Quello che succede a Bangkok, rimane a Bangkok

Ero proprio sicuro di volerlo fare? Appena uscito dall’aeroporto mi sono chiesto di nuovo se fosse la scelta giusta. Cominciare il grande viaggio a Bangkok. Ne avevo sentite parecchie di storie su questa città, prima di partire chiunque ci fosse stato mi aveva raccontato un aneddoto particolare sulla capitale thailandese, e l’unica cosa in comune che avevano tutti questi racconti, era l’assurdità del fatto. La mia guida incomincia con il dire: “Tutto quello che avete sentito dire su Bangkok, è vero”. Dovevo crederci? Avrei potuto iniziare il mio grande viaggio con una città un po’ meno caotica, più respirabile e più piccola. Iniziare alla grande con l’effetto Bangkok, avrebbe messo subito alla prova, i miei nervi, la mia tranquillità, il mio accenno di inglese, tutto messo sullo stesso piatto, la portata principale veniva servita a questa metropoli. Se la sarebbe presa? O l’avrebbe restituita al mittente?

2017-07-22 15.47.46

Mi ritrovavo con il pesante zaino sulle spalle, 12 kg dietro 3 kg davanti, dentro la vita di un anno, così almeno ho voluto far credere a me stesso. Sì, un anno, un’avventura da raccontare giorno dopo giorno, per me, per gli altri, per chi aveva l’interesse di seguirla. Venivo da 6 ore di scalo ad Istanbul, stremato, annoiato dopo quasi 9 ore di volo, la benché minima idea dove si trovasse l’ostello, come arrivarci, nessuna mappa, niente internet ed un tassista che non parlava neppure una parola di inglese, se non OK. Otto milioni di abitanti e metà tra taxi, tuk-tuk, mototaxi e non sapeva neppure lui, il signor Manamee, dove si trovasse la struttura, troppo grande anche per un tassista questa città.

Arrivo finalmente all’ostello, dopo un’ora e mezza di traffico, già, il famoso traffico di Bangkok all’ora di punta e ad aspettarmi Denis, il figlio della proprietaria, un ragazzetto con un baffetto fino, quasi più cinese che thailandese. Si carica il mio zaino e mi porta dentro a dei vicoli, stretti, bui, fognanti; in entrambi i lati tutto quello che si possa avere in 4 mq di spazio: piccola bottega, mensole cartonate, verdura e carne esposte per i passanti, qualche gatto miagolante e rospi qua e là. Un piccolo ponte portava me e Denis dall’altra parte del canale, incontrando un altro piccolo mercato giornaliero. La vita si svolge con le piccole attività di strada sul lungofiume e la “casa” di fronte. Qua e là bambini che si arrampicano sulle ringhiere del canale, chi gioca con palle fatte di vecchi vestiti, signori che con un linguaggio incomprensibile commentano l’arrivo di un occidentale. Altro vicolo, altre baracche, altra mondezza. Mi sono sempre chiesto come ci si trovasse a vivere in queste situazioni, per noi di disagio. Probabilmente questa gente la parola DISAGIO non la conosce neanche; tirando avanti con pochi baht vivono la vita giorno dopo giorno, aspettando l’evento che cambierà il loro modo di vivere, se poi non dovesse arrivare avranno comunque avuto il modo di non sapere come sarebbe stato essere benestanti.

Finalmente si apre il cancello, ad aspettarmi Gey (la G si pronuncia come una R piena di catarro), un ragazzotto di 46 anni sudafricano, considerato il sindaco dell’ostello. Avevo sentito il suo alito di alcool sin da subito, non conoscevo lui e la sua storia, ma nonostante ciò avevo letto bontà nei suoi occhi; con molta gentilezza e con un buon inglese comprensibile mi mostra qualche regola della struttura e si candida per accompagnarmi nelle vicinanze per mostrarmi la zona.

Khao San Road prima tappa. La famosa via di Bangkok, non credevo ai miei occhi, mi trovavo nella supervia di tutti i backpacker, ogni viaggiatore zaino in spalla passante per la Thailandia, aveva messo piede lì. Preso dall’euforia tutto ad un tratto non mi preoccupavo più di aver fatto la scelta giusta o sbagliata, l’importante era cominciare a prendere atto che la mia avventura stava cominciando a Khao San Road, con uno scorpione imbalsamato in mano in preda ad essere inghiottito dalla mia bocca. Avevo promesso a me stesso che la mia prima pazzia fosse stata questa, sebbene mi fossi pentito dopo appena cinque secondi. La consistenza dell’artropodo non era ottima, forse più plastica che altro, abbastanza appiccicoso ed un cattivo sapore, nonostante tutto molto bello nell’aspetto. Passeggiavo, mi guardavo intorno, luci al neon dominano la notte, massaggiatrici thai e street food invadono la strada con la loro ingordigia; nello sguardo delle prime c’era tutta la voglia di strapparmi i soldi dalle tasche, nei secondi c’era la voglia di cominciare a scoprire i sapori asiatici. Nel frattempo Gey, non contento, si abbevera con la seconda birra nel giro di pochi minuti. Gey è un signore più che un ragazzo, biondo, chiaro di carnagione con un tatuaggio raffigurante l’Africa sulla spalla destra; denti gialli, piedi incastonati di lerciume ed un dress-code da favelas. Dietro una birra Chang comincia a raccontarmi di vivere a Bangkok da circa tre mesi, divorziato e con un figlio di 18 anni; aveva mollato il lavoro di programmatore in una banca per vivere la sua vita senza troppi pensieri. Mi racconta di come non riesca a trovare lavoro, insegnante di inglese: immaginate il povero bambino che doveva e dovrà stargli davanti. Non avevo intenzione di dirgli nulla, non avevo certo deciso di viaggiare per poter fare la paternale ad un quarantaseienne sudafricano; con il passare dei giorni mi aveva confidato che a causa del suo non riuscire a trovare uno straccio di lavoro, la sua vita si stava formando di: sigarette, pollo, rum e letto. Questo è Gey, questo per lui è vivere a Bangkok.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Nei giorni seguenti il via vai di gente nell’ostello era frequente, mi ritrovavo a dormire con Anastasia, una ragazza russa di poche parole fino a Jeremy, un mio coetaneo australiano. Un ragazzo molto interessante con un inglese molto veloce ed accentuato, ottimo per cercare di migliorare. Jeremy è il classico backpacker, stringe amicizia in breve tempo, parla con tutti e di tutto, ama gli strumenti elettronici ed amante della fotografia sta di continuo con la sua Canon a fare su e giù con lo scroll per controllare se lo scatto fosse venuto in maniera perfetta.

Bangkok nel frattempo mi stendeva, trovandomi a disagio molte volte non riuscivo a dare un senso a questa metropoli. Il caos totale mi lasciava interdetto anche nel dare un giudizio generale: bella, spassosa, interessante o brutta, chiassosa e trafficata? Forse nella mia risposta c’erano tutti e sei gli aggettivi, c’era la voglia di capire come si potesse vivere in una città, che a causa del suo rapido sviluppo sta perdendo un po’ di quelle esoticità. Mi stava mettendo alla prova. La città che non dorme mai mi aveva inghiottito; ora stava ad entrambi capire se ne ero all’altezza. Ancora frastornato dal lungo viaggio e di essere capitato in una megalopoli, il mio livello di stress stava risalendo; forse il momento di cambiare vita e di vedere le cose in un altro modo non era ancora arrivato, o semplicemente non mi trovavo nella città giusta. Mentre camminavo per le numerose vie della capitale cercavo continuamente di affibbiare il mio arrivo con un immagine ben precisa: il primo giorno di scuola. Tutto sembra grande, senza amici, spaesato.

La sera in ostello mi sentivo al sicuro; seppure Gey continuasse a sorseggiare un rum di seconda marca, con lui mi sentivo tranquillo. Un tipo semplice e pacato, il contrario di Jeremy. L’australiano, guida turistica di Melbourne, mi metteva l’ansia, il suo inglese lo capivo a metà, intraprendevo ciò che mi diceva, cercando di intuire qualche frase ed il modo in cui me lo dicesse. Nel giro di poche ore ho cominciato ad apprezzarlo assieme alla sua particolare comicità; con lui, mi sono ritrovato assieme ad Anna e Jessica, due ragazze di 23 anni di Leeds, nel Regno Unito, a bere litri e litri di birra, dissipando il triplo di quanto avevo pensato di poter spendere. I loro giochi di carte, da me sconosciuti, cominciavano con un semplice sorso di birra, fino alla scolatura di un’intera bottiglia. Alle 2 di notte andiamo a Khao San, alle 3.30 siamo dall’altra parte della città a giocare a biliardo assieme a tre ragazzi thailandesi che ci insegnavano il loro combattimento con un sacco messo lì per caso. Alle 4.30 di ritorno in ostello ho appena il tempo di cambiarmi e correre in una via limitrofa per la Micro Marathon. 6 km possono bastare, non avevo la forza di continuare ad allenarmi, volevo solo tornare nel mio letto, mettermi a riposare e cercare di arrendermi alla vita assordante di Bangkok. La birra mi aveva steso, lo street food anche, la troppa lingua inglese mi stava bruciando il cervello e l’umidità durante la gara alle 5 del mattina mi aveva messo completamente K.O.

Riprendermi piano piano dalla notte folle non è stato semplice. Il caldo non aiutava, il ventilatore era il mio unico mezzo su cui sfogare la mia inconsueta nullafacenza. Un giorno per riprendermi, poi avevo deciso che Bangkok sarebbe stata conquistata.

2017-07-23 19.34.26

Riuscivo a vedere la città in modo diverso, arrivando a capire come muovermi, come viverci e come comportarmi; cominciavo ad avere una mappatura in testa della città, alcuni punti di riferimento erano ben precisi e mangiare non era più un problema, in realtà non lo era mai stato. Cercando di coprire più attrazioni possibile grazie alla mia andatura, ma cercare di godermi le emozioni che le stesse mi davano, entravo sempre più nell’ottica di non dover preoccuparmi del tempo a disposizione e di non essere riuscito a visitare qualcosa. L’importante era l’esperienza, fare quello volevo fare e nel tempo stesso essere con la mente libera da problemi inutili. Il mercato degli amuleti mi ha dato quella sensazione che cercavo da tempo, probabilmente la spiritualità, l’esoterismo di alcuni anziani thailandesi nel cercare in mezzo a quegli oggetti quel valore aggiunto, l’eccitazione di un cittadino di aver trovato il ciondolo mancante della sua numerosa collezione, il dover fare foto quasi di nascosto, la voglia di perdermi ancora in mercati simili a questi, come Jatujak, correre a Parco Lumphini, divertirmi a Khao San, ritrovando me stesso a Wat Pho con i suoi Buddha, perché quello che succede a Bangkok, rimane a Bangkok.

Annunci

Una risposta a "Quello che succede a Bangkok, rimane a Bangkok"

Add yours

  1. Grande ..rileggendo il tutto ho ” rivisto ” le foto e i commenti che hai messo finora su fb ..in più hai descritto molto bene dove dormi e come hai conquistato la caotica Bangkok e le sensazioni che ti ha dato ..
    continua a portarmi con te ..t.v.b.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

Creato su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: