cominciava ad iniziare il proprio turno di lavoro; quello che ci mostrava a noi runner era una strada bagnata all’interno di una foresta, una nebbia spettrale nella piccola valle e qualche piccola frana nei bordi; per nostra fortuna ci accompagnò per il resto della gara. Superate le cinque ore cominciai a non preoccuparmi più; sapevo che ormai sarei riuscito a concluderla, con il mio peggior tempo, ma conquistando la mia settima medaglia su questa lunghezza. Gli ultimi 500 metri furono da brividi e non scorderò mai tutti gli applausi; trattato quasi sempre come fossi un star, l’Italian Starboy aveva di nuovo fatto la sua figura anche nel nord della Thailandia.

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Un giorno di riposo sarebbe bastato nell’ostello “giamaicano”. Mi preparai per affrontare le mie ultime due tappe: Phayao con il suo meraviglioso tramonto e Phrae fecero in tempo ad essere inghiottite dalla mia esplorazione, assaporando anche cosa voglia dire dormire in casa di gente comune. La maratona aveva scatenato di nuovo la voglia di non fermarmi più, avevo ritrovato la forza nello spirito e mi aveva preparato al meglio a visitare il mio terzo stato, il selvaggio Laos.

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