Sentirmi uno straniero

Non mi era mai capitato di sentirmi uno straniero. Ho sempre fatto viaggi di gruppo organizzati, con i miei genitori e sempre in posti più o meno turistici, visitando attrazioni altrettanto turistiche. Il viaggio in Isan, una delle macro-regioni della Thailandia, sita nella parte nordorientale, può considerarsi come la prima volta in cui mi sono sentito veramente un pesce fuor d’acqua, il classico straniero venuto da fuori, in una parte di mondo certamente poco battuta dal turismo di massa, o forse proprio dal turismo in generale.

Lasciavo Bangkok, ancora una volta, e di nuovo la città degli angeli mi spazzava via non senza avermi fatto vivere le ennesime esperienze. L’ostello, nel quartiere giapponese, era una di quelle strutture ricettive enormi, dove si respira l’internazionalità giovanile; tanti ragazzi e tante culture racchiuse in un atrio, raccontandosi modi di vivere, esperienze di viaggio ed emozioni passate. In quei due giorni nella mia città preferita di certo non avrei mai potuto annoiarmi, così avevo deciso di farmi fare uno di quei famosi massaggi thailandesi, non di quelli seri, ma di quelli un po’ più trasgressivi; sebbene sapessi che il sovrapprezzo sarebbe stato sopra la media, non mi importava. Su internet avevo letto qualche tipo di massaggio erotico, di posti assolutamente da evitare ed altri ben più frequentati, non solo dai residenti stranieri, ma anche da una clientela piuttosto variegata. Entrato nel locale leggevo l’elenco delle tipologie di massaggi, mi sentivo come Pinocchio nel paese dei balocchi, e la proprietaria della struttura avrebbe potuto tranquillamente interpretare Lucignolo. Il via vai nel locale era assiduo, vetrate oscure, situato in un angolo sulla 24° strada; all’entrata un bel Buddha dorato, due poltroncine in pelle color rosso fuoco e spatolato beige sulle pareti; qualche specchio e qualche altra porcheria kitsch presente in questi posti. La “miss” dietro al bancone, con quell’accento thai/anglofono, stabilisce subito prezzo e durata, mi fa scegliere la “massaggiatrice” tra cinque belle ragazze e mi fa aspettare in un angolo. La via che portava nei vari camerini era angusta, nonostante una musichetta che avrebbe dovuto mettermi tranquillità, e le scale scricchiolanti in legno teak scuro che collegavano i vari piani promettevano solo di un locale che sapeva di sesso. Durante il mio passaggio cercavo di studiare l’ambiente, porte chiuse, con una lucina accesa “Don’t disturb”, e qualche attimo dopo mi ritrovavo in quella che sarebbe stata la mia stanza dei giochi per poco più di un’ora. Non ricordo la ragazza come si chiamasse, eppure me lo aveva ripetuto un paio di volte: aveva la mia stessa età, la pelle più chiara della mia e proveniva dal nord della Thailandia. Aveva le mani soffici e nella prima parte di massaggio, serio, toccava i punti giusti nella schiena e nel dopo massaggio, quello più spinto, continuava a toccare i punti sicuramente più piacevoli. Quello che successe dopo è una storia a sé, quelle che sanno regalare solo i locali nei vicoli di Bangkok.

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Andavo via di nuovo soddisfatto. Non mi sentivo sporco dentro, ma come un vagabondo senza regole. Nei giorni seguenti nella hall dell’ostello, avevo conosciuto due ragazze Thai che mi avevano consigliato quale parte visitare dell’Isan e quale trascurare. Ovviamente la Lonely Planet era stata interpellata e aveva un ruolo fondamentale. Quasi tutte le cittadine descritte dalla guida avevano in comune la tranquillità, le poche attrattive ed una percentuale bassa di turismo.

La prima località, Nakhon Ratchasima, meglio conosciuta come Khorat, aveva già battuto il record di sguardi nei miei confronti da parte dei residenti. Venivo scrutato senza vergogna, dal momento in cui mi s’intravedeva in lontananza, fino al momento in cui passavo davanti ai loro occhi e me ne andavo. Dalle loro facce si potevano leggere le seguenti domande che si ponevano: Chi è? Da dove viene? Cosa ci fa qui?

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Non avevo ricevuto neppure un parola nei miei confronti; le uniche persone con le quali avevo scambiato qualche frase erano la proprietaria dell’albergo e la cassiera del 7-eleven, il market per eccellenza in Thailandia. Per la prima volta venivo etichettato come straniero, diverso dalla gente del posto, osservato con curiosità e timore, studiato nel mio modo di camminare o di mangiare. La sensazione che provavo in questi momenti era particolare: descriverla non era affatto semplice, abituarsi lo era ancora meno. Chiedere informazioni cominciava ad essere un’impresa ardua: la lingua Thai scaricata su Google Translate prima di lasciare Bangkok non riusciva ad aiutarmi del tutto; troppo diverse tra loro lingue occidentali e orientali da poter essere tradotte con uno semplice smartphone.

L’unica cosa da fare era doversi abituare. Spostandomi ad Ubon Ratchathani dovevo fare i conti non solo con la proprietaria vietnamita, ma anche con l’ambigua struttura che mi avrebbe ospitato. Non capivo nulla di cosa mi dicesse la signora, mentre lei invece pensava capissi: a quanto pare aveva qualche conto aperto con gli europei, a detta sua un po’ troppo libertini e chiassosi. In realtà non gli avevo dato modo di pensare quello a cui asseriva. Se avessi voluto discutere su alcuni punti tra diverse culture, avrei potuto schiaffargli in faccia il modo in cui teneva il dormitorio: una scatola di legno con due finestre, pulci che dettavano legge sulle mie gambe ed un finto sudicio materassino futon. Avrei potuto dedicargli minuti di inevitabile lezioni di igiene se non mi avesse sorriso prima di uscire per esplorare la città. Durante la mia visita notturna al piccolo mercato culinario venivo preso d’assalto ancora una volta dalle numerose occhiate, sia da parte degli studenti che dai banchisti; quest’ultimi, al mio avvicinamento, sembrava volessero chiudere e andarsene.

Del tutto diverso il giorno successivo a Khon Khaen, una delle maggiori città universitarie dell’Isan. Persone curiose di sapere il paese di mia provenienza, la mia religione e il perché mi trovassi lì. Erano quasi tutte disposte a scambiare informazioni interculturali con lo straniero. Fondamentalmente gli argomenti erano sempre gli stessi: pasta, caffè, pizza, Roma, Firenze, Venezia. Nonostante tutto, questo era anche un modo per poter stringere amicizie. Nel mio ostello una già ne avevo fatta: Nick, inglese di Liverpool. Davanti ad un bel paio di birre mi racconta in breve la sua piccola storia. Tifosissimo dei Reds, dopo aver lasciato l’esercito tre anni fa, decide di intraprendere la via del marketing, ma senza successo. Durante una vacanza con la sua ex fidanzata, decide di trasferirsi a Bangkok. Purtroppo per lui lei rimane ammaliata dalla capitale, decidendo di restarci, mentre il povero Nick, essendo un madrelingua, comincia ad insegnare inglese proprio a Khon Khaen, in zona universitaria. Piano piano inizia dunque a farsi il suo giro di clientela; a queste si erano aggiunte le ripetizioni online con ragazzi cinesi e giapponesi. Continuava a vivere in ostello, ma a breve con altri suoi connazionali avrebbe voluto prendere una stanza privata. Non ho avuto neppure il tempo di salutarlo, ci avrebbe pensato la proprietaria dell’ostello, assieme al marito, due fricchettoni thai-cinesi esperti di caffè, che smerciavano nella maggior parte della città.

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Udon Thani sarebbe stato il dopo. Di certo non come la città precedente: meno giovanile, ma con più movimento, sia giornaliero che notturno. La conoscenza di Yui, ragazza thailandese, insegnante di inglese in una cittadina non poco distante da lì, aveva su di me uno strano impatto, probabilmente perché era la prima volta che parlavo così tanto con una ragazza del posto. Il suo sorriso mi aveva accecato, la sua spigliatezza e spontaneità facevano parte del mio prototipo di ragazza perfetta. Uscire con lei la sera e passare altro tempo nel roof dell’ostello nel raccontarci le nostre vite nei rispettivi paesi e i nostri gusti musicali e cinematografici stava demolendo la mia sicurezza nel continuare il viaggio. La mia testa non ascoltava più, i miei occhi da fesso fissavano un punto fisso, le sue labbra. Il mattino successivo ci incontravamo di nuovo nell’atrio dell’ostello: colazione insieme, qualche selfie, in fondo ero anche il primo italiano che conoscesse, e via a postare foto su Facebook, dove in poco tempo si scatenava un inferno di commenti, alcuni carini, altri in una lingua thai abbastanza ambigua. L’arrivederci alla stazione degli autobus mi lasciava una leggera malinconia ed il mio stesso stato d’animo riuscivo a leggerlo nelle sue espressioni facciali: forse avevo passato troppo poco tempo con lei, ma io dovevo continuare il mio viaggio.

La provincia di Loei sarebbe stata perfetta per ritrovarmi, sebbene scoprii poco dopo che la gara podistica si fosse corsa in un paese, Chiang Khan, distante quasi 70 km. Mi ritrovavo perso: prima avevo lasciato scappare una ragazza che mi piaceva, poi rischiavo di non correre una gara che mi ero prefissato. Decido di spendere alcuni soldi in più, che non avevo previsto, e di andare in questo paese. L’indomani scoprivo sulla mia pelle cosa volesse dire essere una star, fotografato ovunque e con chiunque, con la mia bandiera tricolore sulle spalle per tutta la gara: il supereroe italiano mostrava a tutti la sua pasta. Concludevo i 25 km tra gli applausi della gente, divertita dal mia arrivo ed onorata dal fatto che un europeo avesse scelto di correre una gara in casa loro. Mi sentivo bene, non mi importava più di aver speso qualche baht in più; avevo scoperto una piccola notorietà, non mi serviva di certo, ma è sempre piacevole sentirsi importante. Di ritorno a Loei, la città dove avevo deciso di rimanere a dormire inizialmente, continuavo a praticare sport, pedalate e piccolo trekking, la sera avrei ripagavo tutto.

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Ormai mi spostavo con una rapidità inaudita. Neppure svuotavo più lo zaino: un giorno per città sarebbe bastato, anche se in realtà sarebbero state sufficienti soltanto due ore per visitarle. Nong Khai, cittadina ai confini con il Laos, sul Mekong, era una di quelle. Sicuramente il temporale al mio arrivo non mi aveva di certo sostenuto, ma dopo un’ora, Mikela dal Canada, Tom e Juke, dall’Australia, mi prendevano con il loro motorino trasformato in uno pseudo sidecar, e mi portavano, insieme ad un alto quantitativo di birre Chang, nella campagna circostante ad ammirare un affascinante tramonto rosa. Al ritorno, la musica degli Eagles in sottofondo, proveniente dalla cassa legata al mezzo di trasporto, seminava il panico attorno a Nong Khai, mentre il temporale, pochi minuti dopo ci puniva nuovamente.

Sentirmi uno straniero forse stava cominciando a non regalare più quelle emozioni che speravo continuassero; i soliti divertimenti con quei pochi occidentali che incontravo non avevano più lo stesso effetto e la difficoltà che riscontravo nel parlare con la gente del posto, mi metteva leggermente noia. La condivisione di racconti di viaggio, o la vita nei rispettivi paesi, erano gli argomenti cardine sì, ma dov’erano invece quelle eccitazioni? L’arrivo a Bueng Khan mi faceva sentire un po’ spaesato. Senza rendermene conto avevo prenotato la mia guesthouse a circa 10 km fuori dalla città, il tuk-tuk sembrava non arrivare, la struttura sembrava non apparire, la gente del posto non ne era neppure a conoscenza e la pioggia non aiutava. Essere da solo sulla riva del Mekong, senza nessuno intorno, se non un merlo ed un gallo che probabilmente sparlavano tra di loro di me. Oltre ad un milione di zanzare, essere a contatto con la natura, in un posto quasi dimenticato da Dio, non era poi così male. Non avevo bisogno di rigenerarmi, ma la mente aveva staccato la spina appena arrivato in quel posto. Mi ritrovavo a pranzare alle 14 e cenare alle 16, causa chiusura, nell’unico ristorante presente nel raggio di 5 km, dove l’unica parola inglese che sapevano dirmi era “Hello”.

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Quello che successe poche ore dopo il pranzo ed il giorno seguente avrebbero cambiato il mio cuore in questo viaggio. L’incredulità di alcune culture e di determinati posti mi rendevano una persona sicuramente migliore. La Thailandia cominciava ad essere uno dei miei paesi preferiti.

 

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