Quella notte pensierosa e la dolce StraVerona

Lavoro, lavoro e soltanto LAVORO. Era questo il mio unico pensiero, l’unica tortura che attanaglia quasi tutti gli esseri umani. Lo stress lavorativo travolge chi non sa cosa vuole dalla vita, sbaraglia la mente della persona che non vede una via di uscita e costringe l’uomo a quell’impiego quotidiano quasi spesso odiato o quasi mai amato. Poso le chiavi di casa, la borsa, mi siedo sul letto e guardo fisse la scarpe da corsa; oggi avrei dovuto fare le ripetute, un tipo di esercizio non certo divertente, soprattutto dopo aver vissuto una delle giornate lavorative più terribili. Nel fissarle il cervello cercava manforte trasmettendo tutte le forze alla parte restante del corpo, ma non riceveva risposta alcuna; non mi sentivo bene, cercavo invano uno sfogo che proprio quel giorno non voleva essere quello di sempre, in quel momento la corsa non voleva e non doveva essere mia amica; avrei barattato volentieri il mio walkman per una divertente discussione amichevole ed intelligente con chiunque, ma nulla!

Ero destinato a vivere una di quelle fine giornata insulsa, ad accendere il pc e cercare qualche scemenza su internet, mentre lì fuori il tempo scorre, mentre c’è chi si diverte e chi fa tesoro di quello che ha. Eppure mi sentivo povero, povero di emozioni, di idee, di condivisioni. Quella serata sarebbe scivolata così, senza neppure un sussulto, senza uno scarico che mi avrebbe fatto sentire meglio e con la spia del telefono che si illuminava di continuo dopo l’ennesimo messaggio, notifica o chiamata, in quella sera nulla aveva importanza; per non farmi mancare niente la cena era stata ancora più rovinosa e noiosa.

Aiuto a togliere le stoviglie da tavola, qualche battuta con i miei genitori, nulla più. Torno in camera ciondolante, guardo l’orologio, era troppo presto per finire così e andare a dormire; accendo la tv, faccio zapping arrivando fino ai canali dove si fa televendita, quelli dove si prega o su chi distribuisce numeri del lotto per vincite fantasmagoriche.

Neanche il pensiero di andare a Verona mi faceva star meglio. Sarei dovuto partire con mio padre dopo due giorni per seguire un’altra mia passione, l’AS Roma e con l’occasione partecipare alla 20 km della StraVerona. Dovevo ricordarmi di prenotare un albergo e vedere come muoversi in città durante la competizione, tutta la fase organizzativa che in altre occasioni mi facevano star meglio. Malgrado ciò dopo circa un’ora e mezza dalla cena, do un’occhiata all’interno dell’armadio, trovo la forza di mettermi prima un pantaloncino, poi cercare una maglia e infilarmi le scarpe. Quei movimenti che facevo tre volte a settimana in quel momento avevano un valore totalmente diverso, senza spiegarmi il perché di un cambiamento repentino di umore mi mettevo al polso il cronometro e scendevo in tutta rapidità le scale come un bambino che va incontro ai suoi amichetti che gli hanno citofonato per andare a giocare al parco.

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Attendo che il GPS si carichi e via. Alle 10 di sera mi ritrovavo in giro, solo nel mio quartiere e con il rumore dei miei passi e nessuno per strada. Ero in compagnia dei lampioni che illuminavano la scena di un allenamento inconsueto; proprio come in quei film dove la star si ritrova di notte tutta sola, con il regista che inquadra il suo sguardo preso dal suo flashback e con l’arrivo di qualcuno che cambierà le sorti della storia. Mi sentivo bene, seppur per poche ore e sebbene fosse tardi la mia giornata aveva avuto finalmente un senso. Sapevo che non avrei corso molto e volevo godermi quell’allenamento venuto così per caso, ma in men che non si dica e come fosse del tutto normale mi sono fermato, ho cominciato a camminare e a rimuginare, di nuovo. Aggrappato ai miei pensieri futuri in quell’istante non mi rendevo neppure conto dove mi trovavo, cosa avrei fatto da lì a pochi mesi e a chi sarei stato tra un anno, l’unica vera realtà era che sarei dovuto tornare a casa perché il giorno dopo avrei lavorato, tanto, come sempre e senza sosta.

I giorni passano veloci, dalla quella notte pensierosa mi trovavo catapultato ad affrontare le cinque ore di viaggio che mi dividevano da Verona in compagnia del mio papà, in uno dei nostri viaggi nelle trasferte in giro per l’Italia, accumunate sempre dallo stesso interesse, ora diventato doppio grazie al running. Non volevo rovinarmi il weekend, non volevo scervellarmi inutilmente appresso a tutte quelle cavolate di qualche notte fa. Cercavo spensieratezza e serenità, divertimento ed entusiasmo, condivisione di ciò che stavo facendo dopo aver ritirato pettorale a Piazza Brà, al centro di una delle città più romantiche del mondo per antonomasia. Per autodichiarazione avevo deciso che Romeo, “Er mejo der Colosseo”, in quei giorni dovevo essere io.

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La StraVerona avrebbe avuto un Montaldi in più, accanto all’Arena con grande sorpresa sarebbe passato anche mio padre nella gara di 10 km, sorprendendo amici e parenti che lo seguivano tramite i social. La competizione è stata una gran successo, da ben 35 anni Verona ospita circa 20.000 partecipanti, che possono decidere tre varianti di percorso (6, 10 e 20 km), ed essendo una gara non competitiva, c’è grande partecipazione, a partire dai numerosi bambini che corrono sorridenti accompagnati dalle foto dei propri genitori che si divertono più di loro.

Il giorno della gara ci svegliamo non molto tardi, decidiamo di far colazione in centro in modo da poter arrivare prima e trovare parcheggio. Nonostante questo ci facciamo due km da San Zeno fino al centro, non trovando nessun bar aperto durante tutto il tragitto ci accontentiamo di addentare un piccolo dolcetto ad un’ora dalla gara, non il massimo, ma quanto basta per poter possedere le energie necessarie. La sera prima, da un signorotto facente parte dell’organizzazione, mi era stato riferito che durante la gara lunga ci sarebbe stata una “salitella”, ma non avevo bene inteso l’ironia di quella parolina. Il percorso impegnativo passa per le colline veronesi, passando in mezzo alle pinete e tra le mura scaligere delle Torricelle, sebbene la vista della città dalla collina meriti dei punti in più, le mie gambe la pensavano diversamente dopo aver praticamente scavalcato un muro. Decido durante la corsa di andarci piano, altrimenti non sarei arrivato neanche a metà, meglio fare meno lo spavaldo e tornare vivo fino al traguardo.

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All’arrivo mio padre con tanto di cellulare riprendeva il mio scatto finale e subito dopo riuscivo a leggere la soddisfazione nei suoi occhi per essere riuscito, anche lui, a terminare la gara. Vederlo così entusiasta per entrambi mi regala una piccola gioia. L’aria di festa che si registrava all’inizio non si è smorzata neppure all’arrivo; la città scaligera tiene a questa competizione ed ogni anno la porta avanti con grande dedizione. Il viaggio di ritorno, appena finita la nostra due giorni veronese, mi riporta indietro quando feci la maratona di Atene dove ripartii subito dopo la conclusione della stessa.

I ricordi, quelli belli, riaffiorano sempre e sono quelli che riescono a riconciliarti con il presente.

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