Intrapresa la via della felicità

Stavo lasciando Bangkok con un pizzico di malinconia. In quel tratto di strada che portava alla stazione stavo cominciando a capire che le cose stavano cambiando. Per la prima volta durante il viaggio mettevo lo zaino sulle spalle per iniziare il mio giro. A Hua Lamphong c’era il treno che mi avrebbe portato ad Ayutthaya, antica capitale thailandese, con la sua numerosa quantità di templi. Cerco di arrivare leggermente in anticipo in modo da accaparrarmi un ottimo posto sul treno; avevo letto che nei vagoni di terza classe l’aria condizionata non c’è, qualche ventilatore riesce a raffrescare l’aria, ma niente più. Essendo una nota località turistica, i tanti backpacker occupavano posti e stipetti con i loro grandi zaini, io non ero da meno, in più la gente del posto portava con se buste della spesa e quant’altro gli fosse servito per il viaggio. In meno di due ore il convoglio arriva a destinazione, come ogni stazione che si rispetti i tuk-tuk driver si portano a ridosso dei turisti, come in una ressa per guadagnarsi qualche baht. Il mio ostello si trova a circa 1 km e decido di farmi il tragitto a piedi. Arrivando presto, la mia camera, anzi il mio letto non è pronto. La struttura si presenta in modo quasi inquietante, a ridosso di un fiume marrone, una palafitta in legno con adiacente un cubo di mattoni rossi con una porta gigantesca in legno scorrevole; l’interno sembra un lager, letti a castello neri messi in filare, una luce fioca, una porta d’accesso ai bagni ed un silenzio quasi spettrale, come si fosse in punizione.

Decido di evadere immediatamente per dedicare tempo alla visita dei templi. Riuscendo ad impostare una buona camminata, quasi da marciatore, riesco a collezionare tutte le attrattive possibili, inclusa la meravigliosa testa del Buddha incastonata nell’albero al Wat Mahathat. Sarei rimasto lì davanti a fotografarla ed ammirarla per ore, ancora oggi oggetto di mistero. Riuscendo seppure in maniera veloce a mangiare un decente Pad Thai verso le 5 del pomeriggio, mi riporto verso l’ostello e la sua atmosfera lugubre.

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Il mattino seguente lo zaino salta di nuovo sulle mie spalle, cambiando programma durante la sera, decido di dirigermi ancora leggermente a nord, direzione Lopburi. Il motivo erano soltanto le scimmie; avevo letto nella guida di come questi primati si fossero impossessati di un tempio e gran parte della città vecchia, per la disperazione dei residenti. Durante il tragitto in treno mi divertivo a rivedere l’immagine dello scimpanzé Re Luigi de Il Libro della Giungla; anche se in realtà la razza era ben diversa, l’aspetto di quel tempio pieno di scimmie lo immaginavo in quel modo. Questa volta i turisti erano molto meno, appena arrivato avevo capito subito che in quella cittadina c’erano più scimmie che uomini. La mia camera dava su una piccola chiostrina, l’ingresso non era dei migliori e l’atrio al piano primo presentava oggetti antiquati, impolverati e appoggiati un po’ a caso. La mia camera era scricchiolante, angusta, con il sottofondo del bisticcio delle scimmie, tanto da pensare che da un momento all’altro Alfred Hitchcock avrebbe bussato alla mia porta.

Faccio mia la giornata, il tempio è vuoto, posso realizzare una buona serie di fotografie agli animali, vederli litigare, allattare i propri cuccioli e rubarsi da mangiare. Un paio di esse mi saltano addosso, incuriosite mi spulciano la testa e tentano di rubarmi la mappa dalla tasca della sacca dimenticata aperta. Piacevole ed interessante vederle interagire con l’uomo, il loro interesse verso di noi è notevole, in fondo la specie evoluta desta sempre più curiosità, anche nell’uomo. La città non offre molto, alle 7 di sera tutto si svuota e le serrande si abbassano, ma come per magia compaiono alcune bancarelle gastronomiche che invadono il mio olfatto. In fondo Lopburi, seppur essendo una piccola cittadina riusciva a staccarsi di dosso quella figura sorniona che gli avevo etichettato al mio arrivo.

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Il treno per tornare a Bangkok il giorno dopo era già in stazione pronto ad aspettarmi, nonostante avessi avuto una notte non molto socievole con il sonno, l’idea di tornare nella capitale mi allettava. Questa città aveva preso il sopravvento nella mia testa, più cercavo di allontanarla e più mi attraeva come una calamita. Decidendo di viverla una seconda volta, seppure in una sola notte, decido di soggiornare in centro, accanto al Terminal 21, un centro commerciale di 8 piani, stracolmo di negozi fashion, casual, oggettistica e circa due piani di ristoranti. Ero capitato in una zona della capitale dove si mangiava soltanto, uscito dal centro, ogni via portava in un fast food, in una bancarella o in un market. Decido di assaggiare tutto e di godermi un minimo la vita notturna della città che non dorme mai, imbattendomi nel quartiere a luci rosse; pensando di stare nel film Una Notte da Leoni, vedo ragazze non molto felici, poco insistenti nei miei confronti, un viaggiatore solitario. Credevo di aver trovato una parte di città trasgressiva, ma tutto quello che vedevano i miei occhi erano donne mature svogliate messe in fila aspettando solo che il cliente incrociasse il loro sguardo.

I giorni che passavano cominciavano ad essere una countdown verso la maratona di Angkor. Il pensiero fisso iniziò al mio arrivo a Chanthaburi, città delle pietre preziose, oltre che ad avere la cattedrale più grande della Thailandia, ospitava la comunità cattolica più numerosa del Paese. Trovando Peter, il proprietario dell’ostello, una persona sedentaria che con il suo profilo Facebook commentava di continuo video, mi consigliava i vari posti da visitare prima che tutto chiudesse.

Non avevo mai provato l’ebbrezza di viaggiare da solo, probabilmente si era utilizzato troppo il discorso sul ritrovare me stesso. Non sapevo se la reale ragione fosse questa, se ritrovare il mio io interiore fosse stato il motivo per cui avessi intrapreso questa decisione. Nei giorni precedenti la partenza avevo ipotizzato il fatto che questo viaggio avrebbe potuto farmi diventare buddhista o vegetariano. Lontano ormai due settimane da quei pensieri, mi riconoscevo all’interno della cattedrale; sentendomi quasi a casa i miei occhi diventano lucidi, essendo di educazione cattolica ma non frequentando e forse non credendo più e/o di stare alle decisioni di Dio, quel posto aveva riacceso in me forse qualcosa? E se ritrovare me stesso fosse veramente aver ricevuto una chiamata dalla Chiesa? Sedute sulle panche del sagrato mi ponevo continuamente delle domande a cui non ero tenuto a rispondere, non in quel momento, era troppo presto per rispondere, ma mi stavo rendendo conto che questa esperienza stava dando i suoi frutti. La riconferma di tutto ciò arrivava anche il giorno seguente; Peter mi consiglia di visitare il Parco Nazionale Namtok Phliu e la sua affascinante cascata con l’ausilio di una mountain bike distante circa 15 km ad est dalla città. L’idea era buona, un bel po’ di movimento non faceva male, in fondo mancavano solo 10 giorni alla maratona e l’allenamento ad essa era stato pressoché nullo.

Per pochi baht mi vestivo da ciclista e visitavo il parco, che al proprio interno prevedeva un piccolo sentiero di 1 km, girando intorno alla cascata per poi finirci davanti. Pensando di affrontare una semplice passeggiata in mezzo alla natura, mi imbattevo prima in un piccolo ruscello, poi in un vero guado, scalando rocce e arrampicandomi sugli alberi per non cadere. La riuscita mi faceva sentire vivo, ero sudato, sporco dopo essere scivolato un paio di volte, le mie sensazioni sul mio buon umore erano quelle giuste, dal sentiero fino alla cascata, al ritorno in città con le macchine che mi sfrecciavano accanto, canticchiavo alcune canzoni facendo pensieri positivi. Stavo cominciando ad assaporare la Cambogia, Angkor si vedeva all’orizzonte.

L’entrata in Cambogia, tramite l’arrivo di un minivan, mi lasciava perplesso. Sebbene fossi carico per l’ingresso in un nuovo paese, la polizia di frontiera mi faceva domande strane, non capivo il loro accento inglese, ma qualsiasi cosa dicessero, rispondevo con il sorriso. Informandomi giorni prima avevo saputo che oltrepassare il confine di Pailin per il rilascio del visto mi sarebbero serviti 20 dollari; giunto allo sportello la polizia mi chiede che avrei potuto pagare anche in baht, e avendone in abbondanza decido di fare così. Improvvisamente l’agente mi chiede l’equivalente di circa 120 dollari, prima di partire avevo contato quanto denaro thailandese mi fosse rimasto e prontamente alla richiesta del poliziotto rispondo che avrei preferito pagare in dollari. Facendo con me il gioco delle tre carte, mi chiede 50 dollari; standomene muto come un pesce, ma perplesso, capendo di stare in un paese in cui mettersi a discutere non convenga, pago la somma richiestami con due pezzi da 20 dollari ed uno da 10. L’agente prende in mano i tre pezzi, mi guarda e mi restituisce i 10 dollari, pagando così 40 dollari per il rilascio del visto cambogiano valido per un mese.

Battambang era la mia prima meta. La seconda città della Cambogia sarebbe stata pronta ad ospitarmi all’hotel Chhaya. Avevo consultato alcune recensioni, pagando 4 euro a notte, colazione inclusa, per una stanza singola e bagno privato, non pensando certamente di trovarmi allo Sheraton, credevo che comunque essendo un hotel avrebbe avuto degli standard da rispettare. La mia camera era al quarto piano, in realtà credo sia stato un ex-lavatoio trasformato in multi stanze, affittate a turisti e a gente del posto. Durante il mio soggiorno, in ogni piano, trovavo la sicurezza che mi scrutava, sentivo rumore strani provenienti dalle altre camere ed avevo un ventilatore da tenere perennemente acceso per il caldo, che mi terrorizzava.

La città non offriva molto a livello turistico ma aveva un fascino particolare: le maggiori attrattive erano date da un treno fatto di bamboo che camminava su dei binari abbandonati, la stazione anch’essa abbandonata, il circo più famoso della Cambogia ed una grotta piena di pipistrelli. Essendo un crocevia per chi volesse andare a nord verso Siem Reap ed Angkor, o a sud verso la costa a Sihanoukville, la città di Battambang si era ritagliata quella sostanziale fetta di turismo. Ad alzare il livello c’era anche il battello che risalendo il fiume mi avrebbe portato a Siem Reap, con una navigazione di circa 7 ore.

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La realtà dei fatti è che le ore non vengano mai rispettate, un guasto all’elica, la bassa marea e le continue curve ci facevano incagliare sulle piante a bordo fiume, facendo sì che le ore diventavano 9. Se da una parte c’era il disagio di stare seduto su una panca di legno per tutto quel tempo, dall’altra c’è una parte di Cambogia da ammirare; i villaggi galleggianti lungo tutto il fiume, risaltano la vita in povertà di questo popolo. Vivere sull’acqua, costruendo la propria esistenza su di un fiume, è per me, per noi, complesso da recepire. La moltitudine di bambini che incrociavano i nostri saluti al nostro passaggio erano numerosi, con quel piccolo sorriso stampato in faccia, i piccoli del posto ci facevano sentire speciali, quasi delle star.

L’arrivo del battello al piccolo porto di Siem Reap riusciva a farmi pensare soltanto al fatto che da lì a 6 giorni ci fosse stata la maratona. “Quello che è fatto è fatto” pensavo continuamente; ormai allenarsi era diventata pura utopia, oltre al fatto di stancarmi ulteriormente, non sarebbe servito a nulla. Decido di tenermi allenato, affittare di nuovo una bicicletta e andarmene a spasso per Angkor, senza tuk-tuk per decisione presa. Siem Reap probabilmente ha più di questi motorini trasporta turisti che abitanti; incredibile la moltitudine di volte in cui mi è stato proposto di prenderlo, diventando a tratti fastidioso.

La visita nei templi di Angkor mi lasciava stupefatto. Sebbene l’ingresso per 3 giorni mi fosse costato una fortuna, arrivato davanti a quello che è stato l’apice dell’impero Khmer, era emozionante, imbattendomi nelle solite domande di come l’uomo sia stato sempre maniacale nei confronti della religione. Le attrattive da girare erano numerose, nei primi due giorni mi occupavo di visitare il meglio che Angkor potesse offrire, dal Wat Thom, al Bayon, al selvaggio Ta Prohm con la giungla circostante pronta a riprendersi quello che una volta era suo. Nel secondo giorno di visita, prendendo di nuovo la bicicletta, al mio ritorno mi imbatto in un temporale, il classico acquazzone tropicale, ed io con il mio k-way rosso, decido di sfidare, pedalando velocemente tra pozzanghere, macchine impazzite e schizzi ovunque. Pagai a caro prezzo quella decisione. Al mio ritorno mi sentivo devastato e per non mancare nulla alla condizione che si era creata, Roger, il mio cinese compagno di stanza, lasciava continuamente l’aria condizionata a 18 gradi, che con le sue flatulenze e la sua bocca di cipolla non aiutava neppure la respirazione.

La notte fu un dramma. Un leggero mal di gola e gli occhi rossi erano il preludio della maratona. Il giorno dopo mi svegliai con placche alla gola, qualche linea di febbre e mal di testa. Avevo prenotato l’ultimo giorno con il driver dell’ostello per la visita ai templi più lontani, non mi avrebbe certamente aiutato a migliorare la mia condizione di salute, ma non potevo fermarmi. Avevo comunque deciso di imbottirmi di medicinali in quei giorni, avrebbe dovuto passare tutto in pochi attimi, migliaia di chilometri per arrivare in Cambogia e poi non poter correre la maratona. Non era da me.

Il giorno dopo, o meglio la notte, sveglia alle 3. Faccio colazione, cerco di capire le mie condizioni di salute; sapevo che questo pensiero mi avrebbe accompagnato per tutti i 42 km, ma ero deciso, come sempre, ad onorare me stesso, il mio Paese, visto che l’unica presenza italiana era la mia, i miei cari e tutti quelli che mi stavano seguendo. La partenza durante la notte era notevole, decidendo di impostare la mia corsa in modo lento, ma non troppo, cercando di concludere sotto le 5 ore. Il tragitto che piano piano si snodava tra Angkor e Siem Reap, presentava in alcuni tratti delle parti noiose, altre interessanti. I tanti bambini incuriositi che si incrociavo per la strade mi facevano sentire invincibile, le loro urla erano pari alla voglia di non mollare, anche perché dalle baraccopoli alla foresta, tra le bottiglie di acqua vuote gettate a terra, i chilometri sembravano non finire mai anche grazie al tasso di umidità pari all’80% che sembrava aver fermato il tempo.

Stavo rispettando la strategia programmata durante la competizione, mi sentivo bene e cercavo di bere ad ogni ristoro, senza fretta e senza obiettivi ben precisi; sapevo che superati i 30 km qualcosa sarebbe andato storto. Purtroppo la mancanza di allenamento cominciava a procurarmi i famigerati crampi, gli ultimi 10 km erano un’agonia, un continuo fermarsi e riprendere, riuscivo a correre consecutivamente al massimo un chilometro, forse era più la voglia di non fare brutta figura essendo l’unico italiano, che altro.

Piano piano mi avvicinavo, vedevo lontano la parte transennata, gli ultimi chilometri in un completo rettilineo infinito, il continuo fermarmi, i secondi che passavano e le cinque ore che facevano capolino. Non potevo permettermi di superare quella soglia, dovevo far vedere la mia pasta, la mia grinta italiana doveva essere di esempio a quegli asiatici. Il mostrare lo stendardo italico, la medaglia al collo, le scarpe tricolori e quella scritta ITALIA sulla maglietta, mi inorgogliva che poche volte ho mostrato. Quello che arrivava dopo sui social era ancora meglio. Io ero l’unico italiano ad aver conquistato Angkor, avevo gettato il cuore oltre l’ostacolo. Avevo intrapreso finalmente la via della felicità.

2017-08-06 10.01.21

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Una risposta a "Intrapresa la via della felicità"

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  1. Sei grande Simo ..vedo che molte volte è dura ..ma ho visto come hai superato le difficoltà ..nonostante un mal di gola e senza allenamento hai fatto una maratona esemplare. .bravissimo siamo orgogliosi di te …poi il finale con l’inno ho pianto ..stavo vicino a te con tutto il mio cuore …continua così….Sei forte …t.v.b. ❤💛

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