Quella corsa sull’Appia Antica

Publio Papinio Stazio in una sua raccolta di poesie così citava la via Appia:

“…si percorre l’Appia, regina delle lunghe strade”

A distanza di circa 2000 anni tantissimi atleti hanno percorso una delle vie più antiche e belle del mondo. Numerose sono le famiglie che la domenica e nei pomeriggi primaverili portano a passeggio i propri bambini, o le coppiette che, mano nella mano, camminano nella storia, stando attenti a non inciampare sul basolato o scivolare su un sampietrino umido. L’Appia Antica è uno di quei luoghi, sempre attuali, una via millenaria evergreen che non smette di incantare romani e stranieri.

L’AppiaRun deve il suo successo a questo monumento stradale. Se dovessimo catalogare tutte le gare podistiche svolte a Roma e provincia durante l’anno, per importanza e bellezza, e non per partecipazione, sicuramente questa competizione entrerebbe nelle Top 5. La festa piena di runners, e non solo, che si svolge ogni anno all’interno dello stadio delle Terme di Caracalla, intitolato a “Nando Martellini”, rende omaggio a questa gara simbolo, divenuta ormai, dopo 19 anni, un must per tutti gli atleti romani.

Ricordo la mia prima partecipazione: fu nel 2003, la quinta edizione. Ero entrato nell’anno in cui diventavo maggiorenne, anche se non avevo ancora compiuto 18 anni; avevo smesso di giocare a pallone, ed insieme a mio cugino mi allenai 3-4 mesi per correrla, ma fu un completo disastro. Mi iscrissi in tutta fretta alla UISP, i partecipanti all’epoca erano circa 600 ed io arrivai negli ultimi 100. A quell’età, a pochi ragazzi piace correre senza una palla tra i piedi o tra le mani. La maggior parte di essi, infatti, preferisce praticare uno sport di squadra e/o di aggregazione, come il calcio o la pallacanestro. Demoralizzato, dunque, dal precoce insuccesso, ricominciai a mettermi le scarpe da running dopo 10 anni.

Dopo la maratona della settimana scorsa, la mia nutrizionista Giorgia, alla quale devo gran parte di questi miei ultimi piccoli successi personali, mi aveva detto che potevo avere un pasto libero a settimana. Prendendola seriamente in parola, ho così deciso di dare una svolta al mio weekend podistico. Quello che mi rallegra maggiormente è come non sia il solo a trovarmi in questa situazione; quando ammette di aver “sgarato” la dieta qualche giorno prima di una gara, gli altri runners amatoriali si accodano per non sentirsi soli. Escono fuori, quindi: salsicce di ogni genere, sugo con le spuntature, frittatona con tutto quello che c’era in dispensa e la più classica carbonara. Per non farmi mancare nulla credo la mia foto parli chiaro:

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Vergognandomi come un furfante, e ammettendo solo ora, davanti gli occhi di tutti, il mio peccato di gola, devo dire che il mio buon tempo all’AppiaRun, per dovere di cronaca chiusa in 59 minuti e 56 secondi, è stato forse dovuto al bel cumulo di cibo presente su quel piatto.

La domenica mattina è sempre un trauma: la sveglia presto, il primo pensiero fisso: “chi me lo ha fatto fare di domenica mattina”, il tè, la borsa da preparare, il vado o non vado in bagno. Nel giro di un’ora tutto passa: arrivo allo stadio, ritrovo i miei amici e compagni della Podistica Mare di Roma, sorridenti e assonnati, si fa qualche commento sulla maratona della settimana scorsa, si azzardano calde battute su alcuni abbigliamenti femminili, in particolare pantaloncini da corsa e poi via sul punto di partenza.

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La giornata primaverile, quasi un incipit dell’estate, mostra agli atleti che il caldo, insieme al tracciato, alza notevolmente l’asticella dell’indice di difficoltà. Superata porta San Sebastiano, con turisti stranieri al seguito, capitati lì per caso in visita, la famosa Appia Antica con la sua leggendaria storia dà il benvenuto ai numerosi runners. Purtroppo per loro, e anche per il sottoscritto, non c’è molto tempo per godere del passato che sa offrire questo percorso. Man mano sfilano alcuni dei luoghi simbolo come le catacombe di San Callisto, San Sebastiano, Tombe di Cecilia Metella, Circo di Massenzio fino all’ingresso del Parco della Caffarella.

I 4 km intensi della Caffarella non sono il massimo, sebbene correre all’interno di un parco sia sempre piacevole. Un mini-trail che personalmente, insieme a molti altri, soffro abbastanza; per un runner del mio tipo non sono il massimo né la polvere che viene alzata dai corridori né la strada stretta e leggermente sconnessa, che, sommati ai sampietrini precedenti, ribattezzano la gara “Non Fatevi Male Run”. La gara, scivolando via tra qualche accelerazione, piccoli falsipiani e anche qualche santo, ci dirige, dopo essere rientrati per poco sull’Appia per poi passare accanto alla Porta Ardeatina, verso lo stadio. Già qualche centinaio di metri prima dell’ingresso ad esso, si respira di nuovo quell’aria festante: il ricordo della maratona è ancora splendidamente vivo nella mia testa. La gente urla e applaude, ma la fatica è sicuramente meno intensa rispetto a quella dei 42 km di domenica scorsa. Entrare all’ingresso di uno stadio ha sempre quel suo incanto particolare. Correre sul tartan rosso, simbolo dell’atletica leggera e di quei grandi campioni del passato e del presente che si allenano costantemente, ti trasmette quella carica e determinazione finale sintomo di grande impresa. Spingo fino al limite sapendo di fare un buon tempo personale, soddisfatto di essere riuscito ancora a dare il massimo.

Aspetto i miei compagni stanchi e felici, degusto in loro compagnia crostata e caffè preparati accuratamente dalla First Lady societaria (siamo dei corridori amatoriali, ricordatelo sempre) e ancora una volta, sono allegro e soddisfatto di ritornare a casa con il sorriso, il vero segreto per poter affrontare bellissime giornate come queste.

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