Vivere con 300 euro o essere felice tra gli elefanti

Ancora ubriaco di 42 km, ancora sotto morfina dai tanti complimenti ricevuti, avevo cominciato a capire che il viaggio stava cominciando a diventare qualcosa di grande. Lasciavo Angkor e Siem Reap con non poca nostalgia, quella strada percorsa in 5 ore e i giorni precedenti in bicicletta erano entrate nella mia storia personale.

Avrei dimenticato subito quella città turistica? il biglietto per la prossima destinazione però parlava chiaro: Sihanoukville. Andavo in direzione sud, verso il mare, finalmente potevo immergere i miei piedi, il mio corpo e tutti i miei pensieri nel Golfo della Thailandia. L’arrivo in nottata dopo 10 ore di viaggio, passando per la capitale, mi lasciava perplesso sulla scelta dell’ostello: birra, gente sdraiata sui divanetti, quasi morti, musica elettronica a tutto volume, l’unico fattore che mi rassicurava era il profumo del mare. Avevo capito che quell’acqua così limpida come avevo visto su internet, nonostante non la vedessi, riuscivo ad immaginarla vicino a me.

Faccio amicizia in men che non si dica con Jiayun, piccola ragazza cinese di 28 anni; quattro anni passati ad Amsterdam per lavoro dove aveva imparato a parlare un ottimo inglese. Mi racconta di come fosse stata ammaliata da quel posto e in particolare dall’Everythang, la guesthouse che ci ospitava. Nel mese di maggio, per evadere da i suoi problemi nel suo paese aveva deciso di visitare la Cambogia, ed arrivando ad Otres Beach ha cominciato a rimandare il suo ritorno, giorno dopo giorno, continua confidandomi che a giugno aveva lasciato il fidanzato, per via del ritrovare se stessa. Parlando con lei le giornate passavano rapide, pensava che il mondo si fosse fermato in quel posto, orologi e calendari non avevano più un senso, non aveva un senso tutto quello che si trovasse fuori Otres Beach, famiglia compresa; la cosa veramente importante era la sua capanna sulla spiaggia, il mare, le noci di cocco ed i tramonti. Insieme a lei cominciavo a prendere confidenza con Beth, 24 anni dall’Inghilterra, e Ben, uno scozzese di 27 anni che non riuscivo a comprendere il suo modo di parlare. Insieme a loro tre mi ritrovavo a trascorrere giornate infinite tra bar e spiaggia, attendendo il tramonto tra un boccale di birra ed una risata.

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Con Jiayun parlavo maggiormente, oltre a capire bene il suo inglese, tra di noi c’era una piccola complicità sul pensare che il mare mettesse armonia scacciando i pensieri negativi; pensavo inoltre che la vita da eterno vacanziero seppure fosse bella, non poteva essere come la intendeva lei. Probabilmente la mia mentalità occidentale mi poneva la domanda su come facesse a rimanere senza far nulla tutto il giorno, perdendo vestiti e cellulare in giro per la spiaggia, andando a dormire e risvegliarsi senza orari. Assecondavo tutto quello che mi diceva, dall’amore di quel posto alle altalene attaccate alle palme, dal latte di cocco alle conchiglie e tutto quello che circondava Otres. Forse non volevo rovinare il suo sogno di vita perfetta e tra me e me cominciavo a pensare, dopo aver prolungato il mio soggiorno a Sihanoukville fino a quattro giorni, che quasi tutti i suoi pensieri non erano reali, in parte utopia nel mio modo di affrontare le giornate; vivere con 300 euro al mese è il sogno di tutti, lavorare come eterno vacanziero spendendo quella cifra e guadagnando il doppio era quello che invece vagava nel mio cervello. Lasciavo lei con un saluto affettuoso, mentre con un saluto freddo britannico salutavo Beth e Ben che avevano deciso qualche giorno prima di rimandare la loro partenza.

Diretto a Koh Rong con un aliscafo il giorno dopo sapevo di lasciare quei tre ragazzi non in un mare cristallino, ma in un mare di problemi personali che cercavano di scacciare rimanendo a distanza dalla realtà che l’avrebbe aspettati a casa; io dovevo continuare il mio viaggio in quest’isola paradisiaca, passando le mie giornate completamente da solo in spiagge semideserte, a mangiare cocco dentro l’acqua e fare foto ai paguri.

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Cominciavo a spostarmi frequentemente da una città all’altra, stava prendendo forma la mia nuova identità da viaggiatore, lo zaino sulle spalle non pesava più come prima, non facevo tanto più caso all’igiene maniacale, le tante ore di bus non erano così fastidiose e il mio inglese iniziava piano piano a progredire sempre più.

Nel giro di pochi giorni mi trasferivo da Kampot, città famosa per il pepe, a Kep, minuscolo paese di mare famoso per il suo piccolo parco nazionale che lo circonda e per i suoi saporiti granchi di inestimabile valore. Kep mi divertiva, un giorno sarebbe bastato, seppure avesse una piccola spiaggia, non ci si annoiava, si poteva assistere a battaglie calcistiche tra stranieri e gente del posto, con i residenti che fanno il bagno vestiti come vuole la loro cultura; in bicicletta era la cittadina perfetta da girare facendo su e giù sul suo modesto lungomare. Da qui presi il pullman che mi portava a Phnom Penh, una nuova grande città mi aspettava.

L’arrivo nella capitale non mi lasciava a disagio come era successo a Bangkok. Avevo ben chiaro che la su grandezza non aveva nulla a che vedere con la metropoli thailandese. Il mio punto di partenza era il Panorama Mekong Hostel, situato sul lungofiume, nel punto migliore della città, dove si riuniscono quasi tutti i locali e dove i residenti vanno nel parco di fronte al palazzo reale oppure passeggiano sulla riva del fiume. Qui incontro Victor, architetto francese che avevo già conosciuto a Sihanoukville, un tipo solitario che cercava lavoro ovunque si trovasse e ricordandosi di me per la mia italianità, cominciamo a parlare trovandoci in comune sul motivo per cui avevamo lasciato i nostri rispettivi paesi. A quanto pare essere italiano produce un buon effetto su tutti, vengo chiamato “Italy” e non per nome, la gente impazzisce quando mi chiedono da dove provengo e poco importa da dove vengano gli altri; i nostri modi di gesticolare, il cibo, le bellezze del territorio italiano sono l’argomento principale, e per qualche attimo non mi fanno pensare alle continue difficoltà che sta attraversando il mio paese e tutto questo non può che farmi piacere.

Decido di cominciare a visitare la città con un’attrattiva piuttosto toccante che solo 40 anni fa aveva sconvolto la Cambogia nel profondo. Il carcere di Tuol Sleng e limitrofi campi di sterminio sarebbero stati la mia prima tappa. Killing Fields, come li chiama la gente del posto, era il luogo in cui più di 10.000 cambogiani persero la vita per mano di Pol Pot, leader del Khmer Rossi che decise di prendere in mano il paese e fare fuori chi si metteva contro la sua visione politica. Il percorso tracciato dall’audioguida nei campi era sconvolgente, i racconti della gente sopravvissuta erano terrificanti; per un attimo, se ben diversamente, tornavo indietro nel tempo e di quando visitai Auschwitz. Rimanevo basito di quanto, molte volte, la mente umana produca follia; quello che le mie orecchie ascoltavano e i miei occhi vedevano raccontavano di come quel posto della morte veniva usato da cambogiani per uccidere altri cambogiani; il numero totale di quello sterminio nei vari posti brutali sparsi su tutto il paese era di quasi 3 milioni, circa un terzo della popolazione del paese. Tuol Sleng, era la prigione nella quale venivano schedati, minacciati, lasciati morire di fame ed infine torturati, prima di fare il loro ultimo viaggio che li avrebbe condotti alla morte.

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Cerco di dimenticare quella visione andando in giro per mercati, loro invece, riescono a farmi avere una visione quasi a 360° del paese in cui mi trovo, un posto dove si incontrano cultura ed usi, osservare i movimenti della gente presa nel suo lavoro, uno spaccato di vita che in altri punti non si riesce a notare.

I miei giorni nella capitale volavano tra una partita a carte ed una birra la sera assieme a persone di tutte le nazionalità conosciute in ostello, contornata da una buona pizza italiana, presa sotto la mia struttura. Organizzavo già nei giorni precedenti le mie prossime tappe, avevo bene in testa quale fosse il mio percorso da lì fino all’uscita del paese, Kratie e i suoi delfini era il dopo di Phnom Penh. Questa piccola città sul Mekong era talmente sonnolenta che non avevo voglia di far nulla; probabilmente anche le attrazioni turistiche che venivano meno davano quel senso di nullafacenza incredibile, perfino una pedalata di 6 km nella piccola isola rurale di Koh Trong risultava faticosa, ma in compenso ci si poteva gustare sulle panchine del lungo fiume un romantico tramonto, da ammirare in solitudine.

La mia idea sin dal primo giorno dell’entrata in Cambogia non era fermarmi a Kratie come fanno la maggior parte dei turisti, ma era arrivare nel selvaggio est: Mondulkiri o Ratanakiri. Durante il tragitto da Kratie e Sen Monorom, in un bus locale strapieno di gente e pacchi, motorini inclusi, stringevo amicizia con John dalla Nuova Caledonia, la sua consorte cambogiana, ed Ivo e Yara dall’Olanda, in viaggio da poco meno di due mesi. Con i ragazzi olandesi, più piccoli di me, provavo una particolare simpatia; oltre ad intraprendere normali conversazioni, ci scambiavamo battute, consigli di viaggio e parlavamo delle nostre culture europee; John invece era un ragazzone piuttosto cordiale, grande fumatore e bevitore di birra, mi confida di essere nativo della Francia e essersi trasferito all’età di 15 anni in Oceania poiché il padre era stato licenziato.

All’arrivo consiglio ai ragazzi olandesi, senza nessuna prenotazione alberghiera, di venire nella mia stessa struttura; l’Indigenous People Lodge non era altro che un insieme di capanne in stile Bunong, minoranza etnica del posto, immerse nella natura; ovviamente non mancavano particolari comfort come wifi, area ristorante, tendina anti-zanzare e materassino. Il giorno dopo insieme a loro due decido di andare a fare trekking nella giungla, il piccolo tour, oltre alla visita di un villaggio immerso nella foresta, prevedeva un bagno insieme agli elefanti; già a metà giornata avevo preso confidenza con un pachiderma, la presenza di quell’essere così grande mi metteva serenità. Sebbene la pericolosità dell’animale sia rinomata, mi piaceva stargli vicino e guardare con attenzione i suoi movimenti, come mangiava, si “puliva” con il fango o come si grattava sugli alberi. In quel momento mi sentivo FELICE, sentivo i brividi lungo la schiena che salivano sin sopra i capelli, la bella compagnia di ragazzi che avevo attorno, perlopiù francesi, e gli altri conosciuti nel bus, faceva di quella giornata, una giornata perfetta. Il bagno con gli elefanti era una di quelle esperienze che non capitano tutti i giorni, essere dentro l’acqua sporca, con un animale grande cinque volte un essere umano, toccargli la proboscide, la schiena, le grandi orecchie, era la realizzazione di un sogno nato in mattinata e conclusosi forse troppo frettolosamente, causa il maltempo. Il ritorno alla guesthouse era l’emblema di quanto accaduto durante il giorno, non sapevo perché, ma gli occhi cominciarono a diventarmi lucidi rivedendo le immagini scattate sul cellulare. Dovevo condividere quel momento di felicità con gli altri, avrei potuto tenermelo per me, ma un altro viaggiatore un giorno disse che “la felicità è reale solo quando è condivisa”, non è proprio la stessa cosa, ma io condividevo l’immagine del mio bacio all’elefante su Facebook.

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Con i ragazzi la sera parlavamo di quanto fosse stato superlativo quel tour, ci ritrovavamo a cenare assieme a John e moglie nel centro di quel piccolo paese e poi continuare a parlare nella pseudo veranda della mia stanza fino a tarda notte, dichiarandogli di trovarmi bene con loro e che l’indomani, li avrei seguiti a Ban Lung nel Ratanakiri. Con un piccolo minibus, la piccola banda europea si trasferiva poco più a nord, una piccola cittadina cui la vera attrattiva non era altro che un piccolo lago vulcanico immerso nella natura, il Boeng Yeak Lok. Insieme ai due ragazzi di Amsterdam passavo un paio d’ore tra le acque verdi smeraldo di questa meraviglia della natura, prima di tornare in hotel ed essere preso d’assalto dalle piccole figlie del proprietario. La sera un po’ intristito salutavo definitivamente quei due splendidi ragazzi, forse li avrei rivisti prima o poi, in Olanda o in Italia, ma le nostre strade dovevano separarsi, mi sentivo come nel film “Into the Wild”, quando il protagonista durante il viaggio incontra persone di ogni tipo.

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Dovevo ritornare a Phnom Penh, prima di lasciare la Cambogia. La Thailandia era di nuovo all’orizzonte e Bangkok mi strizzava di nuovo l’occhiolino.

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